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L’intervista. Loquenzi di Zapping 2.0: “In radio più spazio per ospiti e approfondimenti”

Pubblicato il 6 dicembre 2013 da Alessandro Patella
Categorie : Corsivi Le interviste

loquenzi zappingduepuntozeroOgni pomeriggio alle 19.35 su Rai Radiouno Giancarlo Loquenzi conduce Zapping duepuntozero, nuova versione della storica trasmissione di approfondimento sull’attualità sociale e politica ereditata nel luglio del 2012 da Aldo Forbice. Moderatore pacato, attento e curioso, l’abbiamo incontrato per parlare del suo programma e degli scenari politici italiani.

 

Loquenzi, la sua è una trasmissione radiofonica dalla storia importante. Con quale spirito ne ha preso il timone?

“Non ho voluto stravolgere il programma: i suoi due pilastri fondamentali sono rimasti il contatto con la notizia ed il contatto con il Paese. Il primo ci impone di legare la trasmissione ai fatti del giorno. Un appiglio importante, a tal proposito, è il confronto in radio con i titoli dei vari telegiornali. Il secondo vede come protagonisti gli ascoltatori: le loro telefonate sono un valore aggiunto, cerco di prenderne il più possibile, perché i dialetti diversi, le voci diverse, magari femminili, contrastano in qualche modo con l’impostazione molto chiusa e tradizionale della radio, aprendo la trasmissione alla vita. Noto come si sia formata una classe di “professionisti” nelle telefonate, persone che riescono a prendere la linea molto spesso, generando una disparità tra quanti ascoltano e quanti chiamano. Per combattere questo fenomeno scelgo temi diversi per disorientare e per far partecipare ascoltatori che non siano parte di una truppa. Il versante duepuntozero, infine, è quello social: siamo presentissimi su Facebook, nella nostra pagina fan si scatenano ogni giorno dibattiti, si è formata una comunità autonoma; ed io cerco di twittare, per quanto possibile, anche durante la trasmissione. Da questo punto di vista comunque la Rai purtroppo non eccelle, siamo un cantiere aperto”.

Quali differenze riscontra tra l’analisi soprattutto politica in televisione e quella in radio?

“In radio i temi si approfondiscono di più, gli ospiti possono esprimere le proprie opinioni in maniera più articolata. In tv i conduttori soffrono spesso di horror vacui, una paura del vuoto che li porta a riempire le trasmissioni di servizi esterni riducendo molto i tempi per gli ospiti. A me è capitato di riuscire a dire una sola frase di quaranta secondi in una trasmissione televisiva di due ore. Va così perché funziona la lite, più il clima si riscalda, più sale l’audience. Spesso però la barra tematica si muove in direzioni imprevedibili, la trasmissione si sposta verso altri lidi e lo spettatore finisce per non farsi un’idea del tema in questione, approfondito in maniera superficiale. La tv è tv, ci si concentra sulle smorfie, sulle reazioni di chi ascolta piuttosto che su quello che dice chi parla. In radio, invece, l’accavallamento si può mantenere per pochi secondi, perché l’ascoltatore non può vedere chi parla”.

L’attualità politica è più incisivo raccontarla con qualche filtro o con lo stile goliardico e provocatorio di programmi come La Zanzara?

“Credo che più formule di programmi ci sono, meglio è per gli ascoltatori, perché c’è più scelta. Dipende molto dal carattere di chi conduce: io non credo sarei portato a condurre La Zanzara, come Cruciani penso non sarebbe interessato a condurre Zapping. Oggi capita spesso che l’intervistatore venga messo sulla graticola: se non torchi gli ospiti sei un venduto. Per me è sbagliato. E’ bene far dire agli intervistati cose utili da sentire, non per forza cercare lo scandalo ad ogni costo. Puoi riuscirci, certo, ma credo che la cosa migliore sia farlo senza torchiare nessuno, mettendo l’ospite a proprio agio, dandogli la sensazione di essere un confidente con cui si chiacchiera, non un Torquemada. Spesso i risultati sono interessanti perché l’intervistato dice qualcosa senza la sensazione che gli sia stata estorta. Ben vengano trasmissioni come La Zanzara, che rivelano cose non rivelabili, ma è bene che ce ne siano anche di diverse. E non si può dire quale è meglio”.

Cosa vuol dire oggi essere di destra o di sinistra?

“E’ difficile da dire. Credo che su questo tema si faccia tanta retorica: si potrebbe dire che l’una persegue l’uguaglianza e la solidarietà, l’altra la libertà e la competizione, ma queste sono solo parole. Non so dire se oggi siano ancora validi questi parametri. Credo che l’importante sia saper governare e ottenere risultati, e ciò è possibile farlo tanto con politiche di destra, quanto con politiche di sinistra, come è possibile fallire in entrambi i modi. Da anni, però, non si vedono risultati né con le une, né con le altre. Io, per mia formazione personale, penso siano auspicabili elementi come la riduzione dello spazio dello Stato nella vita pubblica, una regolamentazione di fondo del mercato che metta in gioco gli interessi dei singoli, politiche che possiamo definire di destra. Nelle privatizzazioni l’unica cosa che conta è l’efficienza, e non c’è un’ideologia che lo ritenga sbagliato, da un punto di vista empirico il privato può ottenere risultato migliori. In generale fuggo dalla retorica dei grandi valori e vedo quelli che sono i risultati per la gente. Non direi mai che i ricchi devono piangere, anzi. A tal proposito evviva la Svizzera: il popolo elvetico ha bocciato il referendum che proponeva l’abbassamento degli stipendi dei grandi manager perché ha capito che più ricchi ci sono, meglio un Paese sta. In Italia vogliamo vedere i ricchi piangere senza pensare che a loro ad esempio basterebbe premere un tasto dello smartphone per trasferire le loro ricchezze all’estero e privarne così l’intero sistema”.

Qual è la situazione del centrodestra dopo la scissione del PdL?

“Chi ha più filo da tessere è il Nuovo Centrodestra di Alfano rispetto a Forza Italia: il gruppo è coeso e sa cosa deve fare, bisogna vedere solo se sarà capace di rimanere identificabile come centrodestra e nel frattempo di portare anche risultati al governo. Alfano deve sfidare Letta all’interno del governo, cercando di ottenere tutto quello che può senza metterlo in crisi. Forza Italia è un gruppo molto diverso ed eterogeneo, tra minifalchi, superfalchi ed ex pontieri come Gasparri, Gelmini e Romani, Berlusconi sarà costretto ancora a mediare, ad arginare il forte rischio che si riproducano le tensioni proprie degli ultimi mesi nel PdL. Chi è rimasto in Forza Italia è spaventato ed insicuro riguardo alla propria posizione, non si sa cosa voglia fare il Cavaliere: hanno fatto la scissione pensando di prendere in mano il partito, ma rischiano di essere tenuti ai margini dal loro leader. Insomma, ci sono forti tensioni tra loro e tra loro e Berlusconi, che non si sa cosa vuole e per ora non decide nulla. Per non parlare della voce totalmente infondata che gira in queste ore sulla possibilità che Berlusconi possa candidarsi in un altro Paese al Parlamento Europeo: se è ineleggibile qui, lo è ovunque”.

Cosa succede invece nel centrosinistra? Sembra che le primarie del Partito Democratico siano una sfida tra Renzi, Renzi e Renzi.

“La partita non è chiusa. Renzi sarà segretario di un PD che controllerà solo a metà, il risultato di Cuperlo resta comunque importante. Quella di votare la sfiducia al governo Letta mi sembra una minaccia vana da parte del sindaco di Firenze, la sensazione è che lui controlli a malapena i suoi parlamentari. Avrà bisogno di tempo per impossessarsi del partito, il gruppo non è nelle sue mani. In questo momento si trova ad un bivio: nonostante proclami fedeltà al premier, verrà il momento in cui la politica lo costringerà a non essergli leale. In politica vale una legge su tutte, e cioè mors tua, vita mea. Probabilmente dovrà far cadere il governo, creando conseguenze non del tutto prevedibili. Fare il segretario del partito e non essere al governo lo logorerà, così come mediare tra le correnti, che ci sono eccome, anche se per lui le cose stanno diversamente”.

Cosa pensa del governo Letta?

“Non ha fatto molto, purtroppo. La legge di stabilità è una prova non riuscita, il caos sull’IMU ha indebolito il carattere tecnico e politico delle capacità personali del governo. L’unica speranza riguardo al governo è che si metta in moto un carattere positivo sulla crescita e la produzione e l’esecutivo non lo ostacoli. L’unico vero motivo per cui questo governo deve restare in piedi è la riforma costituzionale”.

Per concludere, cosa le piacerebbe raccontare nelle prossime puntate di Zapping duepuntozero?

“Mi piacerebbe che Renzi ed il PD facessero autocritica sull’allontanamento di Berlusconi dalla politica e trovassero un modo civile di ripagarlo, senza l’odio di questi ultimi vent’anni. La gestione orrenda di questo passaggio deve essere sanata, o l’Italia ne pagherà il prezzo a lungo. Se davvero Renzi vuol cambiare verso al Paese, deve rimarginare questa ferita, riconoscendo l’errore e mettendo in campo da subito una riforma della giustizia molto simile a quella immaginata dal centrodestra e da Berlusconi, che spezzi il potere della magistratura combattente che ha ormai in mano l’Italia”.

@barbadilloit

Di Alessandro Patella

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