
Commentando il mio ultimo articolo, un collega rileva che la differenza tra liberali e democratici sta nel fatto che i primi sono “sostenitori della neutralità del sistema, a sola tutela di proprietà e vita e libertà degli abbienti contribuenti”, mentre i secondi vogliono introdurre “correttivi egualitari, necessariamente liberticidi”, a difesa dei non abbienti.
E’ un pregiudizio ideologico antico che risale, in Italia, a Giuseppe Mazzini e, in Francia, ai giacobini: che senso ha la libertà di andare a Milano, se non si può pagare il biglietto del treno? In realtà, i liberali non si oppongono a legislazioni molto avanzate, per redistribuire più equamente il prodotto sociale. Si oppongono a costituzionalizzarle, ovvero alla richiesta di blindare, nella Magna Charta,, “correttivi egualitari necessariamente liberticidi”.
Quando la legislatura finisce…
In questo caso, infatti, un partito come quello di Margaret Thatcher, mercatista e ultraliberista, dovrebbe essere, sic et simpliciter, fuori legge. Il socialismo, in un’ottica liberale, può ispirare leggi ordinarie, quelle varate da Parlamenti eletti a tempo determinato, ma non venir posto a fondamento della Costituzione, giacché quest’ultima deve contenere solo le “garanzie della libertà” su cui concordano tutti gli attori sociali e politici – liberali e non, cattolici e laici, conservatori e progressisti etc.
Nell’immediato secondo dopoguerra, i laburisti, subentrati al conservatore Winston Churchill, adottarono misure sociali che, nella testimonianza di Sergio Romano, erano indistinguibili dalle leggi sovietiche, ma non pertanto qualcuno avrebbe potuto accusarli di violare la Costituzione. In seguito, persero le elezioni, e quasi tutte le loro provvidenze sociali vennero smantellate.
La cultura della guerra civile
In Italia ogni rivendicazione, ogni richiesta di tutela sociale, pretende di diventare un diritto costituzionalmente garantito, ovvero sacro e indisponibile. E’ la political culture della guerra civile, che termina solo con la vittoria di una parte e la sconfitta dell’altra.
In una democrazia liberale a norma, non ci sono vincitori e vinti per sempre: sia i fautori del “più stato, meno mercato”, sia i loro antagonisti – fautori del ”più libertà al mercato, meno vincoli statali” – rimangono sempre in campo, in attesa di più favorevoli tornate elettorali.
Dal Giornale del Piemonte e della Liguria






