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Storia in rete. La guerra dei miti: il conflitto nel Mediterraneo 1940-43

Pubblicato il 13 agosto 2014 da
Categorie : Cultura

UnknownEstratto dell’articolo “La Guerra dei Miti” di Emanuele Mastrangelo (ex Sir n. 105/106, luglio-agosto 2014)

La guerra nel Mediterraneo fra 1940 e 1943 è stata raccontata più come una collezione di miti propagandistici che con dati e documenti. Fra i miti più tenaci c’è la leggenda di ULTRA, il servizio di intercettazione britannico che avrebbe consentito a Londra di conoscere in anticipo le mosse dell’Asse. Un mito che, almeno per quanto riguarda gli italiani, non ha fondamento: ULTRA riuscì infatti molto raramente a penetrare i messaggi cifrati italiani e la maggioranza delle informazioni usate dai britannici per attaccare i convogli dell’Asse nel Mediterraneo proveniva dalle intercettazioni delle comunicazioni tedesche

La storia della Seconda guerra mondiale è spesso raccontata per luoghi comuni. In generale il cliché che va per la maggiore dalle nostre parti (in quanto sconfitti e, fra gli sconfitti, quelli che l’hanno presa peggio) è quello della «versione inglese» dei fatti: italiani cialtroni e sciacalleschi che si sono accodati ai tedeschi (una sorta di dr. Jekill e signor Hyde dove convivono brutalità nazista e genio militare prussiano), contro eleganti, sportivi ed eroici inglesi aiutati da rudi ma generosi americani (i russi? Non pervenuti). A questo cliché il vizio nazionale di pianger miseria ha aggiunto la giaculatoria sui presunti «tradimenti» consumati da ufficiali infidi della Regia Marina, pronti a vendere le nostre corazzate ai britannici e ad avvertirli delle partenze dei convogli per l’Africa affinché fossero intercettati dai nemici. L’immaginario collettivo italiano si è così formato su questa schizofrenica visione: da un lato il riconoscimento dello stereotipo inventato dalla propaganda nemica, dall’altro il tentativo di far ricadere le cause della sconfitta solo sulle spalle di pochi «traditori» (anche per non dover ammettere l’impreparazione materiale e morale alla nuova guerra europea).

Uno dei modelli interpretativi per la nostra sconfitta nella Seconda guerra mondiale, dunque, poggia sul doppio binario di una presunta – strutturale, congenita – inferiorità italiana nei confronti dei britannici, alla quale avrebbe fatto fronte solo l’eroismo dei militari italiani pugnalati poi alle spalle dai «traditori». Due corni del problema che stentano a stare insieme. Fra le storie che si basano su questo stereotipo c’è quella di ULTRA, il nome generico dato ai risultati degli sforzi di intercettazione, decrittazione e decifrazione delle comunicazioni dell’Asse. Attorno a ULTRA si è costruito velocemente un mito, a partire dagli anni Settanta, complice forse l’aura di invincibilità che i servizi segreti britannici si erano costruiti anche grazie ai romanzi e ai film di «007». Un mito che – almeno per la sua parte che riguarda l’Italia – viene passato ai raggi X da Enrico Cernuschi in un approfondito saggio che ha per titolo proprio «ULTRA. La fine di un mito» (Mursia, pp. 263, € 16,00 – http://libreriadistoria.it/prodotto/ultra-la-fine-di-un-mito/) e che va alle radici di un luogo comune, smantellandolo pezzo per pezzo a suon di documenti e dati statistici.

Cernuschi – che potremmo definire «storico di scuola bandiniana», perché di Franco Bandini è stato amico e collaboratore – si occupa di storia militare navale e collabora da tempo con la «Rivista Marittima», «Storia militare» e «Wargames». (…) Lo studio parte dalle due contrapposte eppure appaiate tesi della superiorità britannica (grazie a ULTRA) e del «tradimento» di alti ufficiali italiani. Quest’ultimo è un leitmotiv auto-consolatorio nato già durante la guerra per tentare di spiegare come fosse possibile che l’Italia dopo un ventennio di ininterrotte vittorie militari (Grande Guerra, questione di Corfù nel 1923, riconquista della Libia, guerra d’Etiopia, guerra di Spagna, invasione dell’Albania…) fosse stata in rapida successione malmenata duramente tra il 1940 e il 1941 sul fronte francese, greco e quindi africano, tanto da dover chiedere aiuto a quella Germania «in soccorso» della quale eravamo ufficialmente intervenuti nel giugno 1940. Naturalmente le spiegazioni di questa doccia fredda sulle speranze e sull’orgoglio nazionale italiano sono complesse e molto differenti dall’ipotesi semplicistica, auto-assolutoria e falsa del «tradimento» da parte di un pugno di ufficiali a libro paga delle potenze alleate. E di sicuro, fra di esse non c’è la tanto decantata «superiorità» britannica nella gestione dei servizi segreti e in particolare delle loro capacità di intercettazione e di interpretazione dei cifrati italiani. Questo infatti è una vera e propria leggenda costruita a tavolino negli anni Settanta quando servì soprattutto dalle nostre parti a liquidare – per la verità in maniera alquanto sbrigativa ed acritica – la questione del «tradimento» interno: secondo questa nuova versione, gli inglesi ci avrebbero sconfitto (e senza l’aiuto tedesco, cacciato fuori dalla Libia alla fine del 1940 anziché del 1942) grazie alla loro superiore capacità di intelligence. In poche parole, la spiegazione del perché le navi italiane partite dai porti della Penisola non riuscissero a raggiungere la Libia, privando così di rifornimenti e rinforzi le armate dell’Asse che si battevano contro gli inglesi, non sarebbe da attribuire alla presenza di «spie» e «venduti» in grado di informare la Mediterranean Fleet inglese ogni volta che un bastimento italiano salpava, bensì semplicemente al fatto che nella sede di Bletchey Park i geni della matematica britannici (fra cui il celebre e sfortunato inventore dell’informatica moderna, Alan Turing) erano in grado di intercettare le nostre comunicazioni. Una leggenda – come oggi è ormai chiaro – che alimentò un altro fastidioso pregiudizio anti italiano e cioè la convinzione che i tedeschi ebbero per tutta la guerra che ogni segreto confidato agli italiani non era più un segreto. Ma il tempo, che è galantuomo, adesso ci dice che, come vedremo tra poco, l’anello debole delle comunicazioni dell’Asse erano proprio loro, gli «infallibili» signori della guerra germanici.

La verità, dimostra Cernuschi, è un’altra. E non è piacevole per nessuno dei protagonisti della guerra nel Mediterraneo. ULTRA riuscì molto poco a penetrare i messaggi cifrati italiani e la maggioranza delle informazioni usate dai britannici per attaccare i convogli dell’Asse proveniva dalle intercettazioni delle comunicazioni tedesche (della Luftwaffe soprattutto). Inoltre, le contromisure italiane (fra cui i cosiddetti messaggi «PAPA», cioè «Precedenza Assoluta sulla Precedenza Assoluta») erano spesso in grado di prevenire le mosse britanniche ordinando alle navi di cambiare rotta prima d’essere intercettate dalle forze nemiche. Infine, la guerra in Nordafrica non fu decisa per la scarsità di rifornimenti ricevuti dall’armata italotedesca, bensì dalla superiorità di quelli ricevuti dall’armata inglese, oltre che – a partire dall’8 novembre 1942 – dallo sbarco angloamericano nelle colonie francesi. Cernuschi infatti documenta con precisione maniacale che oltre i tre quarti degli uomini, mezzi e materiali inviati dall’Italia alla Libia giunsero puntualmente ai porti, e che gli affondamenti lamentati da Rommel per giustificare la sconfitta ad El Alamein non avrebbero avuto peso nel bilancio dello scontro con l’8a Armata britannica.

Come ha fatto Cernuschi a smantellare il mito di ULTRA? Semplicemente facendo quello che ogni buon storico dovrebbe fare e che i molti esegeti delle varie teorie sulla guerra nel Mediterraneo non hanno mai fatto, compresi gli studiosi della storia dell’intelligence: andare alle fonti. L’autore ha verificato come fra il 70 e il 90% dei messaggi intercettati da Bletchey Park nel teatro mediterraneo fossero da attribuire ai tedeschi (la cui sicumera evidentemente faceva loro dimenticare il buon vecchio «taci, il nemico ti ascolta») e che la gran massa di quelli intercettati di origine italiana poi non fossero effettivamente decrittati, oppure furono esaminati solo dopo l’Armistizio, grazie ai codici consegnati dalle autorità italiane ai vincitori. Insomma, la «gola profonda» che consentì agli inglesi di guadagnare alcuni punti nella partita per il Mediterraneo fu tedesca, non italiana. Valga per tutti il fatto che la drammatica sconfitta subita dalla Regia Marina nelle acque greche di Capo Matapan (28-29 marzo 1941) fu la conseguenza di una catena di eventi innescata dai messaggi della Luftwaffe intercettati e messi in chiaro dai britannici oltre che di quelli della Regia Marina cifrati tramite la macchina tedesca Enigma, che gli inglesi avevano già «bucato». Ma fin dai giorni della guerra, né i britannici non addentro alle questioni di intelligence né l’alleato germanico ritennero possibile che simili lacune nella segretezza delle comunicazioni potessero essere attribuite agli «efficientissimi» tedeschi. E così la cattiva nomea – del tutto immeritata anche in questo frangente – degli italiani contribuì a creare l’equivoco secondo il quale era nostra la colpa delle sconfitte. In realtà gli inglesi avevano dedicato allo spionaggio delle comunicazioni italiane (che avvenivano per lo più via cavo, quindi non erano intercettabili, a differenza di quelle dei tedeschi, che preferivano la radio) risorse magre: la «sezione italiana» di Bletchey Park non aveva nemmeno i gabinetti, ma doveva impiegare quelli dei colleghi… Cernuschi racconta di pochi uomini e donne (e relativi problemi sentimentali…), pochi fondi e poche macchine calcolatrici, enormi arretrati di lavoro e problemi di traduzione e adattamento al gergo navale. Dall’altra parte della trincea invece gli italiani non avevano sottovalutato il nemico numero uno (e d’altronde non avrebbero potuto farlo), e il Reparto Telecomunicazioni dello Stato Maggiore della Regia Marina invece lavorò egregiamente tanto all’offensiva quanto sulla difensiva (…) I codici italiani, secondo lo storico John Keegan, risultarono «eccezionalmente ben fatti» e dopo il febbraio 1942 i britannici rinunciarono a qualunque sforzo crittografico contro di essi, rimandando sostanzialmente a dopo l’Armistizio il lavoro sulla mole di messaggi intercettati ma non interpretabili.

La guerra nel Mediterraneo, insomma, non fu decisa nelle oscure retrovie dei servizi segreti, ma sul campo di battaglia. I servizi segreti italiani e britannici furono eccellenti armi ausiliarie, ma non determinanti: se 14-16 navi dell’Asse furono affondate grazie alle intercettazioni britanniche, almeno 17 sono state salvate dalle analoghe attività dei criptologi italiani. Bletchey Park, insomma, non ottenne alcuna superiorità sui suoi disprezzati e sottovalutati nemici italiani. Inoltre come Cernuschi nota puntualmente, nei primi 12 mesi di guerra l’Asse riesce a far pervenire alla Libia oltre il 95% dei materiali e degli uomini. La situazione peggiora nei sei mesi successivi (seconda metà del 1941), quando le perdite dell’Asse aumentano al 27% per i materiali e il 16,5% per gli uomini (metà dei naufraghi tuttavia fu tratta in salvo), ma questo incremento non può essere ascritto solo alla contemporanea «rottura» di una macchina crittografica italiana (la C 38 m) da parte del servizio crittografico britannico, bensì all’incremento della disponibilità di sommergibili, di aerei di stanza a Malta e di impianti radar sulle navi. (…)

 mastrangelo@storiainrete.com

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