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L’intervista. Alain de Benoist: “Nella guerra moderna la tecnologia non assicura la vittoria”

Pubblicato il 9 maggio 2014 da Nicholas Gauthier
Categorie : Cultura Le interviste
Alain de Benoist

Alain de Benoist

Una volta, i prìncipi cinici si facevano la guerra per espandere i loro rispettivi territori. Oggi, i conflitti sembrano aver cambiato natura…

Hanno cambiato natura perché la percezione della guerra è cambiata. Un tempo era considerata un evento spiacevole, ma della quale nessuna società poteva farne a meno. Gradualmente, si è affermata l’idea che della guerra se ne poteva fare a meno. Ciò ha portato nel 1928 al Patto Briand-Kellogg, firmato da 63 paesi i quali dichiararono solennemente che condannavano il ricorso alla guerra per la soluzione delle controversie internazionali e vi rinunciavano quale strumento di politica nazionale. Questo evidentemente non ha impedito lo scoppio della seconda Guerra Mondiale! Dal 1945, essendo stata la guerra di aggressione nuovamente messa fuori legge, si è presto trovato il modo per aggirare questo divieto. Una delle astuzie alle quali si è fatto ricorso è stato il concetto di “autodifesa preventiva”, della quale gli Stati Uniti e Israele sono stati i teorici. Ma la maggiore trovata è stata di decretare che era legittimo fare la guerra se i motivi erano di ordine eminentemente morale: il ripristino della democrazia, salvare le popolazioni civili, eliminare una dittatura. Il ricorso alla forza contro Stati sovrani è stato quindi giustificato da considerazioni di ordine interno. La Carta delle Nazioni Unite, inizialmente elaborata per il mantenimento della pace , è stata reinterpretata in parallelo per garantire il primato del “Diritto internazionale umanitario”, fosse anche per mezzo di un conflitto armato. Così sono nate le “guerre umanitarie”, ispirate dall’ideologia dei diritti umani.

Hanno cambiato natura perché la percezione della guerra è cambiata. Un tempo era considerata un evento spiacevole, ma della quale nessuna società poteva farne a meno. Gradualmente, si è affermata l’idea che della guerra se ne poteva fare a meno. Ciò ha portato nel 1928 al Patto Briand-Kellogg, firmato da 63 paesi i quali dichiararono solennemente che condannavano il ricorso alla guerra per la soluzione delle controversie internazionali e vi rinunciavano quale strumento di politica nazionale. Questo evidentemente non ha impedito lo scoppio della seconda Guerra Mondiale! Dal 1945, essendo stata la guerra di aggressione nuovamente messa fuori legge, si è presto trovato il modo per aggirare questo divieto. Una delle astuzie alle quali si è fatto ricorso è stato il concetto di “autodifesa preventiva”, della quale gli Stati Uniti e Israele sono stati i teorici. Ma la maggiore trovata è stata di decretare che era legittimo fare la guerra se i motivi erano di ordine eminentemente morale: il ripristino della democrazia, salvare le popolazioni civili, eliminare una dittatura. Il ricorso alla forza contro Stati sovrani è stato quindi giustificato da considerazioni di ordine interno. La Carta delle Nazioni Unite, inizialmente elaborata per il mantenimento della pace , è stata reinterpretata in parallelo per garantire il primato del “Diritto internazionale umanitario”, fosse anche per mezzo di un conflitto armato. Così sono nate le “guerre umanitarie”, ispirate dall’ideologia dei diritti umani.

Ormai è grande l’impressione che, non contenti di battere il nemico, si debba annientarlo, criminalizzarlo o convertirlo… non abbiamo visto parodie di crociata, avendo i diritti dell’uomo sostituito i Vangeli ?

Non appena si è sul terreno della morale, una tale evoluzione è inevitabile. Le guerre di religione sono per definizione le più letali, perché il nemico non è più percepito come un avversario del momento, che potrebbe diventare un alleato se le circostanze dovessero cambiare, ma come una figura del Male. E’ per porre fine alle guerre di religione che è nato, all’indomani del trattato di Westfalia (1648), un nuovo diritto di guerra (jus ad bellum), legato all’avvento del cosiddetto jus publicum europaeum. Il suo obiettivo esplicito era di umanizzare la guerra, di “darle una forma”, secondo l’espressione di Vattel. Era una guerra allo Justus hostis: si ammetteva che lo stesso soggetto che si combatteva avrebbe potuto avere le sue ragioni. Era il nemico, ma non era il Male. La vittoria era accompagnata da un trattato di pace e nessuno cercava di perpetuare, all’indomani dei combattimenti, un’ostilità che non aveva più motivo di essere.

Le guerre ideologiche moderne richiamano le vecchie guerre di religione, con le quali hanno una relazione evidente: c’è sempre una contrapposizione fra Bene e Male. Queste guerre ripropongono il modello medievale della guerra justa causa, la “guerra giusta”. Il nemico, da quel momento è considerato come un criminale, un delinquente, che non bisogna soltanto vincere ma del quale si deve sradicare ciò che rappresenta. Le guerre “umanitarie” di oggi sono delle guerre in nome dell’umanità: chi combatte in nome dell’umanità tende necessariamente a guardare coloro che combatte come esseri fuori dall’umanità. Contro un tale nemico, tutti i mezzi diventano buoni, a partire dai bombardamenti di massa. Quindi si cancellano tutte le distinzioni tradizionali: tra combattenti e civili, tra fronte e retrovia, fra polizia e esercito (le guerre diventano “operazioni internazionali di polizia”) e, alla fine, fra guerra e pace, poiché con la “rieducazione” delle popolazioni conquistate, la guerra prosegue in tempo di pace. Quanto al soldato, come scrive Robert Redeker, autore di Soldato impossibile, è “sostituito da un misto di poliziotto, gendarme, volontario umanitario, assistente sociale, infermiere e pedagogo” incaricato di “convertire, punendo i recalcitranti, tutti gli Stati ai diritti dell’uomo e alla democrazia”. Questo non è più che un’apparenza di soldato.

D’altra parte, non si finiscono di vantare le “guerra pulite” con “zero morti”. Non vi sarebbe contraddizione?

Nel migliore dei casi, “zero morti” è un dato mai considerato come “i nostri”! Le perdite nemiche non sono mai prese in considerazione. L’idea è nata dall’evoluzione delle tecniche di guerra. Si è passati dal corpo a corpo all’ascia, poi alla balestra, alla palla di cannone, alle bombe aeree. Per essere chiari: la distanza tra chi uccide e chi viene ucciso non ha mai smesso di aumentare. L’aereo che fa cadere le sue bombe incendiarie sulle popolazioni civili non assume rischi se il nemico non dispone né di batterie antiaeree né di missili terra-aria. Oggi si raggiunge il massimo con i droni che uccidono le persone a centinaia in Afghanistan, ma sono gestiti da funzionari degli Stati Uniti che premono dei bottoni come se stessero giocando con un videogioco.

Tuttavia, l’uso di strumenti tecnologici sempre più sofisticati non garantisce la vittoria: vincere una battaglia non è vincere la guerra. E’ stato evidente in Iraq e in Afghanistan: è dopo i successi iniziali che cominciano i problemi. “In guerra, ogni giocatore fa la legge dell’Altro”, ricordava Clausewitz. In Francia, dove l’esercito rappresenta soltanto 119.000 uomini, non si è finito di ridurre gli effettivi e il bilancio della Difesa (ora è l’1,5 % del pil), con il risultato che l’esercito francese non ha più i mezzi per intervenire su più di un fronte. Recentemente il generale Vincent Desportes, ex direttore della Scuola di Guerra ha sottolineato: “Delle forze ridotte altamente sofisticate sono sempre più in grado di vincere le battaglie e sempre meno capaci di vincere le guerre, soprattutto organizzate per i conflitti che non si vogliono affrontare”. (da Boulevard Voltaire)

@barbadilloit

Di Nicholas Gauthier

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