
Robert Bristol è un regista con due matrimoni falliti alle spalle, un’iperglicemia e dodici film discreti, secondo la critica, ma con esiti deludenti al botteghino. Una condizione di vita tutto sommato poco soddisfacente dal punto di vista professionale, personale e sessuale. Ma c’è poco da fare, lui cerca il riscatto e procede per sfide: l’ultima è rappresentata dalla caparbia volontà di girare un nuovo film che si intitolerà L’oro insanguinato, tratto da un romanzo rosa opera di un’autrice di best seller, Marjorie des Marais. Donna molto particolare, come Jean Echenoz la descrive nel suo ultimo romanzo Bristol, appena pubblicato da Adelphi. E’ una “voluminosa dama tonda dagli occhiali tondi su un naso aquilino, guance piene sotto una fronte convessa, Marjorie des Marais” porta una “acconciatura dei capelli che forma una corona cristallina con un tocco biondo sulle punte, palpebre e unghie sono dipinte di un blu cobalto glitterato e il corpo è gravato da un cospicuo contingente di gioielli”.
Tutto ruota intorno a questo personaggio e alla bionda Céleste Oppen, oltre che al regista Bristol. E’ un romanzo rosa che vira al giallo e all’azione. La trama è tratta dalla storia di Jean-Claude e Chloé che nel cuore dell’Africa devono affrontare mille avventure incontrandosi e scontrandosi con stregoni, spietati mercenari, duelli all’ultimo sangue e scoprono impensabili segreti. Ma mentre Bristol è finalmente in Africa a due passi dal fiume Limpopo per mettere a punto tutte le incombenze relative a lunghe riprese in esterni, in un continente lussureggiante, ma anche pericoloso, non sa che la Polizia parigina lo sospetta dell’assassinio di un uomo senza identità sfracellatosi sul marciapiede dopo un volo di svariati metri. Non diremo di più per non svelare la trama avvincente del libro. Il romanzo ha un ritmo cinematografico, rispetta i tempi narrativi con una scrittura asettica che non sempre è esaustiva e lascia spazio alla necessità di dover tradurre la trama da espressioni solo accennate. E ricorda che l’intreccio di vita, letteratura e perfino cinema vivono di una realtà molto particolare. Nonostante nell’ironia dello scrittore francese prevalga la solitudine, ci ricorda che “funziona così il cinema, dove il meno deve far immaginare il più. È il regno della parte per il tutto, l’impero della sineddoche dove nulla accade all’esterno del campo di ripresa: al di là del rettangolo dove si combatte una guerra spietata, ricca di feroci clamori, corpi smembrati e sangue che schizza un po’ dappertutto, ci sono solo due tizi di cui uno tiene l’asta del microfono e l’altro un riflettore, uno guarda l’orologio e l’altro si asciuga la fronte”.
Jean Echenoz, Bristol, Adelphi ed., traduzione di Giorgio Pinotti, pagg. 156, euro 18,00





