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Libri. “Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre” e la filosofia della responsabilità

Pubblicato il 4 gennaio 2014 da Giovanni Sessa
Categorie : Libri

CavalcareIl 5 novembre 2011, presso l’Accademia di Romania in Roma, la Fondazione Evola organizzò un interessante convegno di studi dedicato alla celebrazione dei cinquant’anni della pubblicazione di una delle opere più significative di Julius Evola, Cavalcare la tigre. Gli Atti di quel convegno sono ora a disposizione dei lettori con il titolo, Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre, nelle librerie per i tipi di Controcorrente, a cura di Gianfranco de Turris (per ordini: 081/421349, controcorrente_na@alice.it euro 10,00). L’opera del tradizionalista, si sa, prende il titolo da un motto estremo-orientale, teso ad indicare la via attraverso la quale trasformare il veleno della modernità in farmaco, e venne pubblicata per la prima volta nel 1961, negli anni del boom economico, a ridosso degli sconvolgimenti della contestazione del 1968. In realtà, come ormai è acclarato, il testo fu scritto dal filosofo romano almeno dieci anni prima.

I relatori di quella giornata di studio furono Andrea Scarabelli, Marcello Veneziani, Gennaro Malgieri e Giandomenico Casalino. Il primo, direttore editoriale della collana “L’Archeometro” della Bietti di Milano, nel suo contributo si occupa di Julius Evola nell’editoria di Vanni Scheiwiller: per un elogio del dissenso. Il giovane studioso ha avuto la possibilità di visionare e studiare il carteggio Evola-Scheiwiller (primo editore di Cavalcare) custodito presso il Centro Apice dell’Università di Milano. Dalla lettere si evince che le vicende editoriali di questo importante libro evoliano, ebbero avvio all’inizio degli anni Sessanta, per l’interessamento di tre studiosi di arte d’avanguardia che contattarono il filosofo, Claudio Bruni, Enrico Crispolti e Vanni Scheiwiller. Tra l’editore milanese e il pensatore svolse il ruolo di tramite l’egittologo Boris de Rachewiltz. L’interesse per Evola era sorto in Scheiwiller attraverso lo studio dell’opera di Alberto Savinio, autore attorno al quale avrebbe articolato la propria tesi di laurea. I contatti dei tre portarono ben presto all’organizzazione di una mostra retrospettiva delle opere pittoriche di Evola (novembre 1963) presso la galleria romana “La Medusa”, gestita da Bruni, in occasione della quale Scheiwiller pubblicò la ristampa de Le parole obscure e Bruni stesso scrisse un opuscolo di presentazione della mostra. L’editore chiese inoltre ad Evola di poter editare nuovamente il breve scritto Arte astratta, ormai introvabile. Il pensatore rispose negativamente, proponendo però all’editore, constatatane disponibilità ed interesse, la pubblicazione di Cavalcare la tigre.

Il testo, per evidenti ragioni ideologiche, era già stato rifiutato da altre case editrici. Aveva dato assenso alla pubblicazione “Atanor”, la cui distribuzione raggiungeva però un pubblico limitato, come si era constatato a seguito dell’uscita di Metafisica del sesso. Anche il tentativo presso Longanesi, messo in atto da Scheiwiller stesso, fallì. A questo punto l’editore, anticonformista per indole oltre che per scelta intellettuale, espresse parere favorevole all’inserimento di Cavalcare nella collana “All’insegna del pesce d’oro”. Quando, agli inizi del 1962, il libro venne distribuito, a causa delle polemiche pregiudiziali e preconcette, molti librai non ebbero il coraggio di esporlo nelle vetrine. Lo stesso editore ricevette lettere piccate, la più significativa delle quali, da Lamberto Vitali, collezionista ebreo di arte contemporanea. Questi rimproverò Scheiwiller della pubblicazione del libro di Evola, poiché questi, a suo dire, evocava ricordi razzisti. La risposta di Scheiwiller non tardò: in essa sostanzialmente, ricorda Scarabelli, sostenne di aver dato alle stampe Cavalcare, non solo perché ritenuto testo interessante, ma anche per non essere classificato come “fascista alla rovescia”. Che intorno ad Evola si stesse ordendo l’ostracismo e la congiura del silenzio è reso evidente da un articolo comparso su Il Giorno del 27 novembre 1963, nel quale un giornalista che si firmò A. B., tornò ad evocare il razzismo evoliano. Per la qual cosa, Scheiwiller replicò con uno scritto, apparso sullo stesso quotidiano, nel quale differenziava le posizioni di Evola da quelle del razzismo biologico. Il filosofo, informato della lettera di Vitali, della risposta dell’editore e dei due articoli, rispose dettagliatamente all’editore, esprimendo il proprio sconcerto per le falsità costruite a tavolino contro di lui e per i giudizi assolutamente imprecisi e faziosi sulla opera di un’intera vita.

Dalle risposte evoliane nacque l’intenzione di pubblicare un libro capace di dissolvere dubbi e preconcetti, l’autobiografia intellettuale del pensatore intitolata Il cammino del cinabro, preceduta da una Nota editoriale chiarificatrice a firma di Scheiwiller. Pertanto, Scarabelli nel saggio in questione ha mostrato, sotto il profilo della contestualizzazione storica, la genesi travagliata di Cavalcare la tigre. Dal suo studio si evince come l’editoria di Scheiwiller sia effettivamente stata un tentativo pubblicistico mirato ad elogiare il dissenso intellettuale, nell’Italia del boom e dell’emigrazione interna.

Marcello Veneziani nel contributo, La tigre che non fu cavalcata. Bilancio di una grande intuizione mezzo secolo dopo, sottolinea l’inattualità del libro, pur rilevandone il tratto propositivo: “…fu un libro di culto che pervase almeno tre generazioni di non conformisti” (p.52), che implicava pericolose, a suo giudizio, complicità con i demoni decompositivi della modernità. Insomma, Cavalcare portava in sé i germi di un possibile ’68 della destra colta, che nelle mani degli esponenti più radicali di quest’area politica, non certo per colpe dell’autore, divenne un libro con potenzialità velleitarie. Ciò è attestato, secondo il noto saggista, dall’esperienza ideologicamente ibrida del nazi-maoismo. In ogni caso, sostiene Veneziani, il libro in questione rappresentò per Evola un ritorno all’origine, al dada e all’autarca. Chi tentò di cavalcare la tigre, questo il bilancio conclusivo, fu disarcionato e così oggi ci resta un’opera superba che non invita più all’impresa per cui era stata scritta. Su questa chiusa pessimista, ci permettiamo di dissentire. Infatti, è proprio la fuoriuscita dal soggettivismo filosofico, come rilevato da Di Vona, che si mostra nelle pagine di Cavalcare, accompagnata dal recupero di uno sguardo di Nuova Oggettività sul mondo, che consente ancora oggi di instaurare, attraverso queste pagine di Evola, un proficuo colloquio con la cultura più vivace e critica dell’Europa contemporanea e rende il pensatore romano uno degli autori di riferimento imprescindibili per un possibile Nuovo Inizio.

Gennaro Malgeri in, L’Anarca tra Evola e Jünger, affronta il tema delle relazioni tra questi due autori, sviluppando un approccio comparativo a Cavalcare e a Il trattato del ribelle. Nei due libri, entrambi gli studiosi si sono confrontati con l’epoca del nichilismo, del disincanto del mondo, della povertà estrema, in termini heideggeriani, della realtà contemporanea. Le loro Vie sono risultate dei tentativi di portarsi oltre la linea segnata dal regno del nulla, che hanno per protagonista un individuo capace di autolibrerazione, pur nella certezza che questo percorso sia votato all’aporeticità in quanto alieno da ogni forma di perfettismo neognostico ed utopistico. Si tratta di una riscoperta dell’utopia classico-platonica.

Per questo, Giandomenico Casalino nel saggio, Cavalcare la tigre: archetipo dello stato superiore del pensiero, ripropone il confronto tra le posizioni evoliane e, più in generale, tra le posizioni idealiste e quelle dell’ermetismo. Cavalcare: “…contiene…lo stupore filosofico della rivelazione del Sé, della sua naturale emergenza nell’uomo che non è più tale ma oramai differenziato” (p. 74). Evola, insomma, ribadisce nella parte centrale di questo libro, che la dimensione della trascendenza è effettuale allo svegliarsi, al sapere di essere sempre stato solo e soltanto il Sé. Cavalcare la tigre è innanzitutto dottrina: “…del Destino cosmico, che sempre inizia e termina…per poi rinnovarsi in circolo” (p. 76). Essa coincide con la filosofia stessa, intesa in termini platonico-ermetici, come grande tentativo eroico.

Dopo aver brevemente presentato questo testo su Cavalcare, è forse bene ricordare, come fa de Turris in Prefazione, che il libro di Evola è stato paragonato al Manuale di Epitteto. Dello stoicismo manifesta un tratto costitutivo: il primato dell’egemonikon. Ciò rende Cavalcare una delle massime espressioni della filosofia della responsabilità che siano state pensate nel mondo contemporaneo. Di essa l’uomo dei nostri giorni ha bisogno come il nomade dell’acqua nel deserto. E’ un testo sempre giovane ed attuale che apre spazi di vita e di pensiero inusitati.

*Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre (euro 10, Controcorrente)

Di Giovanni Sessa

Una risposta a Libri. “Julius Evola. Cinquant’anni di Cavalcare la tigre” e la filosofia della responsabilità

  1. La Tigre fu cavalcata e come, e se fallisce e proprio grazie ai cattivi interpreti degli Uomini sulle Rovine, ed e’ vero che tre generazioni sono rimaste bruciate, ma semplicemente perche’ hanno ‘ osato’ ; e se non ci fossero stati quei tentativi avremmo avuto semplicemente il niente … Oppure Veneziani pensa che le sue variabili liberal/cattoliche di destra, quelle che un tempo ‘ processavano l’ Occidente’ ed oggi ci vorrebbero tutti ‘ ad Itaca ‘ a riabbracciare spergiuri, trombati e traditori di ogni risma, sia la via privilegiata ? A macchiavelli, continiamo a preferire i Titani, Nietzesche , Evola, Junger, sopratutto nel loro pensiero estremo e non ricomponibile … Ovvero quello che punta dritto alla Liberazione.

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