Heliopolis. Il caso Buttafuoco-Venezia e la scelta di campo per l’universalismo italiano
Ecco la polemica torna davvero utile, poiché chi ha letto Buttafuoco, al modo di Battiato, non può non conoscere quella meridionalissima attitudine all'Universale: insomma l'uomo del Sud, il Saraceno, come si direbbe il presidente della Biennale, o il magno greco come etimologicamente si dovrebbe usare dire, non conoscono l'esatto od il corretto, conoscono piuttosto il Giusto
A volte la polemica torna ad essere davvero figlia di Polemos, torna cioè ad avere una certa utilità profonda poiché, indipendentemente dal risultato fra le parti, tende a disvelare un Logos, una Ragione superiore. O meglio, vincente o sconfitta, una delle due parti in gioco risulta quasi sempre legata ad un momento complessivo, ad una visione più ampia, spaziale e temporale, mentre l’altra, è quasi sempre figlia della cruda necessità e del furioso contingente. Sono elementi che vanno al di là del bene e del male, ma parlano piuttosto di connessioni, di sensazioni. La polemica sul padiglione russo alla Biennale di Venezia ci restituisce un pizzico di interesse più che culturale: qui qualcuno rimette in gioco un pezzo d’anima ed occorre prendere posizione.
Non è un caso che in questi giorni siano state riesumate le dagospiatiche frecciatine contro Pietrangelo Buttafuoco reo, non solo di sospetta conversione sciita, ahi!, ma anche di aver pubblicato libri controcorrente divenuti classici del pensiero non conformista. Buttafuoco, non contento, si guadagna così in queste ore pure l’ultimo marchio d’infamità: ovvero essere “filorusso”.
Ecco la polemica torna davvero utile, poiché chi ha letto Buttafuoco, al modo di Battiato, non può non conoscere quella meridionalissima attitudine all’Universale: insomma l’uomo del Sud, il Saraceno, come si direbbe il presidente della Biennale, o il magno greco come etimologicamente si dovrebbe usare dire, non conoscono l’esatto od il corretto, conoscono piuttosto il Giusto; non conoscono, come al nord, “ciò che conviene”, quanto invero “ciò che si conviene”. Sono sfumature che possono decidere di una vittoria e di una sconfitta, ma come si può facilmente intendere, sono sfumature su cui si rischia di barattare l’anima prima che l’onore.
Si comprende così come sia per noi inevitabile stare dalla parte bertoricciana dell’Universale, come altrettanto inevitabile sia stare dalla parte saracena, e sciita, cioè di coloro che nel vicino-oriente hanno protetto e continuano a farlo maggiormente i Cristiani in pericolo e relativi luoghi sacri, a discapito della parcellizzazione delle anime, alla westbankizzazione dello spirito, alla stravagante miscellanea fra orticello pagano e neocalvinismo giudaico-evangelista così poco italiano e così poco d’annunziano, sempre più in voga in questo marcescente mondo occidentale.
Ecco, da queste parti si resta universali, fiumani, mediterranei. Soprattutto si resta testardamente polemici.