
Le parole del sindaco di Bologna Matteo Lepore, che ha inveito contro il ministero dell’Interno per la gestione dell’ordine pubblico in occasione della partita di pallacanestro fra la squadra locale e la Virtus Maccabi, suggeriscono una malinconica serie di considerazioni. In primo luogo, vi si avverte ancor più dell’arroganza l’ineleganza di un comportamento: un sindaco che minaccia di mandare al Governo il conto dei danni per i danni provocati da una massa di teppisti, invece di esprimere la condanna per le violenze commesse dai manifestanti, in altri tempi avrebbe rischiato il commissariamento. Assurda, in particolare è stata l’accusa mossa a Piantedosi di non aver accettato di spostare la partita in una sede più lontana dal centro cittadino, come l’impianto in Fiera. Non ha sfiorato Lepore l’idea che tale scelta avrebbe rappresentato una resa incondizionata dinanzi al ricatto dei facinorosi. Il delirio di onnipotenza di molti sindaci, che la riforma del 1993 ha trasformato da primi inter pares, soggetti al confronto con il Consiglio municipale e al controllo del segretario comunale, nominato dal Governo, in monarchi assoluti, trova purtroppo in comportamenti come questo un’ennesima conferma.
La primavera del 1977 che infiammò il capoluogo emiliano
Molto diverso l’atteggiamento tenuto nella primavera del 1977 dall’allora sindaco comunista di Bologna Renato Zangheri. Per l’occasione la città felsinea fu scossa da un’ondata di violenza ben più grave. Anche allora a provocare gli scontri fu il tentativo, da parte della sinistra extraparlamentare, di impedire un evento sgradito. Non si trattava di una partita di pallacanestro, ma di un dibattito organizzato l’11 marzo all’università da Comunione e Liberazione presso l’Istituto di Anatomia Umana, nella centralissima via Irnerio. Le Forze dell’Ordine intervennero e ci scappò il morto: il militante di Lotta Continua Francesco Lorusso, ucciso da un proiettile vagante. La guerriglia che divampò per le strade di Bologna colpì anche i luoghi simbolo della città, come il Cantunzein, il ristorante stellato dove il primo cittadino portava a pranzo gli ospiti stranieri di riguardo. Qualcuno ha paragonato la sorte del carrello dei bolliti del rinomato locale, scagliato dai rivoltosi sulla strada, a quella della carrozzina precipitata sui gradini nel celebre film di Ejzenstejn che non piaceva a Fantozzi; si tratta di un volo pindarico da cinefili, ma il gesto comunque assunse un significato simbolico.
I modi decisi del ministro Francesco Cossiga
La risposta dell’allora ministro dell’Interno Cossiga fu pronta: a Bologna confluirono reparti sia dei Carabinieri, sia della Celere, questi ultimi, non ancora smilitarizzati, alloggiati dove era possibile, persino in caserme dell’Esercito, sui letti a castello dove dormivano i militari di leva (gli ufficiali a loro volta divisero le camerette dei colleghi dell’Esercito). I Carabinieri disponevano di mezzi cingolati, gli M113, che non erano come fu detto carri armati, ma semplici blindati; ma, come mi fu confidato svariati anni dopo da un ufficiale in pensione, vi fu un momento in cui, dinanzi al dilagare della rivolta, fu ipotizzata la possibilità di mobilitare anche gli M47 del vicino battaglione di Ozzano dell’Emilia per fare “il muro” a difesa della Prefettura. La situazione si normalizzò molto lentamente: ancora all’inizio dell’estate reparti dei Carabinieri piantonavano piazza Maggiore e unità della Celere erano alloggiate nella vicina caserma Minghetti.
La differenza di stile incarnata da Zangheri
Dinanzi a quella situazione drammatica, l’allora sindaco Zangheri si guardò bene dal chiedere a Cossiga i danni per il bollito versato. Appoggiò invece in pieno le scelte del Ministero dell’Interno, sostenne le Forze dell’Ordine, non trovò nulla da ridire quando fu vietata la celebrazione dei funerali del povero Lorusso nel centro storico cittadino e non inviò nessuna delegazione alla cerimonia, cui partecipò invece una rappresentanza dei giovani socialisti. Anche in seguito il professor Zangheri non avrebbe mai rinnegato la linea adottata. “Nel ‘77 – avrebbe dichiarato anni dopo – noi mettemmo al primo posto la difesa dell’ordine democratico e io fui accusato di un eccesso di rigidezza, ma non potevo scegliere altrimenti e lo svolgimento dei fatti mi ha dato ragione”.
Sì, è vero, il contesto politico era nettamente diverso. Non era al governo del centrodestra, anzi erano gli anni della “solidarietà nazionale”, il Partito comunista era entrato nell’area di governo e teneva a segnare le distanze dalle violenze degli estremisti di sinistra, anche per rassicurare l’elettorato moderato. Era la linea tracciata non solo da Berlinguer, ma dall’onnipotente ministro dell’Interno ombra del Pci, il torinese Ugo Pecchioli, che con rigore sabaudo diresse le grandi scelte del partito in materia di ordine pubblico e di lotta al terrorismo. Ma è difficile non apprezzare in quell’occasione la correttezza istituzionale e il coraggio dell’allora sindaco Zangheri, che non era un politico di professione o un impiegato della Coop, ma un docente universitario e fece quello che la coscienza – e non solo il partito – gli dettava. Per questo l’estrema sinistra lo detestò, ma fu anche grazie a uomini come lui che l’Italia non fu più, come l’aveva dipinta nell’agosto del ’77 una famigerata vignetta del tedesco “Spiegel”, il paese degli spaghetti in P38; e nemmeno del carrello dei bolliti rovesciato sul selciato di via Verdi.







E’ vero, Zangheri era un’ altra cosa, un sindaco, un politico degno di rispetto al contrario di Lepore che è arrogante, che scarica la responsabilità su Piantedosi dimenticandosi che anche lui è un pezzo di stato. Si vergogni, lui che finanzia i centri sociali a Bologna, che gli dà le sedi,come si permette. Comunque, il governo dev’ essere più duro, come ha scritto Nistri citando ciò che successe a Bologna quando c’ era Cossiga.
Ecco cosa vuol dire aver lasciato Mazzini ai mazziniani. Si perde la nozione di tempo profondo. Zangheri e Lepore sono la stessa cosa, la stessa logica.È il pubblico che è cambiato. Bologna ha una tradizione di uso politico del teppismo con 1425 (mille quattrocento venti cinque) anni di pratica.