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Libri. “Il portiere e lo straniero” di Santi: Camus tra filosofia e calcio

Pubblicato il 8 agosto 2014 da Marco Minnucci
Categorie : Libri

camus_santi_portiere_stranieroEmanuele Santi non è un accademico, uno scrittore di professione o un giornalista. E’ un turnista aeroportuale quarantaquattrenne, diplomato con cinquantadue sessantesimi al Liceo Scientifico, che ha saputo acuire tutti i sensi della sua passione e della sua semplicità. Il risultato? Il portiere e lo straniero (L’Asino d’oro).

Santi ha mosso i primi passi nel giornalismo nel settimanale “Left-Avvenimenti”; non con poca perseveranza riuscì a ritagliarsi una rubrica, “Calcio mancino” dove la cronaca, i capi di stato, la storia, venivano raccontati attraverso le urgenze biografiche di vecchi campioni e il ricordo di gloriosi match calcistici: “il mondo filtrato dagli occhi del calcio”.

Santi non ha incontrato “Lo straniero” di Camus “da adolescente nell’ampollosa biblioteca privata del conte Monaldo” ma ne trovò una copia tra gli stand di una festa di “Liberazione”, a Roma, in zona Piramide; proprio così, scoprì Camus da solo, anzi, lasciato solo, abbandonato da una scuola troppo impantanata nel “sorteggio delle materie per gli orali”, nei “test a risposta multipla” e nella contabilità dei giudizi “tra sei più e sette meno meno”.

Dopo tre anni di apprezzata rubrica, Santi ha approfondito la figura di Camus e, come se la passione per il calcio fosse un terreno troppo fertile, è rimasto colpito dai trascorsi sportivi dell’adolescente Albert che, alla fine degli anni ’20, diventò portiere nella formazione juniores e gran tifoso del RUA d’Alger, terza squadra nazionale.

La passione per il football dello scrittore-filosofo di Mondovi fu stroncata a soli 17 anni da una terribile tubercolosi che lo costrinse, e lo diciamo con il sorriso sulle labbra, a “ripiegare” sulla filosofia, sulle lettere e sul teatro.

C’è da dire che lo sguardo di Camus verso il calcio, non fu qualcosa di relegato nell’adolescenza ma qualcosa che il filosofo-scrittore portò con se per tutta la sua vita; infatti Camus, proprio nell’anno del suo premio Nobel, il 1957, scrisse su France Football: “Dopo tanti anni in cui il mondo mi ha concesso molte esperienze, ciò che so con maggiore certezza sulla moralità e sul dovere lo devo al calcio”.

Nel dicembre del 1957, a Stoccolma, leggendo il discorso per il Premio Nobel, Camus dice: «Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga».

Un’altra frase, forse meno nota ma altrettanto significativa di Camus è stata: “Ho imparato che non sai mai da che parte può arrivare il pallone, spesso da dove meno te l’aspetti. Mi è servito nella vita, soprattutto nelle grandi città, dove non ci si può fidare di nessuno”.

Nel 14° numero di “Left” (venerdì 8 aprile 2011) l’articolo di Emanuele Santi si intitolava: “Il portiere e lo straniero”. Santi ha guardato Camus, è rimasto folgorato dal dettaglio e lì ha fatto lo zoom. Dal quel giorno Santi ha cominciato ad accumulare materiale, documenti, pezzi di saggi, di romanzi, sulla passione calcistica di Camus, il tutto coronato da un viaggio che lo ha portato ad approfondire la sua ricerca sulle strade labirintiche di Algeri e dintorni.

Furono probabilmente queste esperienze a suscitargli la consapevolezza che il lavoro non poteva limitarsi a una semplice raccolta saggistica di materiale ma doveva esserci il cambio di marcia, il guizzo, com’è vero che maneggiare l’opera immortale di Camus richiedeva la stessa audacia di uno scultore di accademia che rimette lo scalpello sul David di Michelangelo. Il colpo di genio arrivò quando, alla biografia di Camus rivolta alla passione per il calcio, aggiunse la filosofia di Camus, quella insita ne “Lo straniero”, vista attraverso lo sguardo metaforico del Camus portiere. Questo fu il cambio di passo; salire in sella alla metafora e, quasi passivamente, sperare che regga e riesca fino alla fine ad abbracciare i contenuti.

Lo scrittore sale in sella, si lascia condurre e si meraviglia strada facendo delle attinenze, dei parallelismi, come quella per cui lo scenario del momento cruciale de “Lo straniero”, con il protagonista Meursault che uccide un arabo con 4 colpi di pistola, è identico a quello del piccolo campo di calcio dove giocava Albert da bambino. Se il campo è lo stesso, la scena si può leggere come una cronaca incalzante di un’azione di calcio dal punto di vista del portiere. “Nella condizione necessaria -scrive Santi- di osservare il mondo da un altro punto di vista (…) con uno spazio da difendere, a mani nude, le stesse mani dello scrittore, quelle che vorrebbero rispondere agli impulsi del cervello e, invece, il più delle volte vanno da sole, con la memoria dei movimenti imparati e con l’istinto di sopravvivenza”.

Alcuni critici hanno affermato un parallelismo tra il romanzo di Santi e l’intera filosofia di Camus; ciò è scorretto e rivela, con molta probabilità, che questi critici piuttosto che non aver letto le 150 pagine di Santi non hanno letto l’opera di Camus.

Il parallelismo errato era principalmente legato alla dinamica del portiere che “si tuffa sempre, cade a terra e deve rialzarsi a prescindere dal fatto che la palla sia entrata o meno” con il Mito di Sisifo, in cui il figlio di Eolo è condannato a spingere, per l’eternità, un pesante masso fino alla cime della montagna per poi vederlo rotolare a valle.

L’errore, che ne sottolinea l’assoluta impossibilità di accostamento, sta nel fatto che il portiere può vedere esaudita la sua speranza di non subire il il goal mentre, al contrario, la condanna di Sisifo è, e deve essere per definizione, denudata di qualsiasi tipo di speranza.

Quindi, in definitiva, la metafora di Santi si concilia positivamente soltanto con l’impianto filosofico de “Lo straniero” (1942), quella che possiamo definire la “pars destruens” di Camus e che si avvicina strettamente a “La nausea” di Sartre, ma non con il successivo passo filosofico, la “pars costruens” antropologica, quella de “Il mito di Sisifo” (1942) e “L’uomo in rivolta” (1951).

Come lo straniero è l’uomo solo, diverso dagli altri, che non reagisce all’assurdo ma ne rimane schiacciato, analogamente il portiere è l’uomo solo, diverso dagli altri che, incorniciato fra il bianco di una linea e il bianco dei tre pali, osserva l’azione paziente, sempre e inesorabilmente a difesa del vuoto (l’assurdo).

Il portiere e lo straniero di Emanuele Santi  (L’Asino d’oro, pag. 142, euro 12)

Di Marco Minnucci

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