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L’intervista. Polese e Cenci raccontano “le voci del silenzio: gli italiani detenuti all’estero”

Pubblicato il 26 agosto 2014 da Elena Barlozzari
Categorie : Cultura Libri

voci del silenzio“Quanti connazionali conoscono la condizione cui sono costretti a vivere i circa tremila italiani attualmente detenuti all’estero, talvolta in spregio al diritto internazionale e nell’inadempienza dei consolati patri? In quanti immaginerebbero mai che il “sogno americano” possa trasformarsi in un incubo vissuto per anni dietro le sbarre, con il rischio di un epilogo mortifero? O che dietro il miraggio delle spiagge esotiche di Santo Domingo possa nascondersi un fatale imprevisto? Oppure che il fascino di Paesi come India e Thailandia possa celare aspetti oscuri?”. “Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero” di Fabio Polese e Federico Cenci (Eclettica Edizioni), con prefazione di Roberta Bruzzone, dossier verità sulle condizioni che affliggono circa 3mila italiani nel mondo. Per lo più sconosciuti. Abbiamo parlato di questo libro-testimonianza con gli autori.

 

“Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero”. Cosa vi ha spinto ad aprire questo scrigno? Cosa contiene?

Ci siamo accorti che ad alcune disavventure giudiziarie, in cui erano incappati nostri connazionali all’estero, non veniva dedicato nessun spazio rilevante, né da parte dei media, né da parte delle nostre istituzioni. E così abbiamo umilmente provato a colmare noi questo vuoto, iniziandoci ad occupare del tema, cercando storie e testimonianze. Anche perché, è bene ricordarlo, storie come quelle che raccontiamo nel libro potrebbero succedere ad ognuno di noi quando ci troviamo fuori dai confini nazionali.

Nel libro trattiamo i casi di Carlo Parlanti, Enrico Forti, Derek Rocco Barnabei, Mariano Pasqualin, Fernando Nardini, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni con interviste dirette agli involontari protagonisti o ai loro familiari.

Carlo Parlanti è ora rientrato in Italia dopo aver scontato quasi tutta la sua pena negli Stati Uniti e anche Fernando Nardini è rientrato recentemente nel nostro Paese dopo essere stato finalmente dichiarato innocente nel terzo grado di giudizio thailandese.

Veniamo al metodo. Da dove sono partite le ricerche e dove sono approdate?

Diciamo subito che è un argomento abbastanza scomodo e qualche difficoltà nel reperire informazioni  l’abbiamo trovata. Alcuni familiari che prima erano pronti a raccontarci la loro storia sono spariti nel nulla. Diversi li stiamo ancora aspettando. Con altri, invece, siamo in stretto contatto per seguire le novità dei loro casi. Nei media di massa questo genere di argomento non ha molto risalto, dunque abbiamo trovato poco e nulla. In compenso, abbiamo reperito molto materiale grazie a gruppi virtuali sui social network e siti web che sono stati creati a sostegno dei detenuti.

Nel libro si parla di 3mila italiani detenuti all’estero, al netto della pari dignità di ognuno di loro, prescindendo dalle eventuali colpe. Quale il caso giudiziario e la vicenda umana che più vi hanno colpito?

Il nostro lavoro non ha la presunzione di fungere da giudice e dichiarare l’innocenza a spada tratta degli italiani detenuti all’estero, ma semplicemente vuole dar voce a chi non ce l’ha. Crediamo sia un atto doveroso nei confronti di chi è rinchiuso in pochi metri quadri di cemento armato in qualche angolo sperduto del mondo.

Ogni storia tra quelle che abbiamo trattato possiede aspetti toccanti. Tuttavia la storia di Mariano Pasqualin, un giovane ragazzo di Vicenza arrestato per traffico di stupefacenti a Santo Domingo, è quella che ci è rimasta più impressa. In una galera del posto, dopo pochi giorni dal suo arresto, ha trovato la morte in circostanze molto dubbie. Nonostante la richiesta della famiglia di far rientrare la salma in Italia per effettuare un’autopsia che ne svelasse le cause del decesso, le autorità della Repubblica Dominicana hanno – senza autorizzazione – deciso di cremare il corpo e spedire in Italia le ceneri. Sua sorella Ornella ci ha trasmesso una grande forza d’animo, ma anche il dolore lacerante che ha colpito tutta la loro famiglia.

Ci potreste indicare, se esistono, le realtà volontaristiche che offrono sostegno (psicologico/legale) ai parenti delle ‘vittime’?

Esiste la Onlus “Prigionieri del Silenzio” che si occupa concretamente della tutela dei diritti umani degli italiani detenuti all’estero. Sino ad oggi si è occupata di un centinaio di casi, facendo proposte agli enti governativi e dando suggerimenti per un corretto supporto alle famiglie. Nel libro abbiamo intervistato anche loro.

Pensate che la detenzione di Girone – La Torre possa ‘servire’ a riportare la questione degli italiani di ‘serie B’ all’attenzione nazionale?

In parte. Dei marò, visto che sono pubblici ufficiali, se n’è dovuto parlare per forza. Il punto è che in Italia manca un concetto di solidarietà nazionale, cosa che esiste in altri Paesi come gli Stati Uniti. Insomma la mobilitazione mediatica per la Knox ne è un esempio concreto.

Rispetto a questa piaga, quali sono i Paesi carcerieri dei nostri connazionali? Chi detiene il ‘primato’?

Secondo l’Annuario statistico 2013 pubblicato dalla Farnesina sono 3.103 gli italiani detenuti oltre confine. In particolare 2.323 italiani sono imprigionati nei Paesi dell’Unione europea, 129 nei Paesi extra-Ue, 494 nelle Americhe, 64 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 17 nell’Africa sub-sahariana e 76 in Asia e Oceania. In Europa il record degli italiani detenuti se lo aggiudicano le carceri tedesche che ospitano 1.115 nostri connazionali, segue la Spagna con 524. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani si trova in Venezuela con 81 persone recluse nelle carceri amministrate dal governo di Caracas.

Purtroppo la nostra diplomazia – in tutte le parti del mondo -, anche secondo le testimonianze che abbiamo raccolto per la stesura del libro, è spesso assente e in alcuni casi impreparata ad affrontare certe situazioni.

Chiudiamo con un’immagine, se si potesse fotografare una voce silente, quale aspetto avrebbe?

Il buio.

@barbadilloit

Di Elena Barlozzari

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