
La comprensione dei fatti storici e dell’attualità politica è troppo spesso inficiata da paradigmi otto-novecenteschi ormai superati, ma anche da pregiudizi alimentati ad arte dai media controllati da un sempre meno autorevole, e dunque sempre più rabbioso, pensiero unico, espressione di interessi elitari, a danno dei popoli .
Un caso lampante in questo senso è proprio rappresentato dalla narrazione del conflitto russo-ucraino, dalle scelte suicide dell’attuale Unione Europea, che – come segnalato da tanti commentatori di diversa provenienza ideologica – continuando sostanzialmente la guerra per procura cominciata da Biden – combatte contro i suoi stessi interessi, non solo economici.
Se le élites europee avessero senso storico e coraggio nel prefigurare un futuro, una stessa sopravvivenza del continente come espressione di civiltà mondiale, lavorerebbero ad un’alleanza con la Federazione Russa.
L’idea di un’Europa-nazione estesa da Lisbona (o da Brest) agli Urali (o fino a Vladivostok, in una prospettiva euroasiatica) è da molto tempo cara alla Nouvelle Droite francese. Anche ambienti gollisti coltivarono il progetto dell’asse Parigi-Berlino-Mosca che trovò un cantore mistico nel filosofo e romanziere rumeno naturalizzato francese Jean Parvulesco.
Altro (non ancora sufficientemente noto) pensatore e attivista sostenitore di tale prospettiva fu Guillaume Faye (1949-2009).
Dopo una lunga militanza nella Nouvelle Droite e nel G.R.E.C.E, alla metà degli anni ‘80, Faye prese le distanze da Alain De Benoist e soci, ritenendo l’attività puramente teorica e saggistica troppo poco incisiva alla luce dei problemi del tempo. Le idee possono cambiare il mondo, pensava Faye, ma solo se riescono ad entrare profondamente, attraverso l’azione politica, nella coscienza dei popoli.

Convinto che la modernità si stesse esaurendo e scivolando verso una “convergenza delle catastrofi” (ecologica, economica, demografica, razziale, finanziaria), propose nel suo saggio del 1998 Archeofuturismo (disponibile in lingua italiana grazie ad Aga editrice), un “costruttivismo vitalista” che appunto coniugava valori arcaici, perenni, con faustiane prospettive tecno-scientiste. Bypassando passatismo e modernismo, conciliando Evola e Marinetti (notevoli contributi nostrani alla cultura europea), richiamandosi a Nietzsche, ad Heidegger a Carl Schmitt, Faye proponeva una rinascita della nostra civiltà continentale con un’idea-forza che sostituisse quella illuminista ormai diafana. Ovviamente occorreva superare anche la contrapposizione fra destra e sinistra, conseguenza del pensiero moderno ormai paralizzante.
Faye era anche convinto che l’immigrazione incontrollata e l’ascesa dell’Islam radicale avrebbero portato ad una guerra fra il Nord e il Sud del mondo, anche interna, con l’Europa come principale terreno di scontro. La sua critica radicale dell’ideologia immigrazionista fu un altro dei motivi di distacco dalla Nouvelle Droite più sofisticata nell’interpretare il fenomeno ma dunque più lontana dall’opinione pubblica e dai ceti popolari, prime vittime della sostituzione etnica.
Negli ultimi anni, però, il brillante e controverso intellettuale francese, più che concentrarsi sulla prospettiva del conflitto Nord/Sud rivolse le sue attenzioni a quello risorgente sull’asse Ovest-Est.
Fedele alla sua idea di “federalismo eurosiberiano” (definizione fin troppo poetica, al punto che poi mutò in “eurorusso”), Faye non poteva certo ignorare la crisi in Donbass fin dai suoi albori.

Sul suo blog riportò i fatti di quell’area geopoliticamente strategica, fino alla sua morte nel 2019. Quegli interventi sono ora raccolti in Contro la russofobia. Russia post-sovietica, federalismo eurosiberiano e crisi ucraina (Moira edizioni), con prefazione di Robert Steuckers e introduzione di Stefano Vaj.
Risulta estremamente istruttivo leggere i fatti riportati da Faye a caldo, prima ancora del 2014 (con buona pace di coloro che si ostinano ad affermare che il conflitto in Ucraina abbia avuto inizio nel ‘22…): i crimini del governo ucraino eterodiretto, la trappola tesa dagli Usa per costringere Putin al conflitto, le solte scelte dell’Unione Europea.
Sono queste ultime a sgomentare di più ancora oggi, dato che l’Ue si è intestardita nella prospettiva di un conflitto immaginario con la Russia, andando contro i suoi interessi storici, economici, geopolitici. Appaiono ancora più assurde oggi che la stessa amministrazione Trump sembra far di tutto per disimpegnarsi da una guerra cominciata sostanzialmente da Obama e continuata da Biden.
Coloro che ancora hanno a cuore l’idea di una patria comune europea, la salvaguardia della sua identità e del suo contributo politico e culturale al pianeta, dovrebbero leggere con attenzione Faye, rigettare ogni strumentale ed idiota russofobia, senza cadere in un’acritica russofilia, impegnarsi anzi per un’alleanza continentale di vitale importanza per il nuovo equilibrio mondiale che si sta traumaticamente prefigurando.






Soci in affari con la Russia sì, alleati militari no, data la sproporzione degli armamenti.
La nostra civiltà non può rinascere e già l’aveva spiegato, oltre 100 anni fa, Spengler.
Certo che con questi leader europei riprendere i rapporti con la Russia è davvero problematico. Prima della guerra andavano chi più chi meno, i predecessori in alcuni casi abaciare le pantofole a Putin quindi anche i governi a guida Pd. Meloni di recente ha detto che bisogna riprendere i rapporti con Mosca intendendo la Ue. Il problema com’ è noto è che la Ue non c’è, chi dovrebbe rappresentarla, non esiste, è divisa, la tedesca? A nome di chi?
Questi leaders europei non sono dei leaders. Sono dei poveracci messi in posti più grandi di loro. Un’accozzaglia di parvenues, ignoranti, supponenti, incapaci, idioti…