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Idee (di A. de Benoist). Democrazia rappresentativa e partecipativa

Pubblicato il 6 luglio 2014 da Alain de Benoist
Categorie : Cultura Politica

alain de benoistLa democrazia rappresentativa, essenzialmente liberale e borghese, in cui i rappresentanti sono autorizzati attraverso le elezioni, a trasformare la volontà del popolo in atti di governo, costituisce attualmente il regime politico più diffuso nei paesi occidentali. Una delle conseguenze che ne derivano è che si è portati a considerare che democrazia e rappresentanza siano in un certo senso sinonimi. Eppure la storia delle idee dimostra che non è affatto vero.

I grandi teorici della rappresentatività sono Hobbes e Locke. Per entrambi ,in effetti,il popolo delega contrattualmente la sua sovranità ai governanti. Per Hobbes questa delega è totale. Dunque essa non conduce affatto ad una democrazia: il suo risultato, al contrario, è di investire un monarca di un potere assoluto (il “Leviathan”). Per Locke la delega è subordinata ad una condizione: il popolo accetta di rinunciare alla sua sovranità solo in cambio di garanzie concernenti i diritti fondamentali e le libertà individuali. Ciononostante, la sovranità popolare ne risulta sminuita, tra due elezioni, dal momento che resta sospesa per tutto il tempo che i governanti rispettano i termini del contratto.

Rousseau, da parte sua, pone l’esigenza democratica come antagonista di qualsiasi regime rappresentativo. Il popolo, per Rousseau, non stipula nessun contratto con il sovrano ; i loro rapporti dipendono esclusivamente dalla legge. Il principe non è che l’esecutore del popolo, che resta il solo titolare del potere legislativo. Non è neanche investito del potere che appartiene alla volontà generale; è piuttosto il popolo che governa attraverso di lui. Il ragionamento di Rousseau è semplicissimo : se il popolo viene rappresentato, sono i suoi rappresentanti che detengono il potere e ,in tal caso,esso non è più sovrano. Il popolo sovrano è un “ essere collettivo” che non può essere rappresentato che da se stesso. Rinunciare alla sovranità sarebbe come rinunciare alla libertà, cioè autodistruggersi. Nel momento in cui il popolo elegge i suoi rappresentanti, “è schiavo, non è niente” ( “Du contrat social”, III, 15). La libertà, come diritto inalienabile, implica la pienezza di un esercizio senza il quale non può esserci una vera cittadinanza politica. La sovranità popolare non può essere ,in queste condizioni, che indivisa e inalienabile. Qualsiasi rappresentanza, dunque, corrisponde ad una abdicazione.

Se si ammette che la democrazia è il regime basato sulla sovranità del popolo, non si può che dar ragione a Rousseau. La democrazia è la forma di governo che risponde al principio dell’identità dei governanti e dei governati ,cioè della volontà popolare e della legge. Questa identità rimanda essa stessa all’uguaglianza sostanziale dei cittadini, cioè al fatto che sono tutti ugualmente membri di una stessa unità politica . Dire che il popolo è sovrano, non per natura ma per vocazione significa che dal popolo derivano la forza pubblica e le leggi. I governanti ,dunque, non possono essere che agenti esecutivi e devono adeguarsi alle finalità determinate dalla volontà generale. Il ruolo dei rappresentanti deve essere ridotto al minimo, dal momento che il mandato rappresentativo perde ogni legittimità nel momento in cui consegue fini o progetti non corrispondenti alla volontà generale.

E’ esattamente il contrario di quello che succede oggi. Nelle democrazie liberali il primato è dato alla rappresentatività e più precisamente alla rappresentanza-incarnazione. Il rappresentante, lungi dall’essere soltanto un “commesso” incaricato di esprimere la volontà degli elettori ,”incarna” egli stesso questa volontà per il solo fatto che è stato eletto. Questo vuol dire che trova nella sua elezione la giustificazione che gli permette di agire non più secondo la volontà di coloro che lo hanno eletto, ma secondo la sua propria volontà – in altri termini, che si considera autorizzato dal voto a fare ciò che ritiene giusto fare. Questo sistema è all’origine di critiche che in passato sono state dirette incessabilmente contro il parlamentarismo, critiche risollevate oggi dai dibattiti sul “deficit democratico” e la “crisi della rappresentatività”.

Nel sistema rappresentativo, avendo l’elettore delegato con il suffragio la sua volontà politica a colui che lo rappresenta ,il centro di gravità del potere risiede immancabilmente nei rappresentanti e nei partiti che li raggruppano, e non più nel popolo. La classe politica forma ben presto una oligarchia di professionisti che difendono i loro propri interessi ,in un clima generale di confusione e di irresponsabilità. Si aggiunge oggi,in un’epoca in cui chi possiede un potere decisionale lo detiene il più delle volte in virtù di una nomina o di una cooptazione, piuttosto che di un’elezione, una oligarchia di “esperti”,di alti funzionari e di tecnici. Lo Stato di diritto, di cui i teorici liberali celebrano regolarmente le virtù – malgrado tutte le ambiguità che si attribuiscono a questa espressione – non sembra adatto a correggere la situazione.

Dal momento che si basa su un insieme di procedure e di regole giuridiche formali , esso è in effetti indifferente ai fini specifici del politico. I valori sono esclusi dalle sue preoccupazioni, lasciando così campo libero ai conflitti di interesse. Le leggi hanno autorità per il solo fatto che sono legali , cioè conformi alla Costituzione e alle procedure previste per la loro adozione. La legittimità si riduce quindi alla legalità. Questa concezione positivistico-legalistica della legittimità invita a rispettare le istituzioni per se stesse, come se fossero un fine in sé, senza che la volontà popolare possa modificarle e controllarne il funzionamento.

Ora, in democrazia, la legittimità del potere non dipende soltanto dalla conformità alla legge, neanche dalla conformità alla Costituzione,ma innanzitutto dalla conformità della pratica governativa ai fini che le sono stati assegnati dalla volontà generale. La giustizia e la validità delle leggi dunque non risiedono interamente nell’attività dello Stato o nella produzione legislatrice del partito al potere. Parimenti, la legittimità del diritto non può essere garantita dalla sola esistenza di un controllo giurisdizionale : perché il diritto sia legittimo, occorre inoltre che risponda a ciò che i cittadini si aspettano e che integri finalità orientate verso il bene comune. Infine, è possibile parlare di legittimità della Costituzione solo quando l’autorità del potere costituente è riconosciuta come suscettibile sempre di modificarne la forma o il contenuto. Il che significa che il potere costituente non può essere interamente delegato o alienato e che continua ad esistere e resta superiore alla Costituzione e alle regole costituzionali dal momento che queste ultime derivano da esso.

E’ evidente che non ci si potrà mai sottrarre interamente alla rappresentanza, in quanto l’idea di maggioranza governante va a scontrarsi, nelle società moderne, contro difficoltà insormontabili. La rappresentanza, che non è altro che una soluzione di ripiego, non esaurisce tuttavia il principio democratico. Essa può, in gran misura, essere corretta dall’attuazione della democrazia partecipativa, detta anche democrazia organica o democrazia incarnata. Tale nuovo orientamento appare ,ancora oggi, maggiormente indispensabile a causa dell’evoluzione generale della società.

La crisi delle strutture istituzionali e la scomparsa delle “narrazioni fondanti”, la disaffezione crescente dell’elettorato per i grandi partiti di tipo classico, il rinnovamento della vita associativa, l’emergere di nuovi movimenti sociali o politici (ecologisti, regionalisti, identitari) la cui caratteristica comune è di non difendere più “interessi” negoziabili ma valori esistenziali, lasciano intravedere la possibilità che si ricrei una cittadinanza attiva a partire dalla base.

La crisi dello Stato-nazione ,dovuta chiaramente alla mondializzazione della vita economica e al dispiegamento di fenomeni di importanza planetaria ,suscita dal canto suo due modi di superamento: dall’alto ,con vari tentativi miranti a ricreare a livello sovranazionale una coerenza ed una efficienza nella decisione che permetterebbero, al meno in parte, di pilotare il processo della globalizzazione ; dal basso, con la riacquistata importanza delle piccole unità politiche e delle autonomie locali. Queste due tendenze, che non solo non si oppongono ma si completano, implicano entrambe che si ponga rimedio al deficit democratico che attualmente si può constatare.

Ma il paesaggio politico subisce ancora altre trasformazioni. A destra si osserva una rottura del vecchio “blocco egemonico” derivante dal fatto che il capitalismo non ha più la capacità di allearsi con le classi medie, a causa del perfezionamento della sua tardiva modernizzazione, dell’evoluzione dei costi di produzione e della sovranazionalizzazione del capitale accelerata dalla crisi. Nello stesso tempo ,mentre le classi medie si trovano disorientate e spesso minacciate, le classi popolari sono sempre più deluse dalle pratiche governative di una sinistra che,dopo aver rinnegato praticamente tutti i suoi principi ,tende ad identificarsi sempre di più con gli interessi dello strato sociale superiore della media borghesia. In altri termini, le classi medie non si sentono più rappresentate dai partiti di destra, mentre le classi popolari si sentono abbandonate e tradite dai partiti di sinistra.

Bisogna aggiungere ,infine,il fatto che la scomparsa dei vecchi riferimenti ,il crollo dei modelli, la disgregazione dei grandi ideologemi della modernità, l’onnipotenza di un sistema di mercato che dà (eventualmente) dei mezzi di sussistenza ma non delle ragioni di vita, riportano alla ribalta la questione cruciale del senso della presenza umana nel mondo, del senso dell’esistenza umana e collettiva, e questo, in un momento in cui l’economia produce sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro e uomini, il che provoca un moltiplicarsi delle esclusioni in un contesto già fortemente segnato dalla disoccupazione, dalla precarietà dell’impiego, dalla paura del futuro, dall’insicurezza, dall’aggressività reazionale e da frustrazioni di ogni genere.

Tutti questi fattori rendono necessario un rimaneggiamento in profondità delle pratiche democratiche che può verificarsi solo in direzione di una vera democrazia partecipativa. In una società che tende a divenire sempre più “indecifrabile”, tale democrazia ha in effetti come principale vantaggio quello di eliminare o di correggere gli squilibri dovuti alla rappresentanza, di assicurare una migliore conformità della legge alla volontà generale e di essere fondatrice di una legittimità senza la quale la legalità istituzionale non è che mero simulacro.

Non è al livello delle grandi istituzioni collettive (partiti, sindacati, chiese, esercito, scuola, ecc.) attualmente entrate tutte, più o meno, in crisi, e che quindi non possono avere più il loro ruolo tradizionale di integrazione e intermediazione sociale ,che è possibile ricreare una simile cittadinanza attiva. Anche il controllo del potere non può più essere solo appannaggio di partiti politici la cui attività si limita troppo spesso al clientelismo. Oggi la democrazia partecipativa non può essere che una democrazia di base.

Questa democrazia di base non ha come scopo quello di generalizzare la discussione a tutti i livelli, ma piuttosto di determinare, con il concorso del maggior numero possibile di persone, nuove procedure di decisione conformi alle sue proprie esigenze così come a quelle che derivano dalle aspirazioni dei cittadini. Essa non può neppure ridursi alla semplice opposizione tra “società civile” e sfera pubblica, la qual cosa significherebbe espandere ulteriormente l’influenza del privato e lasciare l’iniziativa politica a forme di potere obsolete. Si tratta, al contrario, di permettere agli individui di cimentarsi come cittadini e non come membri delle sfera privata, favorendo per quanto possibile il fiorire e il moltiplicarsi di nuovi spazi pubblici di iniziativa e di responsabilità.

La procedura referendaria (sia d’iniziativa governativa che d’iniziativa popolare, sia facoltativo che obbligatorio) non è che una delle tante forme di democrazia diretta – di cui, del resto, si è forse sopravvalutata la portata. Bisogna sottolineare ancora una volta che il principio politico della democrazia non è che sia la maggioranza a decidere, ma che il popolo sia sovrano. Lo stesso voto non è che un semplice mezzo tecnico di consultazione e manifestazione dell’opinione pubblica.

Questo significa che la democrazia è un principio politico che non può confondersi con i mezzi di cui si avvale, così come non può ridursi ad una idea puramente aritmetica e quantitativa. La qualità di cittadino non si esaurisce con il voto. Essa consiste piuttosto nell’individuare tutti i metodi che permettano di manifestare o rifiutare il consenso, di esprimere un rifiuto o un assenso. E’ necessario quindi esplorare sistematicamente tutte le forme possibili di partecipazione attiva alla vita pubblica , che sono anche forme di responsabilità e autonomia personale, poiché la vita pubblica condiziona l’esistenza quotidiana di tutti. Ma la democrazia partecipativa non ha soltanto una portata politica . Ha anche una portata sociale.

Favorendo i rapporti di reciprocità, permettendo il ricrearsi di un legame sociale, può aiutare a ricostituire solidarietà organiche oggi indebolite, a ricucire un tessuto sociale disgregato dall’ascesa dell’individualismo e della sua irruzione nel sistema della concorrenza e dell’interesse. In qualità di produttrice di socialità elementare, la democrazia partecipativa procede allora di pari passo con la rinascita delle comunità attive, la ricostituzione delle solidarietà di vicinato, di quartiere, dei luoghi di lavoro, ecc. ecc.

Questa concezione partecipativa della democrazia si oppone con forza alla legittimazione liberale dell’apatia politica, che incoraggia indirettamente l’astensione e porta al predominio dei gestori,degli esperti e dei tecnici. La democrazia, in fin dei conti, non poggia tanto sulla forma di governo propriamente detta quanto sulla partecipazione del popolo alla vita pubblica, di modo che il massimo di democrazia si confonda con il massimo di partecipazione .”Partecipare”, vuol dire prendere parte, vuol dire provare ad essere parte di un insieme o di un tutto ed assumere il ruolo attivo che deriva da questa appartenenza. ”La partecipazione, diceva René Capitant, è l’atto individuale del cittadino che agisce come membro della collettività popolare”. Il che dice bene quanto le nozioni di appartenenza, di cittadinanza e di democrazia siano collegate. La partecipazione sancisce la cittadinanza, che deriva dall’appartenenza. L’appartenenza giustifica la cittadinanza, che permette la partecipazione.

Conosciamo il motto repubblicano francese: ”Libertà, uguaglianza, fratellanza”. Le democrazie liberali hanno sfruttato il termine di “libertà”, le antiche democrazie popolari si sono impossessate dell’”uguaglianza”: la democrazia organica o partecipativa, basata sulla cittadinanza attiva e la sovranità del popolo, potrebbe essere il miglior modo di rispondere all’esigenza di “fratellanza”.

(traduzione di Marilena d’Arienzo e di Ginevra de Majo)

@barbadilloit

Di Alain de Benoist

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