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Revisionismo. La “tentazione fascista” di John Fitzgerald Kennedy

Pubblicato il 18 luglio 2014 da Luigi Iannone
Categorie : Cultura

kennedyIn questi mesi di solenni rivisitazioni per la prima guerra mondiale bisognerebbe forse trovare un po’ di spazio anche per assimilare definitivamente nel dibattito pubblico il senso e la portata del revisionismo. Approfittarne per incunearsi negli spazi lasciati liberi e per tentare di liberare dalla muffa ‘democratica’ vecchie verità.

A confortarci vengono fuori di tanto in tanto ‘storielle’ che non è superfluo riconfermare nella loro essenzialità. Una di queste è correlata alla questione mai risolta del consenso a Mussolini e al fascismo. Per lungo tempo si è pensato che i fascisti fossero dei marziani pronti ad imporre il loro volere su ingenui italiani quando invece quell’esperienza fu condivisa da molti. De Felice ne descrisse i contorni più di quarant’anni fa in un suo celebre libro ma a pochi importa che temi ed estetica si propagarono anche al di fuori dell’Italia. Esempi ve ne sono a iosa. Molti capi di Stato e di governo non tarderanno a tessere le lodi Mussolini (Churchill su tutti, ma poi Chamberlain, Roosevelt, e così via) e Lenin lo aveva fatto addirittura prima della marcia su Roma.

Adesso lo storico Oliver Lubrich ha scoperto l’uovo di Colombo. E cioè che tanti ‘democratici’ furono ammaliati dalla potenza comunicativa, simbolica ed ideale dei totalitarismi. Non solo quella massa di imbelli sottosviluppati che corrispondevano al nome di ‘italiani’, ma anche i colti, sorridenti e affabili progressisti, quei cittadini democratici del mondo civile ed evoluto che mai avrebbero avuto in seguito il coraggio di confessare una cosa del genere.

Lubrich ha scovato documenti, poi raccolti in un libro non ancora pubblicato in Italia, dai quali si evince che il ventenne John Fitzgerald Kennedy, dal 1937 in poi, in viaggio di piacere nel nostro Paese e in Germania, elogiava apertamente il fascismo e le sue opere e peggio ancora il Führer.

Una volta pubblicato il libro, lo storico si è però accorto del potenziale danno e ha tentato di raddrizzare il tiro. Di fronte ad una verità così potente ma imbarazzante, è corso ai ripari con la stessa solerzia del bambino che nasconde la mano impiastricciata di marmellata alla propria mamma: «Non credo che Kennedy ammirasse Hitler, e soprattutto non la sua politica. Più che altro ci si trova qui di fronte a quella che Susan Sontag ha descritto come ‘fascinazione del fascismo’. Jfk tenta di capire questa fascinazione, che Hitler evidentemente continuava a emanare».

E sì, certo. Kennedy cerca di capire. Di comprendere. Hai ragione Lubrich. Quella a cui approda il futuro presidente Usa è una sorta di indagine sociologica. Una ricerca di mercato. Peccato che gli episodi siano tanti e prolungati nel tempo e quindi si faccia fatica a comprimerli tutti nel rassicurante politically correct.

Come tu stesso ci racconti, caro Lubrich, a fine ’45, Kennedy giunge al cosiddetto Adlerhorst, il nido dell’aquila. Ha ormai ventotto anni. Non è più un ragazzino glabro ed ingenuo. Eppure, ammaliato da tutto quel mondo, arriva financo ad abbandonarsi al feticismo degli oggetti. Fuma i «i sigari ritrovati nell’auto blindata di Goering» ed afferma «chi ha visto questi luoghi può senz’altro immaginare come Hitler, dall’odio che adesso lo circonda, tra alcuni anni emergerà come una delle personalità più importanti che siano mai vissute. La sua ambizione sconfinata per il suo Paese ne ha fatto una minaccia per la pace nel mondo, ma lui aveva qualcosa di misterioso nel suo modo di vivere e nella sua maniera di morire, che gli sopravviverà e continuerà a crescere. Era fatto della stoffa con cui si fanno le leggende».

Dichiarazioni di tal genere avrebbero fagocitato in un turbinio infinito di critiche qualunque politico, ma l’icona liberaldel nostro tempo, ne esce ancora adesso immune. Nel mondo ‘libero e pacificato’ sarà Kennedy a diventare un mito e il fatto che questa notizia sia passata sotto silenzio (tranne pochi casi isolati) la dice lunga sul grado di conformismo. Ciò che resta del primo presidente cattolico americano è infatti il suo visino d’angelo e il suo progressismo à la page; a chi può importare se grazie a lui abbiamo sfiorato la III guerra mondiale (sarebbe stata l’ultima per l’umanità), siamo entrati nell’inferno del Vietnam, ed ora ce lo ritroviamo pure con ‘simpatie’ naziste.

@barbadilloit

Di Luigi Iannone

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