
L’ultima lettera di Vladimir Majakovskij: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”. È il 14 Aprile 1930 quando il poeta pone fine alla propria vita con un colpo di pistola al cuore. Il dilemma sulla causa: dissapori con Veronika Polonskaja, l’amante di 22 anni, o suicidio politico per il regime burocratico stalinista. Non si saprà mai.
Il 27 agosto del 1950 Cesare Pavese è a Torino nell’albergo Roma. Stanza 346. Chiama la Pivano che non può raggiungerlo, ha il marito malato. Contatta la ragazza che ha conosciuto alcuni giorni prima nella sala da ballo Gai. La risposta: “Non vengo perché sei un musone e mi annoi”. Telefona a Doris Dowling, la sorella di Constance, non c’è. Altri squilli inutili; è una domenica del mese delle ferie, delle vacanze.
Il commiato: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Lo scrive sulla prima pagina dei “Dialoghi con Leucò”. Accanto le 16 bustine vuote di sonnifero. Per un sonno lungo, senza risveglio. E risolve così il suo problema dell’incomunicabilità. Con l’atto ripudia chi lo ha condannato alla solitudine, le tante donne che si sono negate. Anni diversi, località lontane e poeti morti con la stessa preghiera alla riservatezza.
Pavese prima ha scritto di se stesso: “Sai fare poesie ma non sei buono per una donna”. Alla sorella: “Io sto bene come un pesce nel ghiaccio”.
Ha bruciato lettere e scritti come Rimbaud, Gogol e tanti altri. Il fuoco dei letterati, loro uccidono la Musa. La punizione a lettori e conoscenti perché non li meritano.
Un addio quasi clandestino. Lajolo: “Cesare ha pagato per tutti noi il vizio assurdo di essere poeti in un mondo che non sa che farsene della poesia”.
Natalia Ginsburg in “Ritratto di un amico” raffigura un Pavese anonimo: “Il passo rapido, la pipa, l’impermeabile. Timido e aspro. Un uomo che non sapeva essere felice, un ospite della vita”.
Sul comodino c’è il libro Dialoghi con Leucò, nell’ultima lettera all’amico Lajolo: “Se vuoi sapere chi sono adesso – ed è già scomparso – rileggiti “La belva” nei Dialoghi…”. Cosa c’è in quelle pagine? Pavese è un neorealista e questa opera invece è una licenza riservata a sogni che la mitologia trasforma in incubi. Un capriccio visto malevolo dal gregge belante di Sartre con il suo “engagement”. Il protagonista de La Belva è Endimione. Nel mito greco è il giovane pastore, dal sonno eterno per conservare la propria bellezza, amato da Selene, la Luna. Ogni notte lei si reca nella caverna e lo bacia. La dea Artemide evita il risveglio di Endimione: il dolore della vita e la mortalità sarebbero per lui insopportabili. Ecco l’identificazione del poeta Pavese con Endimione. Questi dice: “voglio essere carne nella bocca del suo cane”. Ancora: “sangue sparso”.” L’aspirazione all’annullamento e ritorno alla terra. E questo annuncia la scelta finale dello scrittore. Il suo destino.
Artemide è la belva, vergine, spietata e selvaggia. E rappresenta le donne incontrate scontrate da Pavese che urla: “Non c’è comunione, l’uomo è cancellato! Affoga nella solitudine”. E i suoi occhi fissano il buio, vede il fondo del pozzo quando il sole splende, Lajolo.
Le donne di Pavese. Nel 1935 effettuano una perquisizione in casa di Pavese e trovano lettere di Spinelli, detenuto. Lui si assume la responsabilità per salvare Battistina Pizzardo, la donna dalla voce rauca, della quale è innamorato. Viene condannato a tre anni di confino. Presenta domanda di grazia a Mussolini, capo del Governo. È accolta, sconta solo 8 mesi. Ritorna a Torino, chiede a Tina di sposarlo, lei lo rifiuta e sposa Henek Rieser. Pavese non demorde, la prega di divorziare lei è stanca di quella corte asfissiante e gli dice che gli è stata vicina per compassione. Lui le scrive: “Non ti odio perché mi hai fatto soffrire… ti odio perché sei un essere senza importanza e io ho sprecato il mio tesoro su di te”. Pavese è profondamente colpito, nasce qui la sua misoginia tenebrosa e la sfiducia per l’altro sesso.
Fernanda Pivano è sua allieva al Liceo D’Azeglio negli anni 30, lui le dona segretamente i libri degli autori americani. Hemingway, Faulkner, l’aiuta nelle traduzioni. Lei diventerà una valente saggista. Pavese si innamora, le dedica le poesie: Mattino, Notturno… Negli anni 40 e 45 le propone il matrimonio due volte, ricevendo due no. Rimasero legati da un profondo apprezzamento professionale.
Nel 1945 Pavese nella sede dell’editore Einaudi conosce Bianca Garufi, esperta di psicanalisi. Si stabilisce una forte unione di cultura e progetti, persino la stesura di un romanzo insieme. C’è anche erotismo ma i biografi non hanno accertato l’avvenuto consumo. Le dedica la poesia “Tu sei la terra e la morte” sempre piuttosto luttuoso, e nei Dialoghi è Leucotea, la dea bianca! Due anni, la studiosa cambia città e tutto finisce.
Nel Capodanno del 1950 Pavese conosce le sorelle americane Constance e Doris Dowinling, la prima aspirante attrice. Doris ha avuto una parte in “Riso amaro”. Constance è fuggita dall’America per liberarsi dai tentacoli di una relazione più che decennale, lei 18enne, con il regista Ela Kazan, sposato. Pavese si innamora di lei. Lettera del 17 aprile 1950 e c’è il suo abisso: “Cara Connie, volevo fare il forte, ma non ci riesco. Non sono che un bambino che ha paura del buio. Ti amo, Connie, ti amo terribilmente. È una cosa che mi toglie il fiato.” Ma per lei è l’amico scrittore famoso e nient’altro.
Doris prevede il finale: per l’instabilità emotiva di Cesare e la frivolezza, la superficialità di Connie. Un ulteriore fallimento che lui sembra anticipare offrendole: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Lei insensibile riparte e lo lascia ad annaspare. La bionda figura hollywoodiana, artificiosa, è sbucata dalle pagine della letteratura americana tanto amata da Pavese. Si mette una maschera funebre, come per un carnevale, e rientra in un capitolo.
Nella primavera del 1950 sempre dallo stesso editore incontra la Romilda Bollati, lei 20 anni lui 41. Questa volta riversa su di lei un affetto paterno. Altrimenti impossibile. Romilda va in villeggiatura a Bocca di Magra e Pavese le scrive, la chiama Pierina, intinge la penna nei sentimenti incatramati da Constance, nell’amore amaro, cerca vanamente nuovi stimoli. Una luce sempre più difficile. Quasi alla fine: “Cara Pierina, volevo farti un regalo ma il regalo sei tu, il tuo Cesare”.
Nel giugno vince il prestigioso Premio Strega con “La bella estate” battendo un Curzio Malaparte stizzito, ma non gli importa. Al riguardo scrive: “A Roma, apoteosi. E con questo?”. A villa Giulia il trionfo è già cenere.
La Romilde Bollati anni dopo sposerà il ministro Antonio Bisaglia. Lui morirà in un modo singolare. Nel 1984 annegherà scivolando dormiente dallo yacht Rosalù a Santa Margherita Ligure.
Pavese ha un sussulto di sua difesa dalle donne. Il 25 marzo nel diario scrive: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.” E da qualche parte: “L’arte di farsi amare è l’arte di farsi mentire”.
E siamo all’ultima, la giovane ballerina della sala Gai. Dalla donna mito la discesa alla donna poca cosa. Eppure sarebbe stato un sorso di vita, forse un farmaco salvifico. Chissà. Ma no sono mesi, anni che gioca con quello che Lajolo chiama il vizio assurdo. Ormai ha l’urgenza e non fa in tempo a dedicarle qualche poesia, come suo solito. La gente continuerà a ballare senza di lui. Alla sala Gai e nei tendoni circolari, con l’impiantito di legno, alla festa del paese. Mazurke, la polka, il correntone. La banda indossava divise simili a quelle di New Orleans, mio padre suonava il clarino. D’altronde Pavese ha marcato la sua assenza ne “Il mestiere di vivere” il 18 Agosto: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.
Adesso dovrei fare le condoglianze e chiudere. Se qualcuno non è soddisfatto lo rimando a “La casa in collina” del 1948, c’è tutto. L’isolamento è segno del suo destino, l’estraneità. Il rapporto negativo con le donne, la paura dell’intimità. Cate è specchio del fallimento di Corrado/Pavese. A riassumere: “Tutti abbiamo un vizio segreto: il vizio di non esserci mai del tutto”. Ma non riesco ad evitare la personalizzazione. Negli anni sessanta con l’amico Carlo cercavamo le tracce di Pavese, nelle Langhe. Un pellegrinaggio. Carlo conosceva Nuto, il falegname. Giravamo con l’auto di Carlo, una mastodontica e vetusta Mercedes targata Dusseldorf. Sbuffava vapore, consumava più acqua che benzina. Ricordo anche le bruciature alle dita nello svitare il tappo del radiatore. Ma ho ricordi più regressi. Mezzogiorno d’agosto, io ragazzetto, Battistin e il fratello a minacciarsi con l’accetta per disputarsi la mezzadria dei campi di mia nonna. E c’erano oche dal collo mozzato che zampettavano in giro prima di cadere. Le strade erano di pauta, fango, costellate di busa, le ciambelle fecali dei buoi. Poi tutto cemento, le stalle vuote e i muggiti spenti nel tempo dal rombo dell’autostrada.
A conferma Gipo Farassino canta: “ penso a quand tut a l’era camp e prà, adess a l’è tut fabrìche, tut ciment”. Le tampe interrate non gracidano più, son piscine pretenziose. Nell’aia allunata accovacciati a spogliare le pannocchie della meira, il granturco, chi bersaglia viene rampognato. Io con i gagni scalzi la lotta e mi inzuppavano nel fieno, io cittadino anemico. Loro per le scarpe e la cravatta si sarebbero venduti alla catena di montaggio.
Toni voleva espiantare la vigna vicino alla Madonna della Neve. Io a dissuaderlo: “Non farlo”. Ha estirpato tralci, radici e ha perduto la ragione come l’Orlando, la natura alle volte si vendica. Alla vendemmia la pigiatura dell’uva con i piedi, il mosto dolciastro. La sòma d’aj, pane aglio e olio a merenda… Il Piemonte dei miei ricordi è morto e con lui Cesare Pavese.






Era certamente noioso, non capiva le donne, s’innamorava sempre delle donne sbagliate, le idealizzava a dismisura, era affetto da ejaculatio precox…. Di aver scelto una buona guagliona, semplice e povera, forse gli sarebbe riuscito di avere un po’ di figli e la tavola pronta. Inveve gli piacevano le donne sofisticate, colte, che spesso sono anche delle insaziabili golosone… E lui continuava ad innamorarrsi a getto continuo, a rendersi patetico (le donne son concredte…), ad essere sempre più in crisi, fino alla decisione fatale. Non è morto certo per la poesia o i compagni testosteronici el PCI, i tempi nuovi…
Però era uno che sapeva riconoscere gli uomini (le donne, magari, meno; e infatti tra l’altro finì al confino per aver fatto un piacere a una comunista di cui era innamorato). La lettura del suo Taccuino segreto, scoperto dal giornalista Giovanni Mondo, giornalista della Stampa laureatosi con una tesi proprio su Pavese e pubblicato nell’estate del 1990 dopo una lunga rimozione, è in questo senso illuminante. Preziose informazioni sono state offertesu questo sito dall’impareggiabile Manlio Triggiani (https://.barbadillo.it/94851-segnalibro-il-controverso-rapporto-dello-scrittore-cesare-pavese-con-il-fascismo/). Quanto al gossip sessuale, mi metterei da parte: nessun uomo è grande visto dal buco della serratura. Anche della camera maledetta del torinese Hotel Roma, di fronte alla stazione di Porta Nuova, vicino alla quale anch’io dormii una notte.