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Anniversari. Quando Primo Carnera conquistò la corona dei massimi e gli Usa

Pubblicato il 28 giugno 2013 da Riccardo Signori
Categorie : Sport/identità/passioni

carneraQuel “leviatano veneto”, così l’avevano battezzato le riviste americane, quel maciste che sarebbe diventato niente di meno che un Carnera per la storia e per l’immaginario collettivo, chiuse la prima notte da campione del mondo in un club di New York, bevendo latte e analcolici, scortato dal console generale di New York e dall’Ambasciatore d’Italia, cantando ‘O sole mio fino alle cinque del mattino.

Ottanta anni fa, ma come fosse oggi: Carnera è rimasto Carnera. Primo e Carnera. Magari friulano e non veneto, campione del mondo dei pesi massimi, la categoria più prestigiosa, il primo campione del mondo della nostra boxe, un simbolo a dispetto delle maldicenze, un gigante buono che non si è mai smentito, ideale bandiera di successo per l’Italia in camicia nera. L’Italia degli anni Trenta si inebriò del divismo sportivo e di qualche forma di gossip. I giornali sportivi, i cinema, i cinegiornali ci sguazzarono. Carnera fu ideale in tutto, e con lui Binda e Nuvolari, Varzi, Guerra, Bartali, Meazza, Combi. Ma quella di Carnera è stata la più autentica storia a cavallo di due mondi: Stati Uniti e Italia. Eroe o figlio del business? Di tutto un po’. Sfruttato in America, giocando sul credo-non credo di incontri più o meno veritieri. Ammirato in Italia e fra gli italiani d’America: simbolo di una rivalsa sociale che lo sport ha spesso intonato. Il 29 giugno del 1933 Carnera conquistò la corona mondiale contro Jack Sharkey, campione della categoria, americano nato da genitori lituani che, in realtà, si chiamava Paul Zukauskas. Il nickname era composto da Jack come Jack Dempsey, il suo idolo del ring, e Sharkey come il vero talento Sharkey del quadrato che si chiamava Tom ed era irlandese. Jack Sharkey aveva conosciuto mille mestieri e mille miserie, si faceva passare per marinaio di Boston, la città di residenza. Ma il suo soprannome «Sobbing sailor», marinaio piangente, contrastava con la rudezza del tipo. Fuori del ring veniva preso da una iperemotività che non gli faceva trattenere le lacrime. Magari c’entrava il trattamento che gli infliggevano pubblico e critica. Self made man del ring e dotato di notevole autostima, contro Carnera aveva già ottenuto una vittoria feroce, in 15 round, due anni prima. Forse quella che tradì il suo Io nella rivincita. Prima del match mondiale Sharkey si raccontò così: «La mia boxe è boxe, Carnera tira solo pugni. Sarebbe un pugile da ricostruire daccapo». Dopo essere finito ko al sesto round, portato a braccia nell’angolo a causa di un uppercut destro che lo mise faccia a terra si spiegò così: «Ho dimenticato di schivare il colpo».

Nelle parole di Sharkey è anche spiegata la trasformazione di Carnera: dalla strana storia del fenomeno da baraccone all’indimenticabile parabola, magari un salto nel mito, della montagna che cammina. Carnera era un gigante grazie a una ghiandola endocrina, detta pineale, che lo rese smisurato fin da piccolo. Ma divenne un pugile, e non un bluff dai piedi d’argilla come sostenne Budd Schulberg che lo raccontò, migliorando l’arte del combattimento, del tirar colpi e del muoversi. Nacque boscaiolo e sollevatore di pietre, ma prese lezioni di ballo per muover meglio le gambe, affinò i colpi, il sinistro lungo e noioso, una miglior difesa, imparò a tirare l’uppercut che divenne il segreto del suo mondiale.
La storia americana venne costruita da un Sindacato in mano a uomini della mafia, tutta gente gestita da Al Capone. Sul ring Carnera tirò i pugni che uccisero Ernie Schaaf, pugile di origine tedesca: furono altri i colpi che minarono Schaaf, ma la sua morte spinse Carnera verso il mondiale. Quella notte al Garden Bowl di Long Island (arena estiva del Madison Square Garden), Primo fece la sua storia con colpi veri: 26 anni contro i 31 di Sharkey, il campione che aveva conquistato il titolo nel 1932 battendo Max Schmeling. L’italiano, sbarcato tre anni prima in America, pesava 28 kg più, alto 14 centimetri in più. Nel Garden erano presenti 40mila spettatori (i giornali italiani parlarono di 60mila), tanti emigrati italiani, celebrità fra cui Fiorello La Guardia, sindaco di New York, incasso di 184mila dollari. La borsa di Carnera era di 59mila dollari, ma gli rimasero in tasca 360 dollari: solo il manager si mangiava il 33 per cento.
Carnera si presentò sul ring in accappatoio verde, rispondendo agli applausi con saluto romano. Il marinaio di Boston con la cintura di campione alla vita. Sharkey sembrava ansioso di chiudere e sbagliò match, Carnera sfruttò tutto quanto aveva imparato cominciando a far danni dal 5° round. Se ne occuparono anche i grandi giornali americani. Il New York Times dedicò un titolo in prima pagina e una pagina all’interno. Concludendo così la cronaca: «Carnera incrocia un poderoso terrificante uppercut alla mascella che quasi decapita il bostoniano: Sharkey cade sulle proprie orme pancia in giù. Immobile, sembra dormire». Il manager dell’americano comincerà ad urlare come un matto all’arbitro: «Togli i guantoni a Carnera e guarda cosa c’è dentro». Incredulo, cercava il ferro.
La Gazzetta dello sport venderà 600mila copie, un record. I giornali italiani strilleranno l’esito del match in prima pagina. Oggi per quasi tutti i quotidiani è naturale vendere sport in prima pagina. Allora era eccezionale. L’interesse è triplice: per Carnera, per il Paese e gli italiani oltreoceano e per il Duce. La Gazzetta dello sport sottolinea: «Una conquista dell’Italia fascista». Si mischiano retorica e ammirazione. Il Corriere della sera non resta indietro: «Questa vittoria solleva enormemente il prestigio sportivo e riafferma la virtù della razza». Carnera non dimentica di offrire il titolo a quell’Italia. Invia telegrammi a Mussolini e al segretario Achille Starace («Offro il campionato all’Italia fascista inviando a vostra Eccellenza devoti omaggi»). Il primo telegramma, molto più candidamente, è per la madre, Giovanna, rimasta a Sequals: «Devo tutto a te, mamma». Il resto è vita.
Poi ci sarà il nuovo corso americano tra film e dolce vita, il ritorno in patria inseguendo con una barca a vapore il «Conte di Savoia», la nave salpata senza attendere il campione ritardario, l’oceanico entusiasmo italiano e il nuovo mondiale in Italia: il 22 ottobre a Piazza di Siena contro il basco Paulino Uzcudum. Davanti a 60mila tifosi Carnera sale sul ring, seduto in prima fila c’è il Duce con i figli. Primo si toglie l’accappatoio e rimane in camicia nera: nuovo eroe del regime al quale aveva devoluto anche la borsa del match. Vincerà ma poi comincerà il tramonto.

*da Il Giornale

Di Riccardo Signori

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