La vera frattura, che segna la storia culturale del nostro Paese, non è quella tra cattolici e laici, tra fascisti e antifascisti, tra comunisti e anticomunisti (tutte cose legate a momenti particolari della vicenda nazionale). E’ quella tra democratici a-liberali e democratici liberali.
I primi – comprendenti figure come Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, che non avrebbero mai aderito a regimi liberticidi, troppo vivo era in loro il senso della dignità e della libertà degli esseri umani – assegnano alla democrazia il compito di “rendere migliori” gli uomini: etica, politica e diritto, in questa ottica, sono, come la Trinità di Dante, la “stessa sostanza in tre persone”.
I secondi vedono nella democrazia un metodo volto a stabilire quali dei diversi interessi e valori che costellano la società civile hanno diritto, nel tempo limitato di una legislatura, a prevalere in Parlamento e a tradursi in programmi di governo.
”Gli italiani hanno scelto (non per il meglio)”, ha scritto, commentando l’esito del referendum sulla separazione delle carriere, uno storico molto serio come Paolo Macry.
Sono d’accordo, a patto di non dimenticare che il discorso sulla terzietà nel processo penale (il giudice dev’essere un arbitro imparziale tra l’accusa e la difesa e non un camerata del pm) rinvia a una filosofia liberale, non a una filosofia democratica a-liberale. Gli elettori, che si sono recati alle urne in un referendum diventato – grazie alla Schlein e alle sinistre anti-riformiste – un’ordalia sul governo, avevano altre preoccupazioni (caro vita, guerra di Trump, l’aiuto senza se e senza ma al dittatore Zelensky, sanzioni contro la Russia etc.) e hanno approfittato dell’occasione per mettere in crisi il governo.
Secondo i sondaggisti, una parte consistente degli elettori di FI, FdI e Lega (quest’ultima, però, ha registrato un’emorragia molto minore) ha votato no. Sennonché i democratici liberali debbono rassegnarsi a venire a patti coi democratici a-liberali, soprattutto quando si tratta di leggi costituzionali.
”E’ colpa dei partiti – scrive Macry – aver costruito un’educazione politica allo Stato di diritto e alle libertà individuali”.
No, a mio avviso, è colpa della political culture prevalente in Italia dall’età del Risorgimento e, soprattutto, degli intellettuali e delle istituzioni educative. Il ’68 l’abbiamo nel Dna.