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Cultura. Addio a Gérard de Villiers europeo più incline a Ernst Jünger che a Jean Monnet

Pubblicato il 4 novembre 2013 da Nicolas Gauthier
Categorie : Cultura

gerard-de-villiers-sasS.A.S. (Sua Altezza Serenissima)? R.I.P. (Riposa In Pace)… Gérard de Villiers ci ha lasciati con discrezione e in bellezza: poche settimane dopo l’uscita della duecentesima avventura del principe Malko Linge, La Vengeance du Kremlin (“La vendetta del Cremlino”). Quest’ultimo S.A.S. non è esattamente come i precedenti, è più un bilancio geopolitico che le peregrinazioni trepidanti alle quali l’autore ci aveva abituati in quasi mezzo secolo. Così l’eterno anticomunista – la sua carriera era cominciata al settimanale d’estrema destra Rivarol  – rivela la fascinazione della politica di Vladimir Putin, che dalle rovine ha ricostruito la Russia su «patria, religione e Stato» e che, appena entrato nel suo ufficio al Cremlino, subito appese un ritratto dello zar Pietro il Grande.

Paradossale per uno che, durante la Guerra fredda, ostentava un atlantismo di stretta osservanza? Piuttosto è stato un malinteso. Infatti egli considerava il suo avatar cartaceo un «samurai europeo» e si disperava che il Vecchio Continente s’affidasse allo zio Sam. Anti-comunista certo, anti-americano evidente, Gerad De Villiers – che spesso ho avuto l’onore d’intervistare dal 1990 – era anzitutto un europeo all’antica, più incline a Ernst Jünger che a Jean Monnet.

«L’uomo meglio informato del pianeta», lo definisce il New York Times. Ma lo era anche, oltre vent’anni fa, quando lavorava per Minute, altro settimanale di estrema destra, che pochi consideravano prestigioso? E soprattutto chi, allora, prendeva sul serio Gérard de Villiers? Quando gli chiedevo se il disprezzo mediatico l’avesse ferito, egli allontanava la domanda col dorso della mano, mormorando: «Rien à foutre de tous ces cons» (“Non me ne frega niente di tutti quegli scemi”)… Era seduto nell’immenso ufficio al primo piano del suo hôtel particulier di avenue Foch, a Parigi.

L’arredamento era – come dire – sconcertante. Una statua in grandezza naturale d’una donna nuda, accucciata, col caricatore di un mitra Schmeisser tra le gambe. Io mi stupii, lui mi disse: «Una bella arma, vero? La migliore della Wehrmacht sul fronte orientale. Dopo aver aver ucciso tanti comunisti, tanto vale che ora soddisfi una signora, anche se di bronzo…»

Tutto uno scrittore sintetizzato in una sola arguzia. Provocatore, era furiosamente misantropo, soprattutto. Le sue memorie – Sabre au clair et pied au plancher (“Spada in pugno, piedi per terra”), edite da Fayard – hanno un titolo singolarmente eloquente. Sì, Gérard de Villiers non aveva simpatia per i connazionali, preferiva di gran lunga i gatti, le cui ceneri, religiosamente conservate in una decina di urne funerarie, ornavano lo scaffale sovrastante la statua di cui dicevo. Non credente, spiegava: «Spero però che Dio creda in me».

L’ostentata misantropia era la migliore garanzia di obiettività: chi non ama nessuno, non fa favoritismi… Nel Vicino e nel Medio Oriente, regione del mondo dove S.A.S. aveva l’abitudine di far scorrere il sangue degli uomini e le lacrime delle donne, graziava solo i libanesi. Perché? «Perché vivono su un vulcano in eruzione e resistono in piedi di giorno, pur festeggiando la notte!».

Chapeau, dunque, davanti a un uomo che è riuscito nella difficile scommessa di ogni scrittore: mettere vita nell’arte e arte nella vita, come Louis Jouvet insegnava agli allievi del conservatorio in Entrée des artistes di Marc Allégret. Qui siamo ormai all’uscita dell’artista, la cui opera, per sempre, si fonde con la vita.

* da Boulevard Voltaire

@barbadilloit

Di Nicolas Gauthier

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