1

La provocazione. L’Italia il paese dei firmaioli di appelli (misura del conformismo imperante)

Pubblicato il 22 luglio 2014 da Luigi Iannone
Categorie : Politica

firma-l-appello_4C’è una razza in espansione che soggioga chi avrebbe dovuto redimerla per tempo. A far da levatrice a questa schiera di impostori è un mondo culturale ancora capace di far presa sull’immaginario collettivo e sancisce (rinnovandosi di volta in volta) l’appartenenza ad una stirpe superiore. Montanelli li definì i firmaioli, scodinzolanti intellettuali, individuabili nella solita compagnia di giro, che vivono solo per apporre il loro aristocratico sigillo ai manifesti intellettuali. Alcuni hanno l’erre moscia d’ordinanza, altri da consumati commedianti sono reattivi oltre ogni umana comprensione nei confronti di ingiustizie, diritti e libertà calpestate.

Firmano di tutto, anche cambiali, basta ci sia da apporre il loro marchio. Il punto di forza sta infatti in una non comune capacità camaleontica evolutasi nel corso del tempo ed in una ferrea corazza ideologica grazie alla quale ogni loro considerazione assume un significato intimidatorio. Infatti non si è mai pronti ad accedere ad un efficace comprensione del tema in questione perché è sempre e solo la cornice che sopravanza tutto il resto e cioè il loro volto e le loro firme. Ma sono atteggiamenti che hanno i loro rischi. Recentemente Sabrina Guzzanti ha messo una firma sotto un appello che non condivideva. Si era schierata ‘a sua insaputa’ contro Barbara Spinelli e poi si è subito scusata.

Sanno tutto, e la sanno lunga. Non c’è tema politico, questione sociale o etica, approfondimento scientifico o religioso in cui non si sentano in dovere di mettere il becco e sul quale con insolente spocchia fondano un modello gnoseologico incontrovertibile. Sei un comico. Una cantante. Uno stilista di intimo. Uno studioso di sistemi elettorali. Un sondaggista. Una cubista. Ti sei occupato per tutta la vita di recitare stornelli. Ciò nonostante ti senti in dovere di firmare un manifesto che tocca le basi filosofiche, etiche, genetiche o teologiche della società contemporanea.

Beninteso, non che sia vietato esprimersi. Ma il darsi buona coscienza attraverso l’apposizione di una firma e l’espressione compunta è da vigliacchi. E poi come facciano ad essere preparati e ad avere certezze inaffondabili su ogni cosa resta un mistero insondabile oltre che una ennesima fonte di ansia per noi, comuni mortali sempre rosi da dubbi. Invece, mai una piega, una titubanza. Solo certezze apodittiche accompagnate da ricercate eccentricità, sfrontate ambizioni personali e sentenze pronunciate rapidamente e senz’appello. E poi, sempre migliaia e migliaia di firme (ma quanti intellettuali ci sono in giro?). Paginate di giornali ridondanti di nomi più o meno famosi. Faccioni sempre bene in vista e prime fila di teatri-occupati con la scusa di dover supportare mediaticamente la ‘battaglia civile’ con struggenti elucubrazioni.

Il nocciolo è sempre lo stesso: da una parte i difensori delle libertà; dall’altro i liberticidi, i furbi e gli arruffoni da civilizzare Perché – si badi bene- la loro è sempre una battaglia di civiltà.

Dei tanti che circolano, la gran parte è rimacinatura di vecchi ideologismi, rielaborati in salsa postmoderna. Non si moltiplicano i riferimenti e i dubbi, né si procede per vere e proprie rotture così come sono sempre privi di ogni slancio patriottico, esterofili fino al midollo. E fa specie che anche improbabili personaggi abbiano certezze tali da poter firmare manifesti impegnativi, abbracciando tutte le utopie o le complessità del mondo moderno senza avere mai un dubbio. Inoltre colpisce non tanto l’oggetto della battaglia culturale, cioè il manifesto degli intellettuali, perché in taluni, limitati e circoscritti ambiti, potrebbe avere una sua valenza simbolica e forse anche ricadute effettive (quello del fascismo lo ricordiamo ancora oggi ma per quelli che non firmarono). Ciò che colpisce è la proposta reiterata, la presenza invasiva in ogni campo e l’eventuale coesistenza di uno spettro di possibili posizionamenti che sembrano configgenti ma che miscelano e confondono in uno stagnante acquitrino ogni sensibilità e appartenenza.

E poi, a ben guardare, i primi a partecipare alle ‘storture del regime’ sono proprio loro. Chiedono fondi per la cultura, firmano manifesti per il cinema, arricciano il naso nei confronti del Ministro di turno, ma sono gli unici ad incamerare sovvenzioni per i loro film che nessuno vede tranne qualche familiare; firmano per la scuola pubblica ma mandano i figli in quelle straniere, e così via. Di molti di questi polemisti incendiari c’è da apprezzare intelligenza, intuizioni colte, la scrittura elegante e ricercata, ma il fatto che firmino ogni cosa, magari per pigrizia o più semplicemente per tornaconto, rende questi manifesti dei perniciosi feticci.

Faccio fatica ad esprimere un giudizio netto su tutto lo scibile umano e perciò il tuttologo mi desta irritazione. E’ ragionevolmente condivisibile il fatto che uno, solo perché produca un film sulla corruzione politica, scriva un libro di successo sulla camorra, o una mezza dozzina di libri di costume, possa avere un giudizio nitido e definitivo sui temi etici, sulla politica del Kazakistan o del Burkina Faso, sulle politiche energetiche e sia sempre pronto ad avventurarsi in arzigogoli vestiti da idee degne di nota? Purtroppo non vanno presi con beneficio di inventario perché la storia ci insegna che sono stati capaci di indossare la cimice e un attimo dopo la stella rossa con la stessa nonchalance. Il tarlo dell’intolleranza fluisce infatti lungo i decenni e li attraversa con regolarità uniforme. Il manifesto contro il commissario Calabresi potrà anche essere un errore di gioventù per molti, ma ne costituisce un caso tipico in cui si è assaporato fino in fondo il gusto del pubblico ludibrio. Tuttavia non basta indicarli per emendarsene. Bisogna diffidare di chi la sa lunga su ogni cosa e apprezzare l’atteggiamento dubbioso. Gran parte di essi si sono messi ad agitare tutti i fantasmi, accarezzato tutte le utopie, fallito tutte le previsioni politiche ma non le scelte professionali. Come dargli ancora credito?

@barbadilloit

Di Luigi Iannone

Una risposta a La provocazione. L’Italia il paese dei firmaioli di appelli (misura del conformismo imperante)

  1. non sono per niente d’accordo, firmare e far firmare è doveroso per le cause in cui si crede. seguendo il ragionamento di Iannone, allora non si dovrebbe neanche votare.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>