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Libri. “Wikipedia. L’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione”

Pubblicato il 23 gennaio 2014 da Andrea Scarabelli
Categorie : Libri

wikipediaChi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato. Come non riconoscere in queste parole – uno dei celebri motti del Big Brother orwelliano – la descrizione assai efficace di una delle dinamiche più note del potere? La traccia di 1984 è stata recentemente scelta come filo rosso in un saggio edito per i tipi di Bietti e firmato da Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci. Esso nasce proprio per rispondere alle domande poste dal grande scrittore inglese. Chi controlla il presente? La risposta, a detta dei due autori, non può che essere una sola: Wikipedia, veicolo informativo la cui influenza nel mondo giornalistico, culturale e massmediatico è in costante ascesa.

Lo studio in questione, il cui sottotitolo L’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione già contiene le linee direttrici che ne animano le riflessioni, espone la storia del progetto Wiki, dagli esordi fino agli ultimi sviluppi, ma anche la sua fenomenologia, i piani in cui è articolato e le regole a cui la stesura delle “voci” è sottoposta. È insomma un manualetto piuttosto utile, che svela ai “profani” i retroscena di una tra le fonti di informazione più utilizzate – anche se molti di quelli che vi attingono a piene mani negano a tutti i costi di esserci capitati, anche per sbaglio – e influenti.

Wikipedia, scrivono i due autori, dispone di potenzialità incredibili. Il fatto che tuttora sia fatta oggetto di scomuniche aprioristiche poco importa: viviamo in una fase di transizione, e chi arriccia il naso innanzi ai cambiamenti, interessato semplicemente a mantenere il proprio status quo, arroccandosi in una torre d’avorio, verrà travolto dagli eventi. Ad onta del loro sdegno, pregiudiziale e prevenuto, rimane un dato di fatto: l’Enciclopedia Libera è il primo esperimento di un sapere organizzato e collettivo. Essendo aperta a una pluralità di interventi, gli uni sottoponendo a revisione gli altri, offre la possibilità di costruire il sapere in un modo (sempre più) lontano da ideologie e interessi personali. La sua utilità è pertanto ancora maggiore in un Paese come il nostro, all’interno del quale l’ideologizzazione è all’ordine del giorno (ve la ricordate la famosa canzoncina di Giorgio Gaber su Destra e Sinistra?). Proprio la possibilità che siano diversi utenti a correggersi vicendevolmente, senza che a muoverli siano appetiti di natura economica o di puro presenzialismo (i nomi stessi degli autori sono eclissati da nicknames), potrebbe preludere a un superamento degli steccati ideologico-politici, in vista di una visione – finalmente – oggettiva e distaccata del nostro passato. Superando, insomma, quella dicotomia tra “guelfi e ghibellini, che è la palla al piede dello Stivale da dieci secoli” (p. 343), come notano con acume i due autori.

Ma com’è percepito abitualmente questo sforzo da coloro che sono esterni all’iniziativa? Se ascoltiamo la vox populi odierna, per come si esprime sulle colonne dei giornali, nei talkshow televisivi e nella stessa rete, possiamo notare immediatamente che le prese di posizione a proposito di Wikipedia si coagulano intorno a due polarità: da una parte, coloro che inneggiano a essa in modo acritico, vedendovi la realizzazione concreta e definitiva della democrazia rappresentativa, quintessenza del mondo moderno; dall’altra c’è chi, in piena mentalità da Ancien Régime, depreca il suo utilizzo a trecentosessanta gradi, criticandola a piè sospinto ogniqualvolta se ne presenti l’occasione.

Questo libro si scaglia contro ambedue le prospettive, indicandone una terza, critica, che soppesi i vantaggi e gli svantaggi offerti da questa nuova forma di comunicazione di massa. Da un lato, essa incarna la necessità di una definitiva liberazione del sapere, che preclude al solone di turno la possibilità di scegliere cosa è degno d’interesse da cosa non lo è, e che coinvolge le masse – soggetti (più o meno) consapevoli della politica odierna – nella produzione della cultura. Ma, d’altro canto, c’è anche il rischio che questa fucina d’idee cada nelle mani dei “Gendarmi della Memoria”, i quali, avvalendosi delle regole del “bispensiero”, censurano e deformano il nostro passato. E, dunque, il nostro presente e il nostro futuro, per tornare a Orwell. Si penserà si tratti di deliri ossessivo-compulsivi: invece, il libro firmato da Mastrangelo e Petrucci contiene un’ampia rassegna di alcuni dei casi nei quali, anche in seno a un progetto “libero”, sono invero élites composte da poche decine di persone a influire sulla produzione del pensiero, del tutto escludendo punti di vista non allineati ai loro dettami. Ecco il paradosso: da un progetto che nasce ergendosi contro le oligarchie e le “caste” (termine quanto mai inflazionato) si passa alla costituzione di nuove cricche che si eleggono a guardasigilli del Pensiero Unico e del “politicamente corretto”, ignorando e squalificando quanto esula dalle categorie di “post-marxismo” e affini. Niente di nuovo, in fin dei conti. Triste da riconoscersi, ma è così: questo meccanismo si ripete infatti ossessivamente anche in ambiti diversi da Wikipedia, nei quali è la malafede, unita a una certa dose d’ignoranza e di partito preso, a decidere cosa debba essere messo agli atti e cosa invece all’indice.

Le potenzialità di Wikipedia, insomma, rischiano di subire derive da SocIng (sempre a proposito di Orwell…), laddove a veicolare le informazioni non è più la comunità ma piccoli gruppi, strategicamente – gramscianamente – organizzati, desiderosi di imporre un unico punto di vista: il tutto, sfruttando l’equazione “uno vale uno” (adottata peraltro anche da certe frange politiche il cui modus operandi ha avuto in Wikipedia una fase d’incubazione sempre più evidente), formula che cela tuttavia una gerarchia camuffata dal consenso di pochi, pochissimi. Quelli più uguali degli altri, per capirci, come il nostro scrittore inglese denunciò in Animal farm.

Qui risiede forse uno degli snodi più interessanti del libro: non si comprende questo nostro tempo senza passare per Wikipedia, diorama del mondo odierno, con le sue luci e le sue ombre, le sue vittorie e ambiguità. Nelle discussioni intorno alla produzione di quelle “voci” che appaiono per prime in ogni ricerca su Google possiamo vedere all’opera i medesimi meccanismi che regolano la cultura “alta”.

Pertanto, opporsi a essa non è solo inutile (e in fondo impossibile…) ma altresì controproducente. Forse sarebbe preferibile confrontarsi con quella che è una produzione del nostro tempo, tanto importante da non meritare di essere abbandonata agli stessi meccanismi faziosi e partigiani che sempre più spesso vediamo spadroneggiare nel panorama culturale di questo nostro sciagurato Paese. Non occorre scomunicarla a priori ma tentare di migliorarla, in quanto “lasciarla in mano a una minoranza significa delegare ad essa il diritto di decidere i filtri attraverso i quali la realtà verrà descritta nel futuro. Una rinuncia che ha dell’assurdo, una volta tanto che nell’età delle masse viene concesso concretamente all’uomo della strada di poter operare un’azione efficace che ha effetto sulla realtà” (p. 348). Il manifesto che chiude il volume offre proposte concrete – che coinvolgono le istituzioni, l’istruzione e i mass media – a che la sburocratizzazione wikipediana possa avere luogo, per realizzare l’anima migliore del progetto, superando al contempo quelle derive ideologiche cui va incontro lo studio del nostro passato, non appena finisce nelle mani dei “Guardiani della Memoria”. Perché la scommessa si risolve in questi termini: il passato, dunque il presente. Ma, anche e soprattutto, il futuro.

*Wikipedia. L’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione di Emanuele Mastrangelo, Enrico Pistrucci )Edizioni Bietti, Milano 2013, pp. 391, € 16)

@barbadilloit

Di Andrea Scarabelli

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