I Ferragosto del tardo XX secolo sono sempre meno una festa religiosa e sempre più una festa laica, e anche una festa tragica, come emerge dal Sorpasso di Dino Risi. Ma l’italiano, soprattutto non metropolitano, che nel 1962 vede quel film così bello, così amaro, è ancora largamente casa & chiesa. Sul mare, già allora, si va in massa, anche perché, con 8.000 km di coste, è più facile avere spiagge vicine che non averle.
I Ferragosto del terzo decennio del XXI secolo sgomberano chiese già semi-vuote anche la domenica. Esiste ancora il cattolicesimo vissuto e non solo quello del Papa in tv? In un mondo dove le religioni cristiane, ma non cattoliche, si radicalizzano politicamente: protestanti guidano l’Ue; ortodossi la Russia. Islamici e israeliti fanno il resto. Ai cattolici italiani restano papi stranieri.
Si passa da apocalittici, ricordando che i popoli senza Dio decadono, come sono decaduti popoli senza Dei. Ma qualcuno deve pur dirlo.
Francesco Guccini? Scandaloso
Se gli italiani pregano sempre meno, cantano ancora parecchio. Negli anni ’50 e ’60, citare Dio un tabù, perché viola il secondo comandamento. Nel 1965, però, Francesco Guccini, 25enne del Psi, sedicente “modenese volgare”, con Dio è morto, annuncia che il triste evento è avvenuto “lungo le strade da pastiglie trasformate” [allude al Lsd – NdR] e “nei miti dell’estate”, oltre che “nei campi di sterminio”.
La Rai del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, socialdemocratico, ne vieta la diffusione. Al divieto si oppone, per fortuna, il Vaticano di Paolo VI, dove le canzoni si ascoltano per intero, anziché abboccare a titoli abilmente provocatori: all’epoca scandalo è sinonimo di pubblicità.
Nel 1966 Adriano Celentano, democristiano, replica grazie al paroliere molto di sinistra Don Backy, con Pregherò: “La fede è il più bel dono che il Signore ci dà / per vedere Lui e allor tu vedrai / tu vedrai, tu vedrai”.
Nel 1968 il successo arride anche a Fausto Leali (oggi molto di destra), con Angeli negri, che denuncia la discriminazione così: “Non sono che un povero negro / ma nel Signore io credo”; e precisa: “Se vede bimbi negri / Iddio sorride a loro”. Per quella “g”, prima della “r”, oggi Leali avrebbe i suoi guai.
Salvo il “Miserere” di Zucchero, resta poco
Le canzoni ove Dio è nominato davvero invano, come interiezione, emergono per la prima volta con la sentimentale Dio come ti amo di Domenico Modugno (1966); poi con un brano addirittura erotico, Dio mio no di Lucio Battisti nel 1971.
Nel 1968 echeggia un vocativo dettato dal bisogno: “Signore, io sono Irish / quello che non ha la bicicletta”. A implorare sono i New Trolls. Nel 1972 sono i Nomadi ad ammettere una desolante contingenza, illuminata però dalla fede: “Io, vagabondo che son io / vagabondo che non sono altro / soldi in tasca non ne ho / ma lassù mi è rimasto Dio”.
Nel 1990 è Zucchero, ispirato al salmo 51, che intona il Miserere, brano animato da un desiderio di redenzione. Dopo – in una modalità o nell’altra – Dio non scompare dalla musica leggera italiana. Lo scomodano Fabrizio De André, Eugenio Finardi, Franco Battiato, Giuseppe Cionfoli, Marco Masini, Raf, Ligabue, Roberto Vecchioni, Vasco Rossi, Fiorella Mannoia, Bugo… Solo che quasi nessuno, oggi, se ne ricorda .
Condivido il pensiero di Guidobono. Forse per recuperare il sacro occorrerebbe abolire queste festività laddove non significano più nulla come il 15 agosto e l’8 dicembre, che sono diventate ormai occasioni consumistiche ed altre inutili come il 25 aprile
Tutte le fedi nascono, si sviluppano, decadono e muoiono infine. Perchè dovrebbe essere diverso per il cristianesimo?
Condivido il pensiero di Guidobono. Forse per recuperare il sacro occorrerebbe abolire queste festività laddove non significano più nulla come il 15 agosto e l’8 dicembre, che sono diventate ormai occasioni consumistiche ed altre inutili come il 25 aprile