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Politica (da Il Borghese). Uscire dall’euro per la salvezza nazionale

Pubblicato il 28 novembre 2013 da Claudio Tedeschi
Categorie : Politica

no euro(Pubblichiamo l’editoriale del numero di dicembre de Il Borghese)

Roma, 21 novembre 2013

Si dice che gli Dèi accechino coloro che vogliono portare alla rovina. Stavolta, oltre alla vista, hanno tolto anche l’intelletto. Di questi giorni, l’immagine più straziante è quella di due piccole bare bianche. Il luogo, il Palazzetto dello Sport di Olbia. La funzione è celebrata dall’inviato personale di Francesco, che predica la speranza e il non cedere allo sconforto. Ma dove era il Dio dei cristiani, mentre acqua e fango uccidevano due bambini? Dove era il potere dello Stato, mentre i soccorsi non arrivavano e la gente si aiutava da sola, e moriva per questo?

Il messaggio di allerta è stato inviato via fax, presso gli uffici comunali, chiusi perché era domenica. Chi gestisce il potere ha dimenticato internet, gli sms, i cellulari, tutto quel sistema che permette un contatto immediato. Si è limitato ad inviare un fax. Due bambini morti per un fax inviato ad un ufficio deserto.

Al caos istituzionale ha supplito l’iniziativa dei giovani delle zone colpite. Come gli studenti del liceo «Lorenzo Mossa» di Olbia, che, lette le notizie su internet hanno attivato il passaparola attraverso Facebook. Armati di scope e pale, hanno iniziato a lavorare. Chi ricorda Firenze, 1966? Allora li chiamarono «gli angeli del fango».

In tutto questo disastro, il Governo ha messo una pezza a colore inviando la Kyenge a rappresentare il Potere di Roma. Loro, infatti, avevano cose più urgenti da fare. Come salvare il fondoschiena di Letta, sostenendo la Cancellieri, sollecitati in questo dall’ordine di scuderia del Quirinale. Chiaramente, i rappresentanti del popolo sovrano, nominati dalle segreterie dei partiti, pur a occhi bassi e fra cori in aula di parolacce e insulti, hanno fatto il loro dovere. Tra coloro che hanno salvato il posto a Letta, la Lega, Sel e gli ultimi resti di «una destra che fu».

Mentre la Sardegna affondava sotto un oceano di acqua e fango, contando i morti, si iniziavano a calcolare le somme da stanziare nell’immediato, ed un preventivo per quello che occorrerà alla ricostruzione. Venti milioni!, questo stanziato subito. Un mese di stipendio dei mille parlamentari italiani. Una presa per i fondelli.

Servono i soldi? Apriamo le banche come una scatoletta di tonno, visto che Grillo, deludendo chi lo aveva votato per fare «piazza pulita», non è stato capace di farlo con il Parlamento. Draghi abbassa il costo del denaro facendo incazzare Berlino? Bene. Miliardi di euro dati alle banche per intervenire a favore delle imprese e delle famiglie? Bene. E queste che ti fanno? Invece di sovvenzionare la ripresa, gestiscono i fondi europei (i nostri soldi!, pagati con miliardi di tasse) per ripianare le sofferenze causate dalla loro finanza allegra (credito al consumo, mutui e scoperti a go-go) e comprarsi i titoli di Stato. Così il Governo fa bella figura con i gran «figli di una troika» che siedono a Bruxelles, incassa denaro fresco, e può continuare tranquillamente a tassarci per pagare alle banche gli interessi sui titoli comprati con i nostri soldi.

Qualcosa, però, sta cambiando. La vecchia regola del «non fare l’onda» non vale più.

A Genova, il sindaco comunista, Marco Doria, ha subìto la «violenza democratica» delle maestranze delle aziende municipalizzate, in procinto di essere privatizzate per fare cassa. Per evitare di incorrere nel «sacro furore proletario» ha dovuto lasciare l’Aula consiliare dall’uscita d’emergenza.

A Roma, alcune centinaia di NoTav, mentre il Parlamento salvava il culo a Letta ed al suo ministro, si divertivano a dare l’assalto alla storica sezione comunista di Via dei Giubbonari, una sorta di «amarcord» di quel mondo «rosso compagno», ormai sbiadito nel rosa del «politicamente corretto». Infuriati, i NoTav, perché un premier del Pd (ma democristiano nell’animo), incontrandosi con il presidente francese Hollande, aveva ribadito l’intenzione dell’Italia di continuare i lavori per la ferrovia Lione-Torino.

Intanto, prosegue il dibattito sulla legge di stabilità, vera palla al piede dell’Italia. Schiavi di una Europa delle banche e della finanza, che vede in Romano Prodi il suo artefice, la legge è come la tela di Penelope: di giorno la tessono, di notte la sfasciano.

Tutto questo nasconde un piano più sottile. Se l’Italia non riuscirà a fare il suo dovere fiscale ed economico, si avvierà una procedura come per la Grecia: le truppe della «troika» passeranno il Brennero e per noi sarà la fine. Inizierà la fase successiva del piano «Britannia», con la svendita del Bel Paese alla finanza internazionale (rappresentata da banche e finanziarie il cui nome non possiamo scrivere per timore di essere accusati di negazionismo).

La nostra speranza si chiama Marine Le Pen. In una intervista concessa a Maria Latella su Il Messaggero del 21/11/2013, la leader del FN afferma, a proposito di Berlusconi ed Alfano: «Per principio non abbiamo contatti con partiti che fanno parte di governi eurofederalisti. I governi che vogliono la schiavitù dei loro cittadini sono screditati». Alle accuse contro il FN, ribatte: «Ma se tra la gente sta tornando il patriottismo è solo colpa di quest’Europa che ha voluto costruirsi contro i popoli e non per i popoli». L’anno prossimo si vota per l’Europa. Dobbiamo capire che il centrosinistra ed il centrodestra sono le due facce della politica delle banche, della quale la Germania è il braccio violento.

Due piccole bare bianche, vittime del saccheggio del territorio e del furto dei fondi pagati con le nostre tasse, sono lì a ricordarci che soltanto uscendo dall’euro e mandando a casa questa maledetta razza di politici, potremmo salvarci.

Di Claudio Tedeschi

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