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Il caso. Orsina su La Stampa: “I limiti della proposta politica di Salvini”

Pubblicato il 6 novembre 2014 da Giovanni Orsina
Categorie : Politica

salvini le penOffriamo ai nostri lettori la lettura dell’editoriale del politologo Giovanni Orsina (che non condividiamo nella tesi di fondo) ma che presenta elementi di riflessione che analizzeremo con i contributi delle nostre firme nei prossimi giorni. mdf

Non paga dei sondaggi che la danno in continua crescita, per bocca del suo leader Matteo Salvini la Lega si candida adesso a rappresentare da sola la destra post-berlusconiana: punta alla maggioranza e si offre di ricostruire l’Italia. Certamente assai ambizioso, il progetto non è affatto sprovvisto di un suo senso politico – ed è in maggiore continuità con la storia della Lega di quanto non si possa pensare. Gli ostacoli che si frappongono fra Salvini e il suo obiettivo, tuttavia, sono molti e sono alti. Non è per niente detto, infine, che una destra ricostruita intorno alla Lega e all’attuale programma leghista sia ciò di cui l’Italia ha bisogno. Ma andiamo con ordine.

La Lega «storica» traeva origine dalla frattura fra centro e periferia, e si presentava perciò come un partito non di destra né di sinistra, ma del territorio. A partire dalla fine degli Anni Novanta però, con la scelta di ricostituire l’alleanza con Berlusconi rottasi alla fine del 1994, e poi nei lunghi anni passati al governo insieme a Forza Italia, ad Alleanza Nazionale e al Popolo della libertà, la Lega è venuta via via assumendo sempre di più i caratteri di una forza di destra. A partire dal 2011 questa collocazione è stata confermata e anzi irrobustita dalla scelta di fare opposizione al governo Monti; poi di cavalcare con sempre maggior vigore l’antieuropeismo, l’ostilità all’immigrazione, la difesa dei valori tradizionali, la protesta fiscale; infine di convergere in maniera esplicita col Front National di Marine Le Pen.

L’idea che la Lega possa ora egemonizzare l’intero lato destro del sistema politico e da lì tentare la scalata al Paese altro non è che l’esito politicamente logico, perfino prevedibile, di questo percorso. Il progetto può appoggiarsi su due punti di forza: da un lato la fase di grande fluidità nella quale è entrato il sistema politico italiano da quando è andato in pezzi il quadro bipolare, e gli spazi elettorali che si sono aperti a destra con l’implosione del berlusconismo; dall’altro il clima storico che la profonda crisi dell’integrazione continentale ha generato in tutta Europa, e che ha reso l’antieuropeismo un’opzione elettorale sempre più appetibile. Nel 2017 – che non è dietro l’angolo ma non è neppure lontanissimo – si terranno in Francia le elezioni presidenziali. Chi se la sentirebbe di escludere a priori un risultato importante di Marine Le Pen, con un «rimbalzo» anche in Italia?

Fra Salvini e il suo obiettivo, tuttavia, si frappongono vari ostacoli. Il Mezzogiorno, innanzitutto. Tentativi di esportare la Lega al Sud ne sono già stati fatti, ma non hanno incontrato grande fortuna: anche se come obiettivi polemici Bruxelles e gli immigrati hanno da ultimo preso il sopravvento su Roma e sui «terroni», non è facile per la Lega far dimenticare il suo nordismo – né le sarà agevole costruire dei movimenti alleati che ne reinterpretino il programma in chiave meridionale. È vero pure, d’altra parte, che il successo o l’insuccesso dell’operazione dipenderanno anche dalle alternative che gli elettori di destra si troveranno davanti: fino al 2008 quegli elettori potevano votare per i partiti berlusconiani; nel 2013 non pochi fra di loro hanno scelto il Movimento 5 stelle. Se il berlusconismo non dovesse riprendere quota e il grillismo si sgonfiasse, la Lega potrebbe trovare che la «conquista del Sud» le è stata resa parecchio più facile dalla pura e semplice assenza di concorrenti.

Ma l’ostacolo più serio per l’ambizioso progetto di Salvini è un altro: posizioni radicali come quelle della Lega incontrano un consenso vasto, che la crisi europea ha amplificato e, se dovesse continuare, potrebbe far crescere ancora di più – ma restano comunque minoritarie, e rendono inoltre impossibile la costruzione di coalizioni di governo con partiti più moderati. I sondaggi, per quel che valgono, danno la Lega intorno al 9%. Immaginiamo che la strategia di Salvini incontri un successo travolgente, e porti il partito al 20, o anche al 25%. E poi? Come e dove potrebbe essere speso questo notevole capitale elettorale, da posizioni di minoranza, per quanto consistenti, e non potendo stringere alleanze con altre forze politiche?

L’«operazione Salvini» in conclusione, sebbene non sia priva di una sua logica politica – e a meno che non vi sia un peggioramento catastrofico della situazione economica italiana ed europea, dopo del quale tutto potrebbe accadere –, non è in grado di rifondare una destra di governo che si contrapponga a una sinistra anch’essa di governo all’interno di uno schema bipolare. L’«operazione Salvini», combinata con l’operazione «partito della nazione» alla quale sta lavorando dalla presidenza del Consiglio l’altro Matteo, porta il Paese verso una riedizione della situazione pre-Tangentopoli: un centro di governo inamovibile e opposizioni improponibili.

Per chi crede che il bipolarismo sia una condizione essenziale della civiltà politica, si tratterebbe della replica certamente non bella di un film già visto. E già visto finir male. (da La Stampa)

@barbadilloit

Di Giovanni Orsina

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