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Cultura (di G.de Turris). Tolkien in Italia e le prime traduzioni: una storia bibliografica

Pubblicato il 4 luglio 2014 da Gianfranco de Turris
Categorie : Cultura

TolkienLa storia editoriale italiana delle opere del padre del genere fantasy, o meglio heroic fantasy, J.R.R. Tolkien, è da sempre costellata di luoghi comuni e inesattezze in genere derivate da illazioni e ricostruzioni  personali. Dal 1967, quando uscì il solo primo tomo del Signore degli Anelli, la Compagnia dell’Anello, per Astrolabio, sono fiorite vere e proprie leggende metropolitane. Oggi, dopo quarantacinque anni dalla sua traduzione nella nostra lingua, la storia editoriale delle opere di Tolkien in Italia sarà svelata finalmente al grande pubblico e agli appassionati grazie al lavoro pluriennale di Oronzo Cilli, membro attivissimo della Società Tolkieniana Italiana, la cui passione e dedizione per la ricerca sono già note. Curatore della seconda edizione italiana de Lo Hobbit annotato (Bompiani, 2004), autore della prima bibliografica italiana, J.R.R. Tolkien.

Autore della bibliografia italiana dal 1967 a oggi (L’Arco e la Corte, 2013) recensita su queste pagine, Cilli è considerato tra i più importanti giovani studiosi italiani dell’opera e della vita dell’autore inglese, ottenendo anche visibilità internazionale dopo il ritrovamento di un documento inedito firmato da Tolkien nel 1933 a sostegno dell’Esperanto. Cura il sito di collezionismo tolkieniano più cliccato in Italia (http://tolkieniano.blogspot.com).

Il suo è stato davvero un lavoro certosino al quale a quanto sembra nulla è sfuggito, neppure il più piccolo dettaglio. Come nasce?

La mia ricerca parte da un articolo di Massimo Novelli su «La Repubblica» del 2010 nel quale si presentava un documento inedito sul diniego della Mondadori a pubblicare il Signore degli Anelli nel 1962. Per me è stata una miccia e quello che credevo un punto di partenza ma si è poi rivelata solo una tappa di un percorso lungo e affascinante tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Una storia che iniziava molti anni prima, addirittura nel 1954, l’anno in cui fu pubblicata la prima edizione inglese del capolavoro tolkieniano.

Questa è una notizia inedita e che getta nuova luce sul rapporto intercorso tra Tolkien e il nostro Paese.

Infatti, dall’ancora inedita corrispondenza tra l’editore inglese, Allen & Unwin, e la Mondadori, emerge come l’Italia sarebbe potuta essere il primo Paese a pubblicare una traduzione del Signore degli Anelli,giacché i primi due tomi dell’operai furono proposti alla Mondadori sin dal 1954. Però, per ben due volte,nel 1954 appunto e nel 1962, la casa editrice milanese ha avuto la possibilità di pubblicare la maggior opera di Tolkie,n però scelse, e credo non a cuor leggero, di non farlo. Dalle carte emergono i dibattiti interni alla casa editrice  e s’incrociano nomi quali Vittorio Sereni ed Elio Vittorini a dimostrazione di un serio impegno.

Perché scelse di non farlo?

Le motivazioni furono diverse e in fin dei conti figlie di quei tempi: l’allora mercato editoriale, il tipo di richiesta che veniva dai lettori e le difficoltà di un genere, il fantasy, in Italia ancora sconosciuto.

Alla prima opzione arrivata nel 1954 dagli inglesi, la Mondadori, valutò attentamente i primi due volumi del Signore degli Anelli – il terzo, Il ritorno del Re, non era ancora stato pubblicato in Inghilterra! – affidò a una lettrice i testi per redigere due pareri di lettura. Anche se i due pareri furono positivi – e vi garantisco che sono ancora oggi attualissimi e davvero precisi nell’analisi – la Mondadori declinò la proposta poiché pensava che lavori di questo tipo non avrebbero potuto interessare un gran numero di lettori italiani. Sulla seconda opzione ho avuto modo di studiare la corrispondenza intercorsa tra l’editore inglese e ancora Mondadori per quasi tutto il 1962, oltre al carteggio interno della Casa milanese, dal quale emergono le diverse posizioni sulla pubblicazione dell’opera tra analisi del testo e possibile interesse nei lettori. Del tutto negativa fu la posizione di Elio Vittorini. Purtroppo, anche in questo caso la Mondadori decise di non pubblicare il testo di Tolkien e la motivazione data all’editore inglese fu che sebbene il libro fosse stato giudicato positivamente, fu giudicato troppo “nordico”. In realtà, la discussione interna fu molto più profonda e dai documenti emerge un lungo dibattito con un Vittorini scettico, poiché non vedeva nel testo di Tolkien nessuna implicazione con la metafora di qualche attualità,ma che non escludeva l’ipotesi di pubblicare solo il primo volume, così come proposto dagli inglesi, in modo da verificare le vendite ed eventualmente procedere con i restanti due. Purtroppo, il tempo concesso dall’editore inglese era scaduto e l’operazione non andò in porto.

 E poi?

Poi arrivò l’interesse dell’editore romano Mario Ubaldini, con l’Astrolabio, che confermò la sua intelligenza e lungimiranza portando la maggior opera di Tolkien sugli scaffali delle librerie italiane alla fine degli anni Sessanta. Peccato, poi, che il risultato non fu quello sperato. Anche qui ho avuto la possibilità di leggere e studiare diversi documenti interni alla Casa romana e la corrispondenza, questa volta con esito favorevole, tra Allen & Unwin e Ubaldini. La verità che vien fuori, quella sì da documenti ufficiali, smonta tutto il fiorire di storie sul numero delle copie stampate e vendute, la scelta di escludere l’introduzione di Tolkien alla seconda edizione inglese del 1966, a motivo che Lo Hobbit non era stato ancora apparso in Italia. Si fa luce anche sulle scelte compiute dall’allora giovanissima traduttrice siciliana, Vittoria Alliata di Villafranca. Oggi che finalmente il quadro si svela vien fuori la richiesta precisa di seguire le indicazioni impartite da Tolkien nella sua Guida per i traduttori, inviata a Ubaldini e utilizzata dall’Alliata, e la raccomandazione, ad esempio, nel non tradurre la parola Hobbit. Una traduzione apprezzata dallo stesso Tolkien. Ma emergono anche il grande sforzo economico e l’impegno nel promuovere l’opera messi in campo da Ubaldini, così come la personale attenzione per un’operazione editoriale e culturale in cui credeva moltissimo. Studiare il periodo legato all’Astrolabio, mi ha anche permesso di conoscere la figura di Mario Ubaldini che, a mio parere, è fondamentale nella storia tolkieniana italiana. È stato davvero un peccato che il pubblico non rispose come poi, in modo beffardo e qualche anno più tardi, avrebbe fatto con Edilio Rusconi.

Infatti, dopo l’insuccesso dell’Astrolabio arriva il boom Rusconi.

Certo, ed è grazie a un grande intellettuale come Alfredo Cattabiani, e a uomini come Elémire Zolla,Quirino Principe, Piero Crida e lo stesso Edilio Rusconi, se Tolkien ritorna in libreria questa volta in un volume unico come voleva lo stesso autore inglese. Anche qui la storia è davvero interessante. Non è stato facile ricostruire quei primi anni ma, grazie a Principe, Crida e all’Alliata, anche lei con un ruolo non secondario, ogni tassello è tornato al suo posto.

Erano i primi anni Settanta…

Certo, anni d’intenso attivismo culturale e sociale. Nel mio lavoro, grazie alle testimonianze di chi in quegli ha legato il proprio nome a quello del professore di Oxford, e alla ricerca sulle riviste dell’epoca, da «Linea» a «Dimensione Cosmica» a «Diorama Letterario» a «Lotta Continua», racconto anche della “lettura”, e non solo, tra i giovani di quella generazione. Giungendo ai nostri giorni con il passaggio in Bompiani agli inizi del nuovo secolo, con Tolkien che assume un ruolo importante nel catalogo della casa editrice guidata da Elisabetta Sgarbi con innumerevoli edizioni, ristampe e inediti che ancora oggi arricchiscono gli scaffali delle librerie italiane.

Ma il rapporto tra Tolkien e l’Italia fu solo editoriale?

Per fortuna, no. Tolkien durante la sua vita non viaggiò moltissimo fuori dall’Inghilterra, ma l’Italia riuscì a visitarla ben due volte. Nel 1955, assieme a sua figlia Priscilla, visitando Venezia e Assisi, e nel 1966, con sua moglie Edith, in una crociera sul Mediterraneo. I ricordi del primo viaggio, per nostra fortuna e piacere, Tolkien li annotò in un diario, conservato alla Bodleian Library di Oxford, oggi edito solo in Inghilterra e negli Stati Uniti nell’opera curata da Christina Scull e Wayne Hammond. E poi c’èanche il legame con il nostro Dante Alighieri con la sua adesione decennale alla Dante Oxford Society.

Di questa sua ricerca è prevista una pubblicazione?

Di materiale, soprattutto inedito, ce n’è davvero tanto, più di quanto si possa immaginare. Il lavoro è completato, augurandomi che possa vedere la luce nella prossima primavera, e con mio grande onore vedrà una prefazione firmata da Christina Scull e Wayne G. Hammond, che ho or ora ricordati, due studiosi molto noti curatori anche di diverse edizioni dei libri di Tolkien come Roverandom.

Un lavoro che non vuol difendere nulla ma solo svelare la bellezza di una storia che appartiene a tutti.

@barbadilloit

Di Gianfranco de Turris

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