Il punto(di P.Buttafuoco). Lo schiavismo (dimenticato dagli intellettuali) dietro le fragole che mangiamo
"L’odore del sudore e la fatica rimangono nei campi, così come la guerra tra poveri, nordafricani contro pakistani, pakistani contro altri pakistani, ultimi contro penultimi. E nel mentre la fragola è finalmente arrivata a tavola, rossa e profumata, magari con tanto di certificato di sostenibilità e consumo consapevole, dimentica delle lingue non capite, delle quote trattenute, dei corpi carbonizzati in una piazzola. Eppure, è tutto lì, nel rosso di quella fragola. La cui dolcezza è solo l’ultimo dei travestimenti"
Ecco il viaggio di una fragola in un unico piano sequenza. Ed ecco un film dove la fiaba culmina nel rogo di quattro braccianti per raccontare la tragedia del lavoro, la Vita dei Campi a noi contemporanea che nessun Giovanni Verga – a eccezione di Sergio Nazzaro che se ne occupa da attivista e da pensante in quel di Mondragone – sembra voler denunciare oltre il disbrigo politicante.
La morte per caporalato, insomma, non è sufficientemente glamour per finire sui red carpet, non scuote i sempre sensibili in perenne assetto clic firmaiolo. È un tema di garanzia sociale, non un diritto civile su cui costruire una campagna di tendenza e così la fragola – colta a beneficio degli indifferenti – resta solo una festa per gli occhi, una nota di colore nel bianco della panna.
Ben riposta – tra angurie, meloni e ciliegie – rossa e lucida, nel proprio cestino in carta sostenibile, la fragola sembra dire “mangiami”, e dunque “comprami” nella giusta cornica etica di bollini qualità e relativa garanzia di eccellenza, freschezza e territorio.
Lo status urbano e borghese ne amplifica l’essenza succosa, dissimulandone le origini. Insomma, più la fragola si allontana dal campo, più diventa bella.
Tutto alla luce del sole, anzi sotto il sole cocente.
Lì tra i filari, nella indicibile nuova dimensione della campagna italiana, a raccogliere la fragola ci sono gli schiavi dell’alba.
Dalla sua soggettiva, la fragola li vede a schiena china per ore, parlano punjabi, arabo, wolof, e arrivano quando il sole non è ancora sorto, trasportati in furgoni sulle statali polverose del Sud Italia – il tanto studiato Mezzogiorno – lungo la costa.
Il finestrino inquadra la sterpaglia, gli agrumeti, i distributori di benzina, i paesi che d’estate si riempiono di villeggianti e il resto dell’anno sono la dimora provvisoria di questo popolo invisibile, che quando il sole è ancora alto sono già di ritorno, stremati, nei loro appartamenti pollaio.
Tutto alla luce del sole, appunto: sotto il sole cocente. La tragedia del lavoro agricolo contemporaneo non è per nulla nascosta, soltanto ignorata. Gli intellettuali, un tempo, avrebbero raccontato i braccianti come raccontavano le miniere, le fabbriche, i bassifondi. A parte l’eccezione di Sergio Nazzaro che da anni osserva e si occupa di ciò che accade nelle campagne del casertano e del litorale domizio, il lavoro bracciantile è scomparso dall’orizzonte culturale del Paese. Non c’è Giovanni Verga ma neppure un Danilo Dolci sembra palesarsi. Come se il contadino fosse tornato a essere una figura residuale, quasi imbarazzante, nella sopravvivenza di un vecchio pregiudizio ideologico, la convinzione cioè che la vera coscienza del lavoro abiti altrove. Così come le vere ingiustizie, e c’è un’esterofilia persino nella militanza, troppo vicini e provinciali, gli schiavi dell’alba, per diventare argomento di moda. Si moltiplicano infatti le battaglie sui diritti civili, quelle per gli animali e si consumano nell’omertà complice quelle sulle garanzie sociali. E c’è perfino una forma di razzismo in questa distrazione, sono in fondo dei miserabili di serie B, e le loro morti per stenti o violenza – che è la stessa cosa – non producono dibattito per più di qualche giorno, trattandosi di una sofferenza che non si fa simbolo.
Così la vita dei campi resta senza sentinelle. Ma torniamo alla nostra fragola, che nel frattempo ha preso la via della distribuzione, la lunga catena di passaggi che trasforma la terra in merce.
Selezionata, pesata, impacchettata, passa di magazzino in camion, attraversando cooperative, intermediari, distributori, piattaforme logistiche, grossisti.
Ognuno aggiunge un’etichetta, un margine, una percentuale. Ed ecco che la fragola raccolta una mattina di giugno, staccata dal picciolo da mani già stanche e avvilite, giunge alla bottega della frutta, e costa al chilo quasi quanto resta in tasca a un bracciante dopo una giornata di lavoro, tolte le quote, il trasporto, l’affitto, il pizzo quotidiano dovuto a chi gli gestisce la vita.
L’odore del sudore e la fatica rimangono nei campi, così come la guerra tra poveri, nordafricani contro pakistani, pakistani contro altri pakistani, ultimi contro penultimi. E nel mentre la fragola è finalmente arrivata a tavola, rossa e profumata, magari con tanto di certificato di sostenibilità e consumo consapevole, dimentica delle lingue non capite, delle quote trattenute, dei corpi carbonizzati in una piazzola. Eppure, è tutto lì, nel rosso di quella fragola. La cui dolcezza è solo l’ultimo dei travestimenti. (Da Insider Skytg24)
Questa è vera poesia sociale !