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Cultura. Evola e le riviste “antifasciste”: le ragioni di una collaborazione

Pubblicato il 31 dicembre 2013 da Giovanni Sessa
Categorie : Cultura

julius-evola-dalla-trincea-a-dadaIn più di un’occasione abbiamo sostenuto che Evola ebbe una vocazione all’azione che gli derivava da un dato caratteriale ineliminabile, la sua “equazione personale”, e che crediamo, d’altro canto, gli discendesse anche dalla cultura di formazione. Innanzitutto dall’idealismo tedesco, con il quale si confrontò per tutta la vita, cosa che lo rese, a tutti gli effetti un post-romantico. Ricordi il lettore, al riguardo, l’ammonimento goethiano: “All’inizio era l’atto”. La nostra tesi ci pare confermata da una recente pubblicazione della Fondazione Evola, una raccolta di scritti giornalistici del filosofo. Si tratta di Julius Evola, Il Mondo (1924-1925) Lo Stato Democratico (1925) Il Sereno (1924), uscita da poco per Lucarini editore nella collana “I libri del Borghese” (per ordini: 06/45468600; euro 15,00). Introduzione e cura sono di Marco Rossi, valente studioso dell’Evola degli anni Venti e degli ambienti esoterici e spiritualisti dell’Italia e dell’Europa di quel periodo.

Quale l’importanza di questa pubblicazione? Da un punto di vista generale essa sfata il falso mito che tende a ridurre il pensiero evoliano, sic et simpliciter, entro gli angusti, almeno per certi aspetti, confini dell’ideologia fascista, se non addirittura “nazista”. Infatti, vengono qui presentate le collaborazioni evoliane a tre testate antifasciste. La prima, il quotidiano Il Mondo, fece la sua comparsa nel 1922 grazie ad un gruppo di intellettuali liberal-democratici, tra i quali emergeva la figura di Giovanni Amendola. Ebbe l’ardire di pubblicare sulle sue colonne il Memoriale di Cesare Rossi, ex capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, che chiamava direttamente in causa il Duce per responsabilità nel delitto Matteotti. La seconda, il quindicinale Lo Stato Democratico, uscì per tutto il 1925 e fu animata dalla pervicace volontà di opporsi al fascismo che si stava trasformando in Stato totalitario, a seguito del celebre discorso di Mussolini del 3 Gennaio 1925 di fronte al Parlamento, in cui il Duce espresse la ferma intenzione di realizzare il superamento definitivo dello Stato parlamentare. Infine, il quotidiano romano Il Sereno che uscì tra il 1924 e il 1925, di cui si conservano alcune copie solo presso il Centro Gobetti di Torino e che era afferente alla medesima area dell’opposizione liberale. Che cosa effettivamente accomunava le tre testate, oltre alla opzione critica nei confronti del regime, che avrebbe potuto indurre Evola a collaborarvi?

Indubbiamente l’appartenenza di molte firme dei suddetti quotidiani agli ambienti spiritualisti e esoterici del periodo, gli stessi frequentati da Evola. Giovanni Amendola, vera anima de Il Mondo, era entrato in contatto, fin dai primi anni del Novecento, con la Società Teosofica assieme a Decio Calvari ed Arturo Reghini. Successivamente divenne massone e, nel 1905, prese le distanze dalla Teosofia pur mantenendo un rapporto costante, durato tutta la vita, con la sua cultura di riferimento. Per non parlare di Giovanni Colonna di Cesarò, fondatore dopo la Prima Guerra Mondiale del Partito Democratico Sociale e direttore del quindicinale Lo Stato Democratico che, assieme alla madre, Emmelina Sonnino De Renzis, fu divulgatore delle opere di Rudolf Steiner e della corrente dell’antroposofia nel nostro paese. Il pensatore tradizionalista chiuse la sua collaborazione con Il Mondo il 21 aprile del 1925 e inaugurò quella con Lo Stato Democratico il 1 maggio di quello stesso anno.

Le date, in questo caso, hanno un valore significativo. Il 21 aprile si tenne a Bologna il convegno degli intellettuali guidati da Giovanni Gentile che, di lì a poco, dettero vita al “Manifesto degli intellettuali fascisti”: tra essi, personaggi dello spessore di Ugo Spirito, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti, Ardengo Soffici, Gioacchino Volpe. Il 1 maggio comparve, invece, sulla prima pagina de Il Mondo, il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di cui era primo firmatario Benedetto Croce. Tra coloro che appoggiarono l’iniziativa del filosofo abruzzese nomi certamente rilevanti quali, Guido de Ruggero, Attilio Momigliano, Emilio Cecchi, Gaetano Mosca, Eugenio Montale. Evola non firmò nessuno dei due Manifesti, ma come egli stesso ricorda ne Il cammino del cinabro, la sua autobiografia intellettuale, il suo primo scritto politico del periodo comparve, su richiesta di Giovanni Colonna di Cesarò, su Lo Stato Democratico. Il testo consisteva in una vera e propria “demolizione” della democrazia e dei suoi principi costitutivi. Questo scritto, significativamente intitolato Note critiche sulla dottrina democratica, pubblicato il 15 Agosto 1925, chiarisce le ragioni effettive della collaborazione evoliana a queste testate dell’antifascismo liberale ed esoterico. Infatti, qui si legge: “…per carità! Non essere democratico ed esser fascista sono due cose diverse!”.

Il che vuol dire che, nel 1925, Evola, da un lato, ha ben chiara l’essenza più intima della democrazia quando sostiene che il valore del democratismo sta nell’essere uno strumento  attraverso cui si può riuscire a sottomettere la massa, ma dall’altra individua elementi impliciti al fascismo che lo rendevano espressione del medesimo humus culturale. Un altro testo evoliano chiarisce le posizioni del filosofo in merito al fascismo, alla metà degli anni Venti: si tratta di  Stato, Potenza e Libertà comparso sullo stesso quindicinale il 1 maggio 1925. Qui Evola, come ci ricorda il prefatore: “…distruggeva le velleità di “Potenza”, in senso metafisico, spirituale e meta politico, che il fascismo presumeva di possedere” (p. 37), in quanto individuava in ogni forma di violenza il segno tangibile dell’assenza di ogni potenza ideale, spirituale e superiore. Il filosofo riconosce al fascismo semplicemente la capacità di aver saputo organizzare le energie provenienti dal basso, dalla massa, che erano state liberate dalla guerra. Ma Evola, proprio in forza del suo antidemocratismo, si trovava costretto a sostenere una posizione afascista e a riporre speranze esistenziali e politiche in quegli ambienti dell’antifascismo, che si erano però formati alla cultura esoterica. Il riferimento alla guénoniana  élite intellettuale è di per sé evidente.

Nel 1926 Evola ripropose, in un suo scritto comparso su Critica Fascista di Giuseppe Bottai, le medesime argomentazioni di cui aveva parlato l’anno prima, nell’articolo che abbiamo ricordato: alla base di uno “Stato come potenza” doveva esservi una consistente Potenza spirituale. Tale, del resto, era l’assunto conclusivo, cui era pervenuto nei suoi scritti filosofici. Il pensatore romano aveva quindi compreso che l’opposizione monarchica e liberale al fascismo aveva esaurito ormai le proprie possibilità politiche. Il regime si era stabilizzato e aveva superato la crisi interna. Bisognava ora puntare ad una sua “rettifica” in senso superiore, nel senso di una Destra di Tradizione. Il tentativo in questione è stato da lui mirabilmente sintetizzato sul primo numero della rivista  La Torre, del 1 febbraio del 1930, nello scritto Carta d’identità: “ Nella misura in cui il fascismo segua e difenda tali principi (della Tradizione), in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto!”. Dopo la chiusura de La Torre, segno della impermeabilità di molti ambienti fascisti alle proposte evoliane, il filosofo proseguì ancora la sua  azione educativa ed anagogica nei confronti de regime: dapprima a fianco di Giovanni Preziosi, poi dalle colonne di Diorama filosofico offertegli da Roberto Farinacci.

La sua filosofia del divino e dell’ordine non poteva che parlare ai pochi. Quelli sui quali però è oggi indispensabile poter contare per riprendere il cammino da troppo tempo interrotto. Anche questo libro, significativo e importante per le chiarificazioni apportate in merito al rapporto Evola- fascismo, può servire a riannodare le fila di un discorso non ancora concluso.

Di Giovanni Sessa

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