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Libri. “Mussolini alla vigilia della sua morte e l’Europa”: Pascal e il testamento del Duce

Pubblicato il 19 luglio 2014 da Giovanni Sessa
Categorie : Cultura Libri

mussolini12 Aprile 1945. Un’auto costeggia le rive del lago di Garda in una giornata in cui il sole primaverile annuncia il prossimo rigoglio della natura. Nell’auto Pierre Pascal, da poco tornato in Italia, che, immediatamente percepisce, osservando il paesaggio lacustre, la natura “doppia” che lo costituisce: “…Sono rimasto colpito nel notare che questo lago era doppio! Prima stretto e severo, poi calmo e senza limite. Sembra il simbolo della Vita e della Morte” (p. 58). Questo è un passo tratto da un libro da poco pubblicato dalla NovAntico editore, per la cura di Federico Prizzi. Si tratta del volume Mussolini alla vigilia della sua morte e l’Europa (per ordini: 335/5655208; euro 20,00), in cui Pierre Pascal raccolse nel 1948, per la casa editrice romana l’Arnia, l’ultima conversazione che egli ebbe con Mussolini a Villa Feltrinelli in quel lontano e tragico 2 Aprile. L’importanza storico-simbolica del testo era già stata colta da Sandro Giovannini, che decise di pubblicarlo a puntate sulla sua rivista Letteratura-Tradizione (una delle esperienze culturali più significative espresse dall’area non-confomussolonirmista negli ultimi decenni) tra il 2001 e il 2002, come egli stesso ricorda in una delle Appendici che impreziosiscono il testo.

Ecco, il brano citato è, in qualche modo, la chiave di volta dell’intero volume: la primavera che si mostra tra le verdi colline attornianti il lago assurge, nel racconto di Pascal, a simbolo ambiguo della coincidentia oppositorum che in quel momento epocale si manifestava nella storia e, più in particolare, nell’incontro che egli stava per avere con Mussolini. Pascal, entrando nei corridoi ombrosi della residenza del Duce, vide affiorare dagli strati più profondi del proprio essere, la luminosità immaginale evocata in lui dalla Sirmione di Catullo e dalla sua poesia. Accompagnata, però, da un’intuizione chiara e nitida, che l’autore trasmette al lettore in modo coinvolgente e partecipato: dalla certezza che quella primavera fosse una “primavera dei morti”. I nobili personaggi che attorniano in questo percorso della memoria Mussolini, dal ministro Fernando Mezzasoma, al conte Manzoni, appaiono all’attento e sensibile osservatore, manifestazioni esteriori di un mondo umbratile, di un mondo cosciente di essere ormai prossimo ad un’inevitabile fine.

Nonostante ciò le loro parole, i loro gesti, il loro atteggiamento, come quello dell’uomo per il quale stanno andando incontro ad un destino tragico, lasciano trapelare una pacatezza senza pari, una tranquilla e per questo virile accettazione della loro condizione esistenziale. Altro che anarchia del potere evocata da Pasolini nel suo “Le ultime ore di Salò”! I protagonisti del tramonto del fascismo italiano sono, in questo testo di Pascal, incarnazioni della visione Tragica del mondo, testimoni di quell’amor fati che Eschilo e Sofocle misero in scena, molti secoli prima, nel teatro di Dioniso sui declivi che conducono all’Acropoli di Atene. Fin dal primo momento dell’incontro e durante l’intera conversazione con il Duce, la Poesia si impadronisce della scena. Infatti, all’affermazione del francese che, sintetizzando la posizione di Aristotele, sostiene: “La Poesia è una cosa più seria della Storia” (p. 64), Mussolini ribatte: “Quando un popolo si avvede di essere maestro nelle sue concezioni dell’Arte e di superare in questo tutti gli altri popoli, gli uomini di questo popolo si guardano e si riconoscono tra loro…L’Arte resterà la parola dell’Italia” (p. 65). La creazione artistica, viene ribadito, è il luogo del darsi dell’ethos di un popolo. Mussolini è convito che, la sua azione ordinatrice, si sia manifestata nel richiamo alla romanità intesa come sistema di pensiero, capace di trasformare una nazione in Populus. Per questo, nonostante tutto, la fine imminente non può preoccuparlo. E’alla Poesia, ancora una volta, che viene demandato il compito della giustizia. Dante punì più significativamente di qualsiasi magistrato, con i suoi versi, i traditori e gli ingiusti. Mussolini e Pascal convengono nel dirsi convinti che presto un Poeta, voce del Populus, sarebbe tornato a cantare l’inevitabile e definitiva condanna dei reprobi.

Maurras

Maurras

Nel colloquio viene evocata la grande poesia di D’Annunzio, la figura esemplare di Maurras, uno dei maestri di Pascal, allora condannato all’ergastolo per collaborazionismo. In molti momenti del dialogo, il lettore può riconoscere la sensibilità del dittatore Mussolini nei confronti della natura, in particolare degli alberi, l’intenso amore paterno, che si manifesta in toni lirici nella rievocazione delle pagine del suo Parlo con Bruno. Un ritratto psicologico di Mussolini questo, che lo distanzia nettamente dalle caratteristiche spirituali connotanti l’uomo tirannico e desiderativo, magistralmente indicate da Platone. La descrizione del commiato avvenuto nell’ “Albergo dell’Altra Vita” (Villa Feltrinelli) è così descritto da Pascal: “(Mussolini) camminava come se fosse assolutamente solo. Dopo tre passi vidi il suo sguardo obliquo dardeggiare verso tutti noi. Voltò un poco la testa, mi guardò isolato dagli altri, sorrise e disparve…Per me egli spariva per sempre. Lo sapevo” (pp. 116-117). Qualche giorno dopo sarebbe stato assassinato. Una solitudine tragica ed orgogliosa, dunque, quella intuita dall’intellettuale francese. Ribadita nella conclusione, con le parole di Barbey d’Aurevilly: “Essere più grande del proprio tempo, in avanti o indietro, ma essere più in alto. Ecco tutto il problema e tutta la misura della superiorità” (p. 122), che indicano con chiarezza il dato esistenziale dell’uomo Mussolini di fronte alla morte e all’Europa per la quale aveva combattuto.

Le pagine di questo Mussolini… inducono una esegesi qualitativa, segnata dal cuore, dalla dimensione empatica, del Duce e dei drammatici giorni della “caduta degli dei” e questo è già un merito rilevante del testo che non può essere sottaciuto. Un ruolo altrettanto importante rivestano anche le Appendici che chiudono il libro e permettono al lettore di apprezzare un personaggio di grande spessore intellettuale e spirituale, quale Pierre Pascal. Discepolo di Maurras, cattolico convinto, grazie ad un lungo soggiorno in Giappone con la famiglia al seguito del padre, chimico di fama internazionale, fu affascinato dalla civiltà di quel paese tanto da diventare uno yamatologo di vaglia. Si occupò di poesia persiana, profittando della sua conoscenza di lingue antiche e moderne. Fu “Poeta d’Azione”, partecipò infatti alla guerra civile spagnola dalla parte franchista, fu in Marocco con i legionari schierati contro i ribelli del Rif e nella seconda guerra mondiale fu con la Repubblica di Vichy. Per la qualcosa fu costretto a raggiungere altri noti collaborazionisti nel castello di Sigmaringen. Visse per più di quarant’anni in Italia e durante il suo soggiorno strinse amicizia con D’annunzio e frequentò Julius Evola. Renato Del Ponte ricorda, in una delle Appendici, la collaborazione editoriale tra i due e la generosa attenzione con la quale Pascal seguì Evola nel 1974, nei mesi che precedettero la scomparsa del filosofo. Ne raccontò, inoltre, il funerale alpestre sulle pendici del Monte Rosa. In gioventù Pascal conobbe Guénon che lo introdusse allo studio delle Scienze Tradizionali. Come ricordano in Prefazione Prizzi e, nell’Appendice Immanenza, Trascendenza e concetto dell’Assoluto nella poetica di P. Pascal, Gabriella Chioma,Pascal tradusse in francese il libro La Voie de l’Eternité del monaco Hanayama, nel quale era ricordato l’eroico comportamento del generale giapponese Hideji Tojo durante il processo di Tokio. L’imperatore fece sapere a Pascal che se avesse voluto, alla propria morte, avrebbe potuto essere sepolto nella cripta del tempio di Kanazawa, eretto in onore degli eroi di guerra nipponici.

Fu autore di splendidi e conchiusi haiku. Qui vogliamo ricordarne uno che sintetizza il suo sentire: “Rugiada dai mille occhi/di cui ciascuno mira i cieli/Essere un Dio”. Quest’uomo morì povero e solo a Roma nel 1990.

Il libro che abbiamo brevemente presentato, consente al lettore di recuperare il suo inestimabile lascito spirituale. E’un libro che ci fa leggere il passato con altri occhi, facendoci indugiare in riflessione sulla coappartenenza di tempo ed eternità.

@barbadilloit

Di Giovanni Sessa

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