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Il caso. Le camicie verdi francesi di Dorgères “forconi” ante litteram

Pubblicato il 8 gennaio 2014 da Amerino Griffini
Categorie : Cronache Cultura

forconi1Henri Dorgères, nom de plume adottato da Henri-Auguste d’Halluin, dalla fine degli anni ’20 fino a tutti i ’30 fu l’alfiere del movimento francese delle “camice verdi”.

Formato politicamente alla scuola dell’Action Française ai tempi nei quali studiava nella Facoltà di Legge dell’Università di Rennes divenne il difensore del mondo contadino francese, dando vita ad un movimento che, nello stile dell’epoca delle “camicie”, scelse di indossare quelle verdi ( chemises vertes), che organizzò in una sorta di squadrismo rurale destinato a dilagare in tutto il Paese in lotta contro lo Stato accentratore e giacobino.

Dorgères 1Nel 1935 espose le linee della sua visione delle cose nel libro “Haut les fourches!” (“In alto i forconi”, che divenne anche il grido di battaglia del movimento oltre che la testata di uno dei suoi organi mensili), identificando i nemici nella burocrazia statale, nel capitalismo urbano e negli speculatori finanziari, contrapponendo a tutti costoro l’idilliaco mondo contadino, le strutture sociali tradizionali, la famiglia come nucleo fondamentale, il territorio con le sue particolarità e le sue tradizioni, gli anciennes valori morali, la corporazione del lavoro…. il tutto riassumibile nel trinomio “Travail, Famille, Patrie” che troverà il suo Stato ideale nella Révolution nationale della Francia di Vichy.

Dorgères era un ottimo oratore, capace di riunire meeting di migliaia di persone ovunque, folle che riusciva a coinvolgere in una sorta di comunione rituale, ragione per la quale, probabilmente, gli fu impedito in ogni modo di accedere a trasmissioni radiofoniche.

Dorgères e il suo movimento seppero trovare le risposte giuste ai problemi generati dalla triplice crisi che attanagliava le campagne francesi dalla fine degli anni ’20: la crisi economica causata dal crollo di Wall Street del 1929, quella culturale che aveva visto la caduta di stima e la perdita dei valori del mondo contadino a favore della vita moderna delle grandi città, e la crisi politica di rappresentanza, l’assenza di ruolo, di capacità di incidere nelle scelte del Paese da parte delle campagne.

Oltre a tutto ciò il mondo contadino era attraversato da conflitti di classe e vessato da esose tassazioni da parte di uno Stato sempre più alla ricerca di denaro. Come se non bastasse, le campagne erano state colpite da eventi naturali come quello della fillossera della vite, un insetto che, alla fine dell’800, aveva dimezzato i vigneti francesi.

Politicamente la formazioni più vicine alle “camicie verdi” furono le Jeunesses Patriotes, formazione giovanile fondata da Pierre Taittinger nel 1924 dopo la vittoria del Cartello delle Sinistre nel maggio di quell’anno e, successivamente, quella del Parti Social Française (PSF) (fondato nel 1936 dopo lo scioglimento delle Croix de feu). Ma si trattò più di simpatie ricambiate e qualche manifestazione in comune piuttosto che alleanze o raccordi politicamente organici.

Del resto l’organizzazione di Dorgères, radicata in buona parte della Francia profonda aveva nemici a Destra a Sinistra: a Destra perché riuscì a rimpiazzare quasi per intero con autentici agricoltori la categoria dei notabili di campagna, una oligarchia che si trovava alla testa delle organizzazioni di agricoltori locali e che pensava oltre che ai propri interessi ad eseguire gli ordini della politica cittadina; a Sinistra perché questa svolgeva solo un ruolo di classe, occupandosi solamente di agitare lo spezzone proletario, quello degli operai agricoli, usando l’arma dello sciopero e i rancori sociali; un contrasto risolto dal movimento – come vedremo – con la visione corporativa del settore, quindi mirando all’interesse di tutti. Infine, sia Destra che Sinistra erano concordi nel trattare i loro antagonisti con lo stereotipo delle “teste dure contadine”.

Dorgères fu l’unico leader nella storia della Francia rurale, liberamente accettato dalla maggioranza del mondo agricolo oltretutto essendo riuscito a organizzare la più pericolosa e seria rivolta contadina nel Paese, dopo le quelle della chouannerie in Vandea seguite alla Rivoluzione giacobina.

Tra i suoi meriti ci furono di sicuro quelli di essere riuscito, con la fondazione della Corporazione dei contadini a superare gli steccati che contribuivano a rendere debolissimo il mondo agricolo francese rispetto al potere centrale: le divisioni sociali e anche quelle politico-religiose tra clericali e anticlericali.

Fondamentale fu la visione del mondo che il leader aveva acquisito ai tempi della sua militanza nell’Action Française, caratterizzata in particolare dai valori della comunità di villaggio, della famiglia e dell’artigianato. Con la Corporazione riuscì a dar vita al sogno di un mondo agricolo unito nella lotta.

Ovviamente l’accusa più semplice contro Dorgères e i suoi fu quella di essere “fascisti”, etichetta che il leader rifiutò sempre.

Del resto, il movimento si tenne lontano anche dalla politica parigina che raggiunse il suo culmine critico il 6 febbraio 1934 con i famosi scontri davanti alla Camera dei deputati e in Place de la Concorde conseguenti agli scandali politici della Repubblica, quando le leghe di estrema destra dovettero contare tra le loro fila 14 morti e oltre duemila feriti negli scontri con la Polizia nella drammatica giornata di protesta.

Probabilmente se le campagne si fossero mosse assieme ai manifestanti parigini la storia francese sarebbe stata diversa se si pensa che tra 1934 e 1935 la rivolta contadina guidata da Dorgères fu considerata il pericolo maggiore per la Repubblica.

Dorgères se ne accorse subito dopo il 6 febbraio di aver commesso un errore non saldando la lotta delle Leghe, degli ex combattenti con quella degli agricoltori che avrebbero potuto facilmente trovare un programma politico comune in grado di affrontare il Regime.

Un’esigenza che i giovani militanti evidentemente sentivano scandendo lo slogan: “Braccia nude e mani pulite, andiamo a ripulire Parigi!”,

La storia del movimento era iniziata nel 1928 quando il Dorgères, ormai da due anni direttore de giornale “Progrès agricole de l’Ouest”, decise di dar vita ai primi Comités de défense paysanne che si diffusero rapidamente una volta consolidate le prime zone di forza in Bretagna, Normandia e Provenza.

Contemporaneamente grazie all’aiuto del duca d’Harcourt, proprietario di una catena di giornali, riuscì a creare una società di stampa agricola fatta di giornali locali (uno dei quali stampato su carta verde) di settimanali e mensili che ebbero un ruolo non indifferente nella penetrazione delle idee del movimento negli ambienti rurali.

Il piccolo impero editoriale si poteva mantenere oltre che con le vendite (globalmente una diffusione media di circa trecentomila copie) anche con una oculata distrubuzione delle inserzioni pubblicitarie (perlopiù di prodotti legati al mondo dell’agricoltura) gestita centralmente da un apposito Office fédéral de la publicité agricole.

Il balzo in avanti avvenne quando confluirono nel Comité il Parti agraire et paysan français guidato dal prof. Gabriel Fleurant (noto con lo pseudonimo di “Agricola”), l’Union national des syndicats agricoles di cui era Segretario generale l’aristocratico Jacques Le Roy Ladurie, teorico del cattolicesimo sociale (padre del futuro famoso storico antropologo, Emmanuel Le Roy Ladurie), che si inseriva nel filone delle idee di Frédéric Le Play e di René de La Tour du Pin; infine il Bauernbund di Joseph Bilger che in Alsazia era riuscito a dar vita ad una struttura cooperativa-corporativa in difesa dei produttori di latte che in breve era riuscita a sconfiggere la potente congrega degli intermediari che lucravano vergognosamente e smodatamente sulla fatica dei piccoli produttori del settore. Attorno a queste quattro personalità: Dorgères, Le Roy Ladurie, Bilger e Agricola si coagulò il mondo contadino francese.

Nel 1932, in seguito alla vittoria della coalizione elettorale di Centro-sinistra guidata dal Parti radical-socialiste le condizioni del mondo rurale francese si aggravarono ulteriormente a causa di una ulteriore pressione fiscale e ad accordi commerciali internazionali presi dal nuovo governo che penalizzarono l’agricoltura nazionale, il movimento delle camicie verdi (che ormai poteva contare su una struttura militante di circa 30.000 giovani inquadrati nelle Jeunesses Paysannes) ebbe facile presa sia per le condizioni di vita del settore che per il distacco “morale” che contraddistingueva tutta la classe politica militante del movimento dagli scandali parigini.

L’impegno personale di Dorgères, vero missionario politico, e il suo stile di vita, mai messo in discussione, erano pari alle sue capacità oratorie e al suo carisma. Conduceva una vita semplice con bisogni essenziali, sempre abitando in una modesta abitazione di Rennes, raggiungendo i luoghi dei suoi comizi in tutta la Francia, viaggiando sulle dure panche dei vagoni di terza classe dei treni, spesso dormendo sugli stessi treni per rispettare gli impegni pressanti; un anno riuscì a tenere 250 tra comizi e incontri pubblici, sfruttando al meglio delle occasioni che non richiedevano troppo sforzo organizzativo: prendendo la parola nei mercati settimanali delle città, in occasione delle fiere annuali e delle grandi feste religiose locali, imitato in ciò da altri oratori del movimento che si occupavano delle occasioni numericamente meno inportanti.

Quella sorta di apostolato itinerante fu lo strumento essenziale della propaganda delle camicie verdi.

Nel 1933 Dorgères finì per la prima volta in carcere (28 giorni) per aver manifestato in favore di un agricoltore della Somme che si era rifiutato per principio di subire un’imposizione fiscale statale.

Due delle più clamorose – e veramente incisive – azioni politiche messe in atto dagli agricoltori furono quelle in direzione della fiscalità e delle banche quando nel 1935, diversamente dalle consuete minacce mai messe in atto da parte di partiti parolai (e probabilmente corruttibili) di destra, si assistè ad una vera rivolta “pacifica” nella forma ma letale nella sostanza: da una parte una gran massa di agricoltori si rifiutò davvero di pagare le tasse e dall’altro effettuò veramente il ritiro massiccio dei risparmi dalle banche.

Il Sistema, colpito al cuore, reagì come era immaginabile: la Magistratura inquisì e perseguì Dorgères e gli esponenti più in vista del movimento con l’accusa di aver incitato al rifiuto collettivo del pagamento delle imposte.

Politicamente i partiti fecero fronte contro la minaccia che arrivata dalle campagne: nello stesso anno in elezioni parziali a Blois, Dorgères fu in testa al primo turno per il Senato, ma al secondo la coalizione politica delle sinistre (e non solo) ebbe la meglio; stessa sorte ebbe Modeste Legouez, un agricoltore di 26 anni che per soli 700 voti non riuscì a vincere nel confronto elettorale con Pierre Mendès-France, sconfitta causata da una frase antisemita sulla quale ruotò tutta la campagna contro il giovane Legouez.

Nel maggio 1936, la vittoria elettorale del Front Populaire segnò l’avvio di un nuovo conflitto radicale tra “cintura verde” delle campagne e la “cintura rossa” delle periferie operaie cittadine.

A fronte del nuovo attacco alle campagne attraverso l’agitazione degli operai agricoli, il movimento di Dorgères reagì cambiando il nome al nucleo di base dell’organizzazione (che da Comités divenne Syndicats) e dall’altro coinvolgendo sempre più la fascia più debole tentata dal comunismo, quella dei salariati in agricoltura, dando vita a delle “commissioni miste arbitrali” per risolvere i conflitti del lavoro (sulla scia di ciò che avveniva nella Germania del III Reich con i “Tribunali d’onore del lavoro”).

Il movimento giunse infine ad usare un’arma classica dei suoi avversari: lo sciopero.

Probabilmente (abbiamo scarsa documentazione al di là di ciò che resta della stampa del movimento) utilizzando lo strumento delle “casse di resistenza” in aiuto degli scioperanti, il movimento organizzò gli scioperi dei mercati (delle Halles) bloccando quelli della capitale, quando impedendo l’arrivo della verdura, quando quello della frutta….. risposta alle imposizioni dei prezzi tutte a favore della macchina statale e a detrimento del lavoro agricolo.

Questa metodologia d’azione costò a Dorgères tre arresti nel giro di tre mesi, sempre avvenuti nei mercati dove stava spiegando le ragioni dello sciopero.

In un’altra parte di Francia, in quella d’Oltremare, i responsabili algerini del movimento, Felix Dessoliers e suo fratello, usarono un metodo meno pacifico, gettando a mare, ad Orano, i carichi di frumento provenienti dal Canada.

Le ragioni delle mobilitazioni erano quasi sempre legate al territorio e alle sue particolari colture: il frumento nel Calvados (dove il movimento operava come “corporazione del frumento”); il latte e tutta la catena commerciale del burro nell’Alsazia; la produzione del sidro in Normandia; le fragole di Plougastel in Bretagna, e poi le zone vinicole, quelle delle patate, delle cipolle, dei cavolfiori…… protesta comune a tutti quella contro le vessazioni fiscali.

Il primo comune a diventare interamente dorgèrista fu quello di Pleuven, nel Finistère dove il giovane sindaco (30 anni) Jean Chalony era divenuto famoso per le sue clamorose proteste – indossando il costume tradizionale bretone – contro gli effetti fiscali catastrofici provocati dalla revisione catastale in un momento già difficile a causa della crisi economica; una protesta quella di Chalony che giunse al limite di una rivolta generale di tutta la Cornovaglia.

Il comune di Pleuven, conquistato da Chalony e dai suoi, divenne un modello di gestione e nonostante le persecuzioni giudiziarie che si abbatterono sul suo sindaco accusato di aver “organizzato il rifiuto collettivo del pagamento delle imposte”, restò inintererrotamente alla guida del comune fino al 1944 e che anche dopo la repressione dell’epurazione selvaggia che lo colpì nel dopoguerra, continuò ad essere consigliere comunale e vice sindaco di quattro comuni della zona.

Alla militanza delle camicie verdi che battevano con i loro brevi comizi i mercati, dal 1938 si affiancò una nuova struttura militante, quella della Ligue des fermières, la lega delle fattoresse, giovani donne che si occupavano dell’agitazione sindacale nei mercati tenendo brevi discorsi, utilizzando una strategia collaudata di non dilungarsi troppo per non far cadere il livello dell’ascolto degli uditori e contemporaneamente riuscendo a dileguarsi prima dell’arrivo della polizia.

Tutto l’insieme dell’azione militante era destinato a colpire profondamente chi veniva a contatto con il movimento; gli oratori avevano facile gioco nel contrapporre moralmente le loro virtù contadine agli appetiti dei decadenti cittadini.

Alla fine anche il partito comunista capì che doveva entrare in competizione più che contrastare le camicie verdi. Lo fece in particolare tentando di inserirsi nelle manifestazioni di massa che venivano organizzate contro le vendite giudiziarie, manifestazioni quasi spontanee data la collera contadina che queste automaticamente producevano .

Sono state cercate analogie con i fascismi, qualcuno le ha individuate con certi aspetti della Legione dell’Arcangelo Michele romena di Codreanu; un paragone politico azzardato ci potrebbe portare ad accostare Dorgères al leader del movimento “verde” del nazionalsocialismo tedesco, Walter Darré.

L’accostamento ai fascismi è reso ancor più facile dall’estetica usata dai militanti verdi che salutavano con il braccio teso “alla fascista”, un saluto che negli anni Trenta andava di moda in mezzo mondo tra i simpatizzanti dei fascismi.

Una simpatia che anche nel caso del movimento contadino francese era palese ma non risulta ci siano stati rapporti con i fascismi al potere ne con altri.

Tra le tante occasioni perdute dai fascismi una delle più importanti fu quella di non aver ragionato in termini di “internazionale”fascista.

Al momento dello scoppio della guerra il movimento degli agricoltori aveva raccolto 420.000 aderenti, la più forte organizzazione paysanne della Francia. Dorgères combatté in Alsazia in un reparto alpino con il grado di caporale e poi nell’ultima difesa nella Somme. Fatto prigioniero dai tedeschi risucì a fuggire durante il viaggio verso lo Stalag.

Dopo l’armistizio e con il nuovo Stato francese nel territorio libero del Sud, amministrato da Pétain secondo i principi della “Révolution nationale”secondo i quali gli agricoltori erano onorati e considerati come la base dell’esistenza del Paese, Dorgères fu chiamato a far parte del Conseil national, l’Assemblea che avrebbe dovuto redigere la nuova Costituzione e svolgere il ruolo provvisorio che era stato del Parlamento nell’amministrazione del nuovo Stato.

Un’Assemblea della quale facevano parte 77 senatori e deputati di varie formazioni che avevano scelto di restare a Vichy e 136 rappresentanti delle élites culturali e sociali del Paese, come il fisico Louis de Broglie e Louis Lumière (uno dei fratelli Lumière padri del cinema).

Ma a Dorgères, anche se accolto nel Conseil national, fu affidato un incarico marginale nell’ambito della Corporazione contadina (fondata con la legge del 2 dicembre 1940 ma creatura del teorico del corporativismo Louis Salleron), quello di responsabile della Propaganda, non certo quello che probabilmente avrebbe meritato, cioè di ministro dell’Agricoltura che fu invece affidato a Max Bonnafous un intellettuale socialista vicino a Marcel Déat che nell’anteguerra era stato uno dei nemici di Dorgères. Nel 1942 poi il ministero fu affidato a Jacques Le Roy Ladurie.

Dorgères (come Le Roy Ladurie) restò in posizione ostile alla Collaborazione con i tedeschi (una ostilità che risaliva alla Grande guerra e al nazionalismo dell’Action Française), come un po’ tutto l’ambiente che si era formato alla scuola di Charles Maurras.

Dilungarci ulteriormente sulle ricadute sul mondo contadino degli anni di Pétain ci porterebbe troppo lontano, basti accennare al fatto che molti dei provvedimenti a lunga scadenza presi da quel governo di emergenza in uno stato di guerra, divennero poi patrimonio della Francia del dopoguerra. Dorgères e gli altri leader verdi finirono in carcere e processati come si è accennato più sopra.

Il leader fu condannato a dieci anni e alla perdita dei diritti civili, ma restò nella lugubre prigione di Fresnes solo per i 19 mesi dell’istruzione del processo. Lo stesso nuovo ministro dell’Agricoltura, un socialista che era stato un suo nemico, testimoniò a suo favore.

Sempre mantenendo uno stile di vita sobrio e profondamente convinto di essere nel giusto nella sua battaglia per il mondo contadino francese, ritornò a far politica non appena fu possibile e nel 1956 fu eletto deputato nell’Ille-et-Villain, una circoscrizione della Bretagna, raccogliendo i voti sopratutto nei comuni più poveri. Fondamentale fu l’aiuto che ebbe in quelle elezioni dall’UDCA il partito populista di destra di Pierre Poujade che portò nell’Assemblea nazionale 52 deputati (con quasi due milioni e mezzo di voti), ma Dorgères rimase un isolato, eletto in una lista autonoma e iscrivendosi al Gruppo misto della Camera. Finì ancora in carcere, nel 1960 ad Amiens, partecipando ad una manifestazione dell’OAS per l’Algeria francese che finì con scontri con la polizia.

La sorte degli altri maggiori leader del movimento verde fu molto diversa uno dall’altro: Jacques Le Roy Ladurie quando fu ministro dell’Agricoltura tenne un piede nel Governo e uno nella Resistenza e alla fine della guerra non ebbe conseguenze di rilievo, nel dopoguerra fu più volte deputato in partiti di destra come il CNIP (Centre National des Indépendants et Paysans).

Joseph Bilger fu fortunato rispetto ai leader dell’autonomismo alsaziano che finirono fucilati dai francesi già allo scoppio della guerra; inserito in una unità combattente fu fatto prigioniero dai tedeschi e dopo l’armistizio quasi subito lasciato libero perché alsaziano; tornato nella sua regione si adoperò per i suoi compatrioti riuscendo a farne rimpatriare ben 18mila (tra questi anche un futuro Presidente del Consiglio francese e primo Presidente del Parlamento europeo, il democristiano Robert Schumann) e a ottenere la grazia per molti condannati; alla fine della guerra nonostante tutto ciò subì i rigori del carcere dell’epurazione, la nuova Francia fu particolarmente feroce con tutti gli autonomisti (dai bretoni, ai corsi, agli alsaziani) e con la loro scelta di campo; nel caso di Bilger la condanna fu a 10 anni di lavori forzati.

I fratelli Dessoliers, che erano già stati esclusi dal movimento nel 1936 quando, in seguito all’ennesimo divieto governativo di una manifestazione, sostennero che era necessario spostare il piano della lotta all’azione diretta, in Algeria si schierarono con il nazionalsocialismo. Gabriel Fleurant “Agricola” era morto nel 1936.

[Fonti: Robert O. Paxton, “Le temps des chemises vertes. Révoltes paysannes et fascisme rural 1929-1939″, Seuil, Paris, 1999;

Henry Coston, “Partis, journaux et hommes politiques d’hier et d’aujourd’hui”, pubblicazione a cura dell’autore, Paris, 1990; Pierre Zind, “Elsass-Lothringen, Alsace-Lorraine. Une nation interdite 1870-1940″, Copernic, Paris, 1979; Pierre Milza, “Fascisme français. Passé et Présent”, Flammarion, Paris, 1987]

@barbadilloit

Di Amerino Griffini

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