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L’analisi. I custodi della Costituzione? Sono i guardiani della conservazione

Pubblicato il 14 ottobre 2013 da Felice Giuffrè
Categorie : Cronache Politica

costituzione12-ottobre 2013Noi non siamo dei conservatori!”. È con questo leitmotiv che il 12 ottobre scorso Maurizio Landini, ormai onnipresente segretario della FIOM-CIGL, Nichi Vendola, Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà si sono succeduti sul palco di Piazza del Popolo, al comizio conclusivo della manifestazione de “La via maestra”, comitato “a difesa” della Costituzione.  Dalle loro arringhe, tuttavia, è immediatamente rimbalzato l’eco della celebre locuzione medievale: “Excusatio non petita, accusatio manifesta!

A guardar bene, infatti, dietro la retorica stucchevole della “Costituzione più bella del mondo” – definizione buona, al massimo, per il copione di un uomo di spettacolo come Roberto Benigni, ma non certo per un giurista o per un uomo delle istituzioni – negli ultimi mesi si è messa in marcia una variegata compagnia di conservatori, fatta di sindacalisti, grillini, comunisti e antagonisti di varia osservanza, ma anche di ex magistrati attratti dalla politica e qualche docente universitario. Tutti uniti nella critica radicale e preconcetta al tentativo di riforma delle nostre istituzioni, che il presidente Napolitano e il governo delle “larghe intese” hanno posto al centro dell’agenda politica, nel tentativo di far uscire il Paese da un pantano istituzionale ed economico che trova le sue radici negli anni Ottanta, ma nel quale oggi l’Italia rischia di affondare definitivamente.

La Carta costituzionale del 1948, come tutte le costituzioni rigide contemporanee, consacra, innanzi tutto, quella tavola di valori e i principi fondamentali su cui si fonda il patto di convivenza della nostra comunità. Si tratta dei diritti e delle libertà fondamentali, ma anche dei doveri inderogabili di solidarietà sul piano politico, economico e sociale, sanciti nei primi dodici articoli e nella prima parte (artt. 13-54 Cost.) della Costituzione, che rappresentano l’obiettivo comune di perseguire, ma anche il limite assoluto rispetto qualunque processo di revisione costituzionale.

Ebbene, come ben sanno i promotori del comitato “in difesa” della Costituzione, il progetto di riforma costituzionale elaborato dai trentacinque esperti (i cosiddetti “saggi”) nominati dal presidente del Consiglio Letta, in rappresentanza di tutte le aree culturali a cui possono idealmente riferirsi i costituzionalisti e i politologi italiani, non riguarda minimamente la prima parte della Costituzione, né, tantomeno, i principi fondamentali, della medesima.

Si tratta, invece, di un documento in cui, accanto all’auspicato dimezzamento del numero dei parlamentari, si propone la trasformazione dell’attuale Senato in Camera delle Autonomie e la razionalizzazione del sistema delle istituzioni regionali e locali, dopo i danni provocati dalla riforma costituzionale approvata dalla maggioranza di centro-sinistra, con soli tre voti di scarto, nel 2001. Ma soprattutto, nella relazione approvata lo scorso 17 settembre, la Commissione per le riforme propone al Governo e al Parlamento l’introduzione di una diversa forma di governo (quella semipresidenziale alla francese oppure un premierato forte che garantisca governi di legislatura) e una legge elettorale (con sistema uninominale di collegio ovvero proporzionale plurinominale su collegi ristretti), tale da assicurare una significativa possibilità di scelta in capo agli elettori, ma anche la semplificazione del sistema dei partiti.

Nessuna di queste proposte, evidentemente, intacca il sistema di valori fondamentali che costituiscono limite invalicabile di qualsiasi riforma costituzionale. Piuttosto, si vuole finalmente procedere – con il voto del Parlamento e il successivo consenso degli elettori, che saranno chiamati ad esprimersi con referendum – al superamento delle norme della seconda parte della Costituzione, che ormai non appaiono funzionali alla piena attuazione della prima parte.

Si intende giungere all’affermazione di una moderna democrazia governante e partecipativa e al definitivo superamento di una forma di governo a tendenza consociativa, responsabile dell’enorme debito pubblico del nostro Paese e ambiente di coltura ideale per le caste e le oligarchie economiche, sindacali, politiche ed intellettuali, che da anni bloccano ogni aspirazione di rilancio italiano e tarpano le ali ai sogni delle generazioni più giovani.

Proprio quelle caste e quelle oligarchie sembrano costituire il blocco sociale di riferimento di un comitato che, pretendendo di indicare agli italiani “la via maestra”, dietro la maschera del “custode della Costituzione” cela il volto del più ostinato e supponente “guardiano della conservazione”.

*costituzionalista, Università degli studi di Catania.

Di Felice Giuffrè

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