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Focus/2. Povero Furia cavallo del West soppiantato dal successo di Heidi

Pubblicato il 26 settembre 2014 da Marinella Venegoni
Categorie : Cultura Televisionando

heidi-ladyContinuiamo il nostro viaggio indietro nel tempo, proponendo il successo di Heidi, datato 1978. In precedenza erano arrivati in Italia i Barbapapà nel 1976 e Vicky il Vichingo nel 1977. Heidi arriva nel 1978 contemporaneamente a Goldrake. Il successo, soprattutto fra le bambine, fu di grande portata e duraturo. La sigla del cartone è stato un tormentone per decenni, uno strazio per milioni di genitori. L’articolo che proponiamo venne pubblicato su La Stampa del 24 agosto 1978 a firma di Marinella Venegoni. 

Le storie d’una bimba di montagna dalla tv ai fumetti, al cinema Heidi, la «star» che ha battuto Furia. Dal libro di una scrittrice svizzera, ì cartoni animati tedesco-giapponesi hanno incantato i bambini.
Povero Furia cavallo del West. Dimenticato tradito, surclassato nel cuore dei bimbi da una pastorella delle montagne tedesche disegnata da giapponesi e inventata da una svizzera. Heidi è diventata, in cinquanta puntate trisettimanali offerte in tv da febbraio a giugno, la compagna inseparabile delle bambine d’Italia ( ma un po’ anche dei maschietti). Le vacanze estive sono servite soltanto a rinfocolare quest’amore attraverso una valanga di magliette, poster, giornalini della pastorella riversati settimanalmente nelle edicole (otto fra edizioni illustrate, albi a fumetti e figurine da colorare: si parla di tre milioni e mezzo di copie).

E povero Mal. Il suo Furia, che «beve solo caffè per fare il pelo più. nero che c’è», è stato detronizzato da Elisabetta Viviani, che con la canzoncina di Hèidi intrecciata a canti tirolesi ha venduto da marzo a luglio seicentomila copie del suo 45 giri. Altri centomila LP con le storie raccontate in tv e la stessa voce di Heidi (l’undicenne Francesca Guadagno, che ha interpretato il ruolo della figlia della Gravina nello sceneggiato televisivo Madame Bovary) sono andati esauriti nel giro di poco tempo. Ed ora la pastorella è arrivata sul grande schermo, la colonna sonora la fa Rita Pavone (ed è sempre la stessa « Heidi, eri triste laggiù in città…») che spera in un rinverdito successo, avendo accoppiato nel suo 45 giri un « Viva la pappa col pomodoro» di buona memoria. Certo Johanna Spyri, l’autrice di «Heidi viaggia e impara», morta nel 1901 a 73 anni, non immaginava di dover ereditare tanto successo. Molti dei papà che in questi giorni portano al cinema i loro bambini non sanno, per esempio, che Heidi era stata già un cavallo di battaglia di Shirley Tempie, nel lontano 1935, col film «Zoccoletti olandesi», e ignorano anche che con la fanciulletta in questione si è cimentato pure il regista Luigi Comencini, agli inizi degli Anni 50.
La sua pellicola s’intitolava «Son tornata da te» ed ebbe grande successo in Svizzera, Germania e America. Poco in Italia. Ma adesso i tempi sono cambiati. E l’elettrodomestico «balia nazionale» ha fatto centro ancora una volta; grazie a questa coproduzione tedesco-giapponese. L’animatore Yoichi Yatabe e il regista Isao Takanata hanno disegnato la loro eroina come una piccina sui cinque- sei anni, un ciuffo di capelli blu un po’ spettinati, e due pomini colorati sulle guance a ricordare la salute del sano vivere in montagna. Heidi è orfana, vive in una capanna con il nonno Amp-Ochi, un bel vecchio un po’ misterioso dalla lunga barba bianca che sembra Babbo Natale in borghese, ha un enorme cane che si chiama Nebbia ed un amichetto, Peter, con le lentiggini e le toppe sui calzoni. Ogni tanto la zia Dete la porta in città, a Francoforte. Lei parte sempre con gli occhi pieni di lacrime, ma poi è felice di trovare la sua amica Clara, figlia del ricco industriale presso cui la zia è cuoca. Se Heidi scoppia di salute, la povera Clara è immobile su una carrozzella, ma l’amicizia della piccola montanara le fa cosi bene che riesce a guarire.
Dalla lettura ( o dal racconto che i genitori fanno ai piccolini: sembra che i «fans» più accesi di Heidi abbiano non più di due-tre anni, e bisogna girargli in fretta le pagine in cui la pastorella piange, se no piangono anche loro) si apprende che la città è triste, noiosa e cattiva e produce bimbi paralitici; che la vita vera è sui monti («Il tuo nido è sui monti» dice la canzone); che Heidi ogni tanto va nei pasticci per via del suo pallino dell’esplorazione ma ci sono due provvidenziali figure maschili, il nonno e Peter, che la tirano sempre fuori dai guai (forse perché le bambine d’oggi imparino subito a stare al loro posto).
C’è un discorso ecologico abbastanza preciso (Heidi protegge tutti gli animali, odia i cacciatori e cerca di convertirli) e un solo punto di riferimento familiare: i nonni (anche Clara ne ha una). Che dice lo psicologo a proposito di questa nuova eroina? ‘Ho il sospetto — osserva la professoressa Tilde Giani Gallino — che la richiesta di mercato sia in proporzione di ciò che viene offerto. Se si offre soltanto Lassie, poi Furia, poi Heidi, è logico che i bimbi vi si affezionino, anche tenendo conto dell’ossessività delle ripetizioni settimanali; e poi gioca molto la semplicità della storia, del disegno, la larga diffusione delle canzonette che vi si accompagnano». Non sanno, i poveri genitori, che c’è un elemento della favola di Heidi (comune a moltissime altre favole) che ha una speciale attrattiva per i piccoli teleutenti: «Heidi è orfana. In modo inconscio, naturalmente, tutti i bambini vorrebbero essere orfani — dice Tilde Giani Gallino — gestirsi da soli la propria vita. Ed Heidi, pur piccola e senza genitori, se la sa cavare egregiamente». I nonni invece vanno bene perché sono lontani di parentela, non asfissianti e lontani nel tempo e quindi nello spazio. «Quello di Heidi e quella di Clara sono nonni improbabili uno copiato da Babbo Natale e l’altra proprio come le nonne delle favole: e i bimbi li amano, perché hanno bisogno di nonni che somiglino il meno possibile ai genitori, che siano possibilmente vecchi e bianchi». La tv è in trattative per un’altra «ondata» di 52 puntate di Heidi, dal prossimo autunno. Forse, poi, ci sarà un altro film, un altro personaggio. E la storia continua.

Di Marinella Venegoni

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