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Il caso. Letta lancia la sfida dei quarantenni: una generazione di fenomeni?

Pubblicato il 24 dicembre 2013 da Antonio Rapisarda e Nuccio Bovalino
Categorie : Politica

enni«Generazione di fenomeni», così Jacopo Volpi raccontava le imprese della nazionale italiana di volley negli anni ’90: tutti giovani e imbattibili. Enrico Letta, salutando il 2013 come l’anno della «svolta generazionale» nella sua conferenza stampa, ha un po’ enfatizzato un dato oggettivo: quello che ha visto, nel giro di pochi mesi, una cinquina di giovani calcare il palcoscenico della politica nei ruoli di primo piano. Un dato, nel Paese che invecchia di più in Europa, di certo in controtendenza. Occorre stabilire, però, quali siano stati i percorsi che hanno portato questi trenta-quarantenni ad emergere. E, più in generale, se la loro azione abbia rappresentato o possa rappresentare davvero quello scarto in avanti di cui tanto il Paese ha bisogno.

Enrico Letta, l’eterno “giovane”. Quarantasei anni, premier dall’aprile di quest’anno, il “giovane” Letta in realtà è un politico di lungo corso. Già ministro (due volte), sottosegretario di Stato, e prima ancora presidente dei Giovani democristiani e vicesegretario del Partito popolare italiano. Scelto da Giorgio Napolitano nel momento di vacatio più difficile della Seconda repubblica, i suoi buon uffici (frutto del lavoro del suo think tank VeDrò) e la rete di contatti dello “zio” (di qui il “giovane”) Gianni Letta sono stati giudicati sufficientemente rassicuranti per puntare su di lui per la seconda manche del governo di responsabilità. I suoi mesi alla guida del governo? Se si tolgono i problemi legati alle gaffe dei suoi ministri e il braccio di ferro sull’Imu (vittoria di Pirro di Berlusconi), il resto rimane una sfilza di coniugazioni al futuro: faremo, stabiliremo, risolveremo. Come un macigno pesa la bocciatura della sua legge di stabilità non solo di Confindustria e sindacati ma anche (e soprattutto) di Repubblica: «Si coglie anche un velo di tatticismo nella glassa con la quale Letta prova ad ammantare questo ennesimo Natale del nostro scontento», scrive Massimo Giannini riferendosi all’equilibrio che il premier deve mantenere tra la dorotea coabitazione con Alfano e l’assalto alla diligenza di Renzi. Dalla sua si potrebbe dire: ma ha tutto il futuro davanti. Ahinoi.

Angelino Alfano, parricida tentennante. Quarantatre anni, il vicepremier e ministro dell’Interno è il “compare” della svolta annunciata (di cui sopra) da Enrico Letta. Ex pupillo di Silvio Berlusconi, anche lui è tutt’altro che un novellino: democristiano da giovanissimo, militante di Forza Italia dal ’94 e poi parlamentare, Guardasigilli e infine segretario («senza quid», parola di Berlusconi) del Pdl. Alla fine Angelino ha lasciato la casa del padre ma non ha ancora effettuato il mitologico patricidio (c’è chi scommette, a proposito, del ritorno del figliol prodigo). Se da ministro della Giustizia del governo Berlusconi è riuscito ad uscire senza troppe ammaccature (il suo lodo è stato a un passo dall’essere accettato dalla Corte e ciò avrebbe cambiato il corso della politica degli ultimi quattro anni) non si può dire che la sua prova dal dicastero delle larghe intese stia andando altrettanto bene: una su tutti il caso della moglie del dissidente kazako che ascrive anche Alfano al club del “a mia insaputa”. A capo di un partito nato da una scissione parlamentare, Alfano poi possiede un record: segretario di due partiti senza aver vinto alcun congresso.

Matteo Renzi, il rottamatore in affanno. Quasi trentottenne, il rottamatore alla fine ci è riuscito: «Oggi non finisce la sinistra, finisce una classe dirigente». Così ha esordito da neosegretario del Pd, promettendo una sinistra nuova che – come dicono i maligni – assomiglia tanto tanto alla destra. Anche lui non è di certo un neofita della politica: già presidente della Provincia di Firenze, attuale sindaco di Firenze, la sua iniziazione arriva con i comitati per Romano Prodi (per uno strano gioco del destino proprio i deputati fedeli a Renzi sono tra i sospettati 101 che hanno bloccato l’ascesa di Prodi al Quirinale). E poi, certo, Renzi è stato eletto segretario pagando pegno in termini d uomini di struttura (i Fassino, i De Luca, i Franceschini) e di quote di cui anche la sua segreteria (seppur giovanissima) ha risentito. È innegabile però che la sua scalata al Pd sia stata frutto di una battaglia complicata, testarda e ardimentosa. Resta solo un passaggio per “cambiare il verso” alla sinistra italiana: il traguardo vero,ossia la premiership. Peccato che sulla stessa carreggiata ci sia il diversamente democratico Letta: un osso duro (da rottamare).

Giorgia Meloni, la giovane (ultima) speranza della destra. Quasi trentaseienne,  la più giovane tra i “nuovi”, anche Meloni ha un percorso politico alle spalle: già ministro della Gioventù e vicepresidente della Camera. A differenza degli altri, però, inizia la sua avventura in un partito marginalizzato (il Msi) e da una sezione di frontiera in un quartiere “rosso” della Capitale (la Garbatella). A lei – per età, carisma ma anche per il fatto di non essere rimasta schiacciata dall’ultima stagione del berlusconismo – il mondo della destra in diaspora ha assegnato, quasi all’unanimità, il compito di rimettere in piedi una squadra che possa giocarsela alle Europee. A lei tocca anche il compito di ridefinire il perimetro di una destra eurocritica che deve lanciare l’Opa sulla suggestione sovranista che attraverso molti partiti. Operazione per nulla semplice e sulla quale gravano tensioni e rancori sedimentati rispetto ai quali nemmeno la rinascita di Forza Italia ha potuto. Da parte sua Meloni intende percorrere tutto ciò con una strada mai tentata a destra: primarie per tutto e per tutti. Anche per lei che ribadisce “nessuna rendita di posizione”. Primarie, previste a gennaio, già slittate, per le tensioni di cui sopra, a marzo: alle porte della primavera. Magari porta bene.

Matteo Salvini, il leghista meno “barbaro”. Quarantenne, il nuovo segretario della Lega Nord è l’ultima novità del 2013. È riuscito a rendere inoffensivo il vecchio leone Umberto Bossi senza colpo ferire e senza disorientare una base leghista in cerca di nuove (o antiche?) suggestioni dopo il fallimento del federalismo. Frequentatore assiduo degli studi televisivi, soprattutto in collegamenti esterni da un immaginifico Aventino virtuale, ha ormai dismesso i panni del barbaro sognante fiutando come oggi si porti meglio il biondo Le Pen. La nuova Lega è quella del Forcone intelligente, con De Benoist al posto di Conan il Barbaro. Alla ricerca di una nuova coscienza di classe, sublimata dalla sua giovinezza sinistrorsa, l’ha individuata nella lotta alla burocrazia europea. Basterà la barba dei tre giorni a farlo diventare grande e degno di guidare verso il rinnovamento una Lega da ripensare?

Di Antonio Rapisarda e Nuccio Bovalino

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