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Focus/2. Cento anni di Evita Peron, mito globale tra popolo e giustizia

Pubblicato il 30 Marzo 2019 da Gianni Marocco
Categorie : Politica Ritratti non conformi

Evita Peron

L’ 8 gennaio 1926 il padre di Eva, don Juan Duarte, era morto in un incidente d’auto. Evita aveva solo sei anni quando la madre la prese del braccio e, assieme ai suoi fratelli, la portò a  Chivilcoy, dove viveva la famiglia  Duarte, per assistere alla veglia funebre. La bambina dovette  affrontare nuove discriminazioni, sviluppando una strenua avversione verso le ingiustizie. Le figlie legittime di Duarte, infatti, non volevano lasciar entrare quelle illegittime e fu soltanto grazie all’intervento di un parente di Estela Grisolía, la vedova, che le ragazze riuscirono ad avvicinarsi alla bara e, forse, fu loro permesso di accompagnare il corpo al cimitero. Eva racconterà come in quell’occasione scoprì “un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia”. Quell’immagine di umiliazione restò, infatti, marcata a fuoco nella sua vita. Lì ebbe origine il suo violento risentimento ‘antioligarchico’, contro i conservatori, i ricchi benpensanti, i bigotti. 

Evita era bimba bruna con i capelli corti, tagliati  ‘stile paggio’, assai magra. Si narrò che aveva una pelle quasi trasparente, notevole forza d’animo ed il terrore di essere  una diseredata. Il carattere di Evita era contraddittorio: i suoi compagni di scuola la trovavano dolce, ma nello stesso tempo ne lamentavano l’animo autoritario. Le sue compagne  affermarono poi che  voleva sempre comandare. Voleva forse esorcizzare ogni riferimento alla “pobre guachita de campo” (povera orfana). Inoltre, era chiamata “la grande“, giacché ripetente, condizione che la portava a capeggiare quelli della sua classe; terminò infatti le medie inferiori a 14 anni, non a 12.

Il 3 luglio 1933, giorno della morte dell’ ex presidente Hipólito Yrigoyen, rovesciato tre anni prima dal golpe del generale Uriburu, Eva Duarte fu l’unica della sua classe a recarsi a scuola  con un fiocco nero sul grembiule.​ Già da adolescente sognava con l’essere attrice. La sua  maestra Palmira Repetti ricorderà: 

Una ragazzina di 14 anni inquieta, intelligente, decisa, poco portata alla matematica, ma la migliore nelle feste del collegio. Aveva fama di eccellente compagna, era sognatrice, con intuizione artistica. Al termine delle classi mi raccontò dei suoi progetti. Voleva diventare un’attrice e lasciare Junín. Allora non era comune che una ragazza di provincia decidesse di andare alla conquista della Capitale. Tuttavia io la presi sul serio, pensando che avrebbe avuto successo. La mia sicurezza era certo contagiata dal suo entusiasmo. Compresi poi che la sicurezza di Eva era naturale, emanava da ogni suo atto. Le piacevano la letteratura e la declamazione. Scappava dall’aula per poter recitare davanti agli alunni di altre classi. Con i suoi modi accattivanti conquistava le altre maestre ed otteneva quanto si proponeva’.​

 Secondo la saggista Lucía Gálvez, Evita ed una amica nel 1934  avrebbero sofferto molestie sessuali da parte di due ragazzi che le avevano invitate ad andare a Mar del Plata con l’auto di uno di essi. Gálvez afferma que all’uscire da Junín cercarono di violentarle, non riuscendoci, ed abbandonandole seminude fuori della città. L’autista di un camion le avrebbe riportate a casa. Il fatto traumatico ebbe conseguenze sulla sua vita.​ Per Abel Posse sempre in quello stesso ’34 Evita avrebbe avuto la prima esperienza sentimentale e probabilmente sessuale. Si trattava di un giovane sindacalista anarchico, Damián Gómez, operaio ferroviario che poco dopo aver iniziato la relazione fu detenuto e morì in Buenos Aires, vittima dei maltrattamenti della Polizia, senza che ad Eva fosse permesso visitarlo in carcere. Lo storico ​Norberto Galasso pone in relazione tale eventualità con la decisione della giovane di viaggiare  a Buenos Aires, così come un criptico riferimento che Eva farà in una lettera al marito, il  9  luglio 1947: “Ti giuro che è una infamia. Il passato mi appartiene, ma devi saperlo, è tutta una falsità”. Forse si riferiva alla voce di un aborto non spontaneo, e mal effettuato, come si sussurrava nella pettegola Buenos Aires.

A Junín affiorò, come accennato, la vocazione artistica di Eva: era la prima della classe in recitazione. Il suo idolo cinematografico era Norma Shearer, un’attrice di Hollywood. Giorno dopo giorno si convinceva che il suo destino era di fare l’attrice: lo comunicò alla madre che, nonostante il carattere autoritario, accettò il desiderio della ragazzina. Le persone che conobbero Eva la ricordano come una giovane magra, che aveva il sogno di diventare un’attrice importante, con una grande allegria, forza ed uno spiccato senso dell’amicizia. Lentamente ottenne un crescente riconoscimento, soprattutto attraverso il radiodramma. 

                                                                        II

Juan Domingo Perón nacque a Lobos, cittadina a 98 km. dalla Capitale,  l’ 8 ottobre 1895, figlio naturale di Juana Sosa Toledo, di origini native tehuelche, e di Mario Tomás Perón, di sangue spagnolo, scozzese ed italiano. Dirà molti anni dopo Perón dell’ascendenza materna: 

“Ho parte di sangue india: zigomi pronunciati, capelli abbondanti…Posseggo una fisionomia india e mi sento orgoglioso di ciò, perchè credo che la cosa migliore del mondo risiede negli umili”.

Il nonno paterno di Juan Domingo fu Tomás Liberato Perón (1839-1889), un argentino nato a Buenos Aires, che divenne un medico importante e deputato provinciale, professore di chimica e di medicina legale. La nonna paterna era Dominga Dutey, una uruguaiana di Paysandú, figlia di genitori basco-francesi. I bisnonni paterni furono Tomaso Perón (1803-1856), suddito del re di Sardegna, presumibilmente originario delle Valli Valdesi del Piemonte, che emigrò all’Argentina nel 1831, ed Ana Hughes McKenzie, una scozzese nata a Londra. 

La madre ed il padre di Juan Domingo si sposarono a Buenos Aires nel 1901. L’essere ambedue nati figli illegittimi fu un elemento che chissà unì istintivamente Juan Domingo ed Evita. Da bambino il futuro presidente visse, come dirà, in una sorta di “effettivo matriarcato”. Tuttavia si distanziò presto dalla madre e non fu neppure al suo funerale, quando morì essendo egli Presidente e già vedovo per la seconda volta.  Il padre si recò nella Patagonia meridionale (dove il piccolo Juan Domingo imparò a cacciare i guanacos), poi nel Chubut, fu amministratore di estancias, impiegato e funzionario pubblico, irrequieto, ma poco ambizioso. Juan Domingo ed il fratello Mario Avelino furono inviati presto alla casa della nonna paterna, a Buenos Aires, onde poter frequentare scuole regolari. 

Con scarsi affetti familiari, il ragazzo, entrato nel 1911 nel Collegio Militare della Nazione, grazie ad una borsa di studio, si diplomò nel 1913 como sottotenente di Fanteria. L’Esercito divenne la sua vera ed unica famiglia. Contrasse un primo matrimonio nel 1929 con Aurelia Tizón che morì giovane, nel 1938, di cancro all’utero, la stessa malattia di Evita. Non ebbero figli e la maggioranza degli storici e cronisti sono concordi nel ritenere Perón sterile. La sua carriera militare fu brillante. Appassionato di molti sport, praticava la boxe e la scherma (fu campione di spada dell’Esercito), amava le corse in motocicletta. La sua corporatura era alta (oltre 1,80) e massiccia. Egli ascese piuttosto rapidamente i vari gradi, fu docente di storia alla Scuola Superiore di Guerra, quindi Addetto Militare presso l’Ambasciata d’Argentina in Santiago del Cile nel 1936, con probabili compiti di spionaggio. 

A principio del 1939 l’ufficiale venne inviato in Italia per seguire corsi nelle Scuole Militari di Torino, Aosta e Milano di approfondimento in diverse discipline teoriche e pratiche, come economia, politica, alpinismo, sci e persino scalate in alta montagna. Egli era un buon conoscitore della lingua italiana, e visto da vicino, il Fascismo lo impressionò favorevolmente. Racconterà, forse mentendo, di aver conosciuto Mussolini il 3 giugno 1940 e di salutarlo con il braccio teso. 

Alla vista dell’operosa Italia del Duce, si radicò in Perón l’idea che capitalismo e comunismo erano cosmopoliti, sudditi d’interessi stranieri. La vera novità era il socialismo nazionale. Con esso l’autentica, definitiva “nazionalizzazione delle masse”. Poco prima dell’inizio del conflitto viaggiò a Berlino e visitò la linea Loebtzen nella Prussia Orientale; pure la linea sovietica Kovno-Grodni, dove gli ufficiali russi, allora amici dei tedeschi, furono assai ospitali. Si recò anche brevemente in Ungheria, Jugoslavia, Austria, Francia e Spagna. Nel 1941 tornò in Argentina, diede una serie di conferenze sulla situazione bellica in Europa e fu promosso  colonnello. Tuttavia le sue idee furono considerate da alcuni ufficiali conservatori troppo innovatrici e filo-comuniste! Ed inviato a comandare una remota unità a Mendoza per tenerlo lontano dal centro del potere…    

Perón non indietreggiò, integró il GOU, Grupo de Oficiales Unidos, una loggia segreta​ di tendenza nazionalista, creata nel seno dell’Esercito nel marzo ’43. E divenne segretario particolare del generale Edelmiro Farrell, Ministro della Guerra dopo la  Rivoluzione del 4 giugno 1943; un colpo di Stato militare que abbattè il governo del Presidente Ramón Castillo. In quel periodo l’Argentina stava attraversando un momento di grande trasformazione economica, sociale e politica. Economicamente il Paese stava cambiando radicalmente la sua struttura produttiva: nel ‘43, per la prima volta, la produzione industriale aveva superato la produzione agricola. Socialmente stava realizzandosi una ingente migrazione interna, spinta dallo sviluppo dell’industria, dalle campagne verso le città.  

 Un processo di urbanizzazione diretto soprattutto verso la Capitale con una classe operaia che andava  aumentando. I cabecitas negras sanguemisti, con i capelli e gli occhi più scuri di quelli degli immigrati europei, invasero Buenos Aires. La migrazione interna si caratterizzò per la presenza di una notevole quantità di donne, le quali cercavano di inserirsi nel nuovo mercato del lavoro. Politicamente la Nazione viveva una crisi dei partiti politici tradizionali, conservatori e radicali soprattutto, i quali avevano instaurato un sistema corrotto, fondato su clientelismo, nepotismo, voto di scambio. I governi venivano accusati di numerosi, capillari brogli elettorali. Questo periodo è conosciuto, nella storia dell’Argentina, come la ‘Decade Infame’ (1931-1943), diretta essenzialmente da un’alleanza conservatrice alleata dei vertici militari. 

La legislazione sociale dell’Argentina era rimasta arretrata, da Terzo Mondo, pur essendo un Paese ricco. Dopo la Rivoluzione del giugno ’43 il movimento operaio, in particolare il sindacato ferroviario della CGT, cercò d’instaurare un dialogo con i militari al potere e subito i colonnelli Perón e Mercante ne divennero protagonisti. Fino ad allora i sindacati avevano svolto un ruolo minore nella vita politica argentina, divisi in quattro correnti: socialista, sindacalrivoluzionaria, comunista ed anarchica. I principali erano la Unión Ferroviaria, diretta da José Domenech e la Confederación de Empleados de Comercio, da Ángel Borlenghi. Nelle prime riunioni, superata l’iniziale diffidenza, i sindacalisti proposero a Perón ed all’amico Domingo Mercante – il cui padre era stato un dirigente dell’Unión Ferroviaria – di stabilire un’alleanza, installata fisicamente nell’ancor piccolo Departamento Nacional de Trabajo, e da lì promuovere nuove leggi e l’applicazione effettiva di quelle già esistenti, rafforzandosi mutuamente. 

Il potere e l’influenza  crescente di Perón giunsero inizialmente dalle correnti socialista e sindacalrivoluzionaria.  Egli cominciò a designare capi sindicali per le cariche principali del Dipartimento e, insieme, posero in marcia ‘el plan sindical’, adottando inizialmente una politica di pressione sulle emprese affinchè esse risolvessero i conflitti sulla base di convegni collettivi. Ne scaturì un’attività vertiginosa e Perón ebbe presto l’appoggio delle altre correnti sindacali. Alla fine del ’43, Domenech propose al colonnello di participare personalmente alle assemblee operaie. La prima assemblea alla quale egli assistette fu nel dicembre’43, nella città di Rosario, dove Domenech lo presentó como “el Primer Trabajador de la Argentina”! La circostanza ebbe conseguenze di portata storica in quanto fu il prodromo della successiva affiliazione dell’ufficiale al nuovo Partito Laburista. 

Nel febbraio 1944 FarrellPerón rimossero Ramírez dalla presidenza. Farrell fu il nuovo Presidente della Nazione e Perón divenne Ministro della Guerra.​ Continuò, tuttavia, ad essere  Segretario del Lavoro (in pratica ministro) realizzando un’opera notevole, facendo approvare leggi del lavoro che da decenni erano reclamate dal movimento operaio (generalizzazione dell’indennità di licenziamento, pensioni per gli impiegati del commercio, statuto del lavoratore rurale, il sacrificato peón de campo, modernizzando il semifeudalesimo ancora vigente, stabilendo la tredicesima mensilità) ed imponendo per la prima volta la negoziazione collettiva, strumento di base della relazione tra capitale e lavoro. Perón, Mercante ed il gruppo iniziale dei sindacalisti che concretizzarono l’alleanza organizzarono una nuova corrente sindacale con una identità nazionallaburista. Parallelamente aumentava la sindacalizzazione dei lavoratori. Questa grande trasformazione socio-economica fu la base del nuovo sindacalismo che prese corpo tra la seconda metà del ’44 e l’inizio del ’45 e che avrà il nome ‘peronismo’.

Nel febbraio 1945 Perón fece un viaggio segreto negli Stati Uniti per concordare la dichiarazione di guerra alla Germania, seppur totalmente virtuale, in nome della Realpolitik, la fine del blocco alleato e l’adesione dell’Argentina alla Conferenza Interamericana di Chapultepec.​  Il successivo 27 marzo, così come la maggioranza dei Paesi latinoamericani, Argentina dichiarò  guerra a Germania e Giappone ed una settimana dopo sottoscrisse l’‘Acta de Chapultepec’: condizione  per poter partecipare alla Conferenza di San Francisco, ove si crearono le Nazioni Unite, il 26 giugno 1945, integrando il gruppo dei 51 Paesi fondatori.

Allo stesso tempo il governo di Buenos Aires fece conoscere l’intenzione di convocare libere elezioni per tornare ad una piena legalità istituzionale. In tale ottica, il 4 gennaio il Ministro dell’Interno aveva annunciato la legalizzazione del Partido Comunista. La caratteristica principale del 1945 fu la radicalizzazione politica tra peronismo ed antiperonismo. Da quel momento in poi la popolazione argentina rimase divisa in due blocchi contrapposti ed in conflitto permanente. I seguaci di Perón, in maggioranza la classe operaia, e gli antiperonisti, dalla classe alta tradizionale alla classe media urbana. Una divisione infausta che sarebbe diventata insanabile fin quasi ai giorni nostri.​ 

                                                        

                                                              III

Come ha scritto Loris Zanatta, in La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’ Argentina di Bergoglio (Bari, Laterza, 2014):

“Dopo la morte di Eva Perón cercò di restaurare l’armonia perduta. Toccava ora ai produttori recuperare il terreno perduto a vantaggio dei lavoratori: basta sprechi e tutti a produrre, fu la parola d’ordine. Ma il peronismo di Eva era troppo cresciuto per rientrare nei ranghi. Se per Perón l’ordine sociale era un insieme di corpi che il capo teneva uniti ed in equilibrio, per Eva era il campo di battaglia senza mediazioni tra il Bene ed il Male, tra il suo popolo e l’oligarchia. Tale visione rendeva fatuo il sogno di un’armonica ‘comunidad organizada’ e spingeva ai suoi margini settori crescenti di Chiesa e Forze Armate. Le quali furono così protagoniste della cosiddetta ‘Libertadora’ che più di una reazione oligarchica fu l’implosione della Nazione cattolica. Del mito (peronista) che imponendo un principio di unanimità a una società sempre più plurale innescava una guerra di tutti contro tutti per impossessarsi della legittimità che solo esso (voleva) conferire: un mito che nella sua ansia di unire, spaccava”. 

Nel 1955 un’Argentina divisa, travolta dalla diffusa corruzione (lo stesso fratello di Eva, il mequetrefe, piccolo profittatore, Juancito, ne fece le spese, morendo probabilmente suicida), cadde, ma non s’estinse. Il peronismo  non si era infatti spento da sé e nonostante apparisse a molti osservatori ‘un regime esausto’, dai tratti soffocanti, cadde per un atto di forza, lasciando il popolo orfano. Si determinarono così le condizioni perchè, proscritto e perseguitato, divenisse oggetto di idealizzazioni romantiche e si apprestasse a risorgere più forte di prima, contaminato dall’onda lunga della successiva rivoluzione cubana.

‘Soy un general pacifista, algo así como un león herbívoro!’, soleva dire, burlone, Perón in esilio quando gli chiedevano perchè non avesse resistito in armi ai golpisti nel ’55. Lui, militare fino al midollo, anche se ormai inviso alla maggioranza dei suoi camerati, essendosi convertito in un ‘general populista’, che contribuiva poderosamente alla realizzazione del temuto ‘se aplebeya todo’, non avrebbe mai provocato una guerra civile. Rifiutò ogni suggerimento di chi lo invitava a farlo. Sono in molti a sostenere che, fosse ancora stata in vita Eva, nessuno avrebbe osato impugnare le armi contro il Presidente, anche perchè lei avrebbe fatto distribuire le armi alla CGT, al popolo. Dalla strage di giugno ’55, quando la Plaza de Mayo fu bombardata dall’Aviazione Navale, provocando oltre 300 morti e 800 feriti, il golpe era questione di tempo. Ma il peronismo di Evita, emotivo, dicotomico, poggiato su di una visione alquanto arcaica e rudimentale  della politica, che ispirerà il fanatismo montonero, non era quello di Perón… 

Nei diciotto lunghi anni dell’esilio in Madrid, seppur continuò a dirigere l’Argentina peronista, più che tornare presidente Perón lottò perchè fossero restituiti i pieni diritti alla sua parte politica (“Il peronismo mi sopravviverà” para abbia detto partendo per l’esilio e fu buon profeta) e gli fosse devoluto il grado di ‘Teniente General’: poter così rivestire l’adorata uniforme, essere infine sepolto nella sua uniforme. Le bizzarrie tumultuose e sanguinose della politica del tempo, l’incapacità del presidente Cámpora e della sinistra peronista, l’attività guerrigliera dei trotskisti dell’ERP, la lotta armata, lo obbligarono, invece, ad essere Presidente per pochi mesi, fino al primo luglio 1974 quando morì, lasciando la suprema carica nelle fragili mani della moglie, scelta per evitare l’opzione destra-sinistra (‘Qué vergüenza tener una copera por Presidente’, mi ricordo si lamentavano allora alcuni amici argentini…). Fu la premessa del golpe del 24 marzo 1976, di Videla, Massera, Agosti – l’ ‘Operación Aries’  che depose la Presidente María Estela Martínez – e delle conseguenti tragedie, detenzioni segrete, uccisioni, torture, dalle migliaia di  desaparecidos alla sconfitta nella incauta Guerra delle Malvinas dell’82. 

Dal colpo di Stato di José Félix Uriburu, che depose il 6 settembre nel 1930 il Presidente radicale Hipolito Yrigoyen ed il suo governo costituzionale, stabilendo la prima di una serie di dittature militari che durarono fino al 1983 – o, se si vuole, fino  al ‘Cuarto alzamiento carapintadas’ del 3 dicembre 1990, ispirato dal colonnello Mohamed Alí Seineldín contro il vertice dell’Esercito e l’ingerenza del potere politico negli affari militari, sanguinosamente represso dal Presidente Menem – furono decenni di colpi di Stato, di tentativi di golpe, di asonadas, di prove di forza o regolamento di conti tra le diverse anime delle Forze Armate, che seminarono di lutti e divisioni l’Argentina e che discendevano dalla convinzione di molti militari di avere una sorta di ‘naturale diritto/dovere’ a governare o tutelare da vicino i governi civili del proprio Paese, oltre gli interessi della corporazione. Va da sé che spesso i comandi castrensi attuarono su spinta e pressione di civili, fungendo da improprio elemento di ricambio politico, non necessariamente rifiutando la democrazia rappresentativa, purchè debitamente ‘purificata’.

Se Mussolini era stato il  ‘modello esterno’ di Perón, quello nazionale fu Rosas e con lui quel tipo di cultura politica – definita da alcuni ‘populismo oligarchico’, almeno per il XIX secolo – che delega la somma del potere nelle mani ed energia di un caudillo, che opera sovente al di sopra delle leggi, interpretando i bisogni e le aspirazioni della sua gente per ‘trasmissione emotiva’ più che attraverso strumenti istituzionali, il che vale un po’ per tutta l’America Latina. Il generale tornò al potere forse troppo tardi per realizzare i suoi programmi, in una Argentina in preda ad una acuta crisi etica e politico-sociale. Appare pure incontestabile che al posto del Paese prospero, ordinato, ereditato nel ’46 (ancorchè socialmente arretrato), egli  lo lasciò in pieno marasma, avendo pure perso la competizione col Brasile per la supremazia nel Subcontinente.

La sua figura appare più tragica che grande, in quanto incarnò più volte la speranza argentina e puntualmente finì con deluderla. Formulò l’idea della “Terza Posizione” in politica estera ed in economia e dovette constatare la loro inviabilità. Orgoglioso e zelante Militare di carriera si trovò contro, animate da avversione profonda, le Forze Armate della sua Nazione. Aveva sognato un’Argentina forte, rispettata e chiuse gli occhi su di un desolante panorama di divisioni e decadenza. Non a torto ha scritto il suo maggiore biografo, Félix Luna, che il destino fu assai benigno con Péron: “Nel ’55 il golpe lo salvò dal dover cancellare quanto aveva promesso e proclamato; nel ’74 la morte gli risparmiò di dover annientare le forze maligne che egli stesso aveva risvegliato”. I guerriglieri di sinistra, le squadre speciali, che non esitavano ad uccidere, e sognavano “la patria socialista”, ma che egli utilizzò con cinismo, ben sapendo che la tradizionale destra peronista (i sindacati) era disposta a venire a patti con il governo di turno. Eppure, nonostante ciò, il mito e la forza politica, figlia di quel mito, gli sopravvissero.

                                                                 IV

Il personaggio di Eva Perón e la sua vicenda umana – che aveva toccato la fantasia popolare di tutto il mondo – ha ispirato, oltre che numerosi scrittori, il mondo della musica e del cinema. Evita fa parte, come accennato, dell’immaginario politico della sinistra peronista, invisa alle classi alte  francofile, divenute anglofile dopo la WWII. Un modo di dire diffuso, paradossale, recita che “l’argentino tipico è un italiano che parla un cattivo spagnolo e vorrebbe essere inglese!” 

Il suo stile, comprendente gioielli, abiti e tailleurs di taglio impeccabile, pellicce vistose e le sue acconciature con chignon o alla pompadour divennero oggetti di culto. Una pasionaria femminista con vestiti di alta moda, malignò qualcuno. Decenni dopo è rimasto celebre il musical ‘Evita’ del compositore Andrew Lloyd Webber, portato sullo schermo in ‘Evita’, diretto da Alan Park nel 1996, con Madonna ed Antonio Banderas quali attori principali. Famosa la canzone Don’t cry for me Argentina del 1976:

Looking out of the window, staying out of the sun

So I chose freedom, running around trying everything new.

Don’t cry for me, Argentina.

The truth is, I never left you

All through my wild days, my mad existence

I kept my promise. 

Don’t keep your distance

           And as for fortune, and as for fame

I never invited them in

Though it seemed to the world they were all I desired

They are illusions, they’re not the solutions they promised to be.

The answer was here all the time

I love you, and hope you love me

Don’t cry for me, Argentina’.

Composta da Webber con testo di Tim Rice, interpretata da Madonna. L’adattamento cinematografico vinse importanti premi internazionali, Oscar e Globo d’Oro. Madonna fu consacrata come un’attrice versatile e matura, oltre ogni previsione.

La figura eccezionale di Eva Duarte è stata poi oggetto di periodiche rivisitazioni (e di omaggi ufficiali) che in qualche modo coincidevano con il peronismo al potere in Argentina. Così fu durante la presidenza di Carlos Menem, negli anni ’90, che pure sconvolse molti teoremi (tra l’altro egli allineò il Paese con gli USA e ristabilì le relazioni diplomatiche con il Regno Unito), clichè e prassi del tradizionale justicialismo, con l’obiettivo di mettere fine alle contrapposizioni frontali, pacificare e modernizzare il Paese, privatizzando ed adottando ricette neoliberalistas. 

Quando nel settembre 1955 le fondamenta del Monumento a Eva Perón (modifica del previsto Monumento al Descamisado) erano gettate, il golpe que rovesciò Perón comportò l’immediata demolizione di quanto già costruito. Sarebbe stato il complesso più grande del mondo, una sorta di Taj Mahal argentino miscelato col realismo socialista sovietico, che avrebbe potuto essere stato concepito, nel suo gigantismo, da Albert Speer, con una base di 100 metri per 100 per cento ed un’altezza di circa 140, con tre livelli, 14 ascensori, una statua bronzea dell’operaio di 45 metri di altezza, circondato da altre sedici statue in marmo di Carrara, ed una cripta sotterranea per il corpo di Evita, del quale rimangono le foto della maquette. 

Finalmente, anni dopo, si decise erigerla nel quartiere di Palermo tra la Facoltà di Diritto e la Biblioteca Nazionale: il punto dove Evità spirò nel demolito Palazzo Unzuè. Nel 1997 il Presidente Carlos Saúl Menem diramò il bando del relativo concorso, risultandone infine una struttura alta quasi 20 metri, ad opera di Ricardo Giannetti, che rappresenta una magrissima Eva Perón, in attitudine di avanzamento. Piovvero critiche più di elogi. Sulla base della escultura un anodino: “A Maria Eva Duarte de Perón. Supo dignificar a la mujer, dar protección a la infancia y amparar la ancianidad, renunciando a los honores”.  Fu inaugurato da Menem il 3 dicembre 1999. Altri monumenti ad Evita ed al descamisado sorgono in diverse città dell’Argentina.          

                                                                    V

Negli anni 1994 e ’95 vedono la luce tre opere giudicate fondamentali su Eva Perón, anche se nessuna sviluppata con rigoroso criterio storico: Abel Posse, La pasión según Eva, Barcelona, Planeta, 1994; Alicia Dujovne Ortiz, Eva Perón, La madone des sans-chemise, París, 1995 (tradotto dal francese dalla stessa autrice: Eva Perón. La Biografía, Buenos Aires, 1996); Tomás Eloy Martínez, Santa Evita, Buenos Aires, Biblioteca del Sur-Planeta, 1995.

 Abel Posse,  diplomatico e scrittore argentino, presentò nel 1994 La pasión según Eva,  per l’editore Planeta di Barcellona. Posse  vide una sola volta, a 21 anni, da lontano, Evita seduta in un palco “vestida de azul con un sombrero maravilloso”. Fu con Christian Dior che Eva stabilì la relazione più stretta nel campo della moda. Il famoso couturier trovò in Eva la sua desiderata regina, la sua personale opera d’arte, la sua diva. Nella maison francese  crearono un manichino di altezza naturale (1,65 metri) per poter adeguatamente provarne i capi. Dior disegnò per Evita vestiti con giubbino, gli iconici tailleurs e soprabiti. Cuando lo stilista inventò il ‘New Look’, abiti costruiti, modellati sulle curve del corpo femminile, del quale avrebbero stilizzato le forme, sottolinendo la vita ed il volume dei fianchi, mettendo in evidenza il petto, Evita fu la sua prima ambasciatrice. Dior, che la vestì da viva, altrettanto fece con la defunta. Durante la veglia funebre la donna indossava infatti  un suo esclusivo vestito bianco. 

La pasión según Eva è una novella scritta in  prima e  terza persona, composta sulla base d’interviste, testimonianze e  materiale  storico. È in effetti uno straordinario romanzo, tradotto ed edito in Italia da Vallecchi nel 2012, quasi vent’anni dopo. Un ritratto che sfoca il mito e mostra il volto intensamente umano della donna simbolo dell’Argentina, uno dei personaggi più noti, amati e controversi della storia mondiale.

Nell’opera di Posse un coro di voci racconta la breve, ma intensa esistenza di Evita; sono voci reali, tratte da interviste o fonti scritte, e voci immaginate, come quella di lei stessa. Posse non intende fare un’agiografia, registra le tracce lasciate da Eva Duarte  nella coscienza popolare e nei ricordi di chi la conobbe e frequentò. Il romanziere si confonde con il coordinatore delle versioni e peripezie che forgiarono il mito. È allo stesso tempo un viaggio all’Argentina profonda.  Scrive Posse che “con il tempo rimane più  Eva di Perón. Nelle  chabolas (topaie) del Gran Buenos Aires, nei miserabili locali justicialistas sempre c’è una foto de Eva. Mentre le lussuose sedi della Capitale sono tutelate da una foto del generale”.

Nel bel libro di Abel Posse,  Eva Perón,  stremata dalla malattia, a trentatrè anni ripercorre mentalmente i passi della sua breve ed intensa esistenza, vissuta come un’autentica avventura. Un ‘romanzo corale’ costruito in base alle testimonianze di devoti e nemici, cronaca intima di un destino fenomenale e sventurato. Ne La pasión según Eva, il padre Hernán Benítez diventa il principale responsabile del processo che  santifica il suo corpo. Nato nel 1907 e deceduto nel ’96, fu il confessore gesuita di Eva – come una regina di epoche lontane – che dopo il  golpe del 1955 fu espulso dalla sua  cattedra nel  seminario,  perseguitato ed oggetto nel ’56 di un tentato omicidio, dal quale si salvò, pare, fuggendo sui tetti. Pubblicó il periodico Rebeldía, che ebbe un ruolo rilevante nella resistenza peronista. 

Nel 1958 Benítez si scontrò con Perón a causa dell’appoggio da questi dato all’azione armata dei peronisti. Peraltro egli presto cambiò opinione, appoggiò pubblicamente la Rivoluzione castrista e mostrò ammirazione per il sacerdote colombiano Camilo Torres, morto come membro di una organizzazione guerrigliera. Cambiando il suo punto di vista sulla violenza politica, la difese in una lettera a Helder Cámara, massimo esponente della ‘Teologia della Liberazione’. Nel 1985 il gesuita, un personaggio in sostanza poco affidabile, scrisse una lettera all’ultima sorella in vita di Eva Perón, descrivendo un ‘secreto sufrimiento que, como ningún otro, desgarró su corazón’. Si è speculato trattarsi dell’impossibilità di riunirsi con la figlia extramatrimoniale che Evita avrebbe avuto nel 1940 con l’attore Pedro Quartucci, Nilda. Circostanza peraltro poi negata recisamente dalla famiglia Duarte, dalla famiglia Quartucci e dai biografi di Eva, sulla base di dati oggettivi. Alla pari di supposti pretendenti figli di Perón.

Come altri confessori della letteratura sulla vita delle sante, la figura del confessore risulta  centrale nella novella di Posse, in quanto  la ‘santità’ esige un ‘direttore spirituale’ che ne verifichi il valore, che legittimi l’esperienza mistica. Così, attraverso l’autorità intellettuale del gesuita si costruisce la ‘santità’ di Eva Duarte. Per Benítez, “l’impegno sociale incessante della donna implica una dedizione similare alla santità”; vive il potere “con la dimensione tragica del dovere, del salvare, del condividere pienamente il dolore e la frustrazione del prossimo, fino alle conseguenze estreme”. 

Nella novella di Posse, Benítez stabilisce un dialogo privilegiato con la malata. Eva fa un bilancio della propria vita e si prepara spiritualmente al ‘viaggio verso la  morte’. Più la fine si approssima, più gli incontri col confessore mostrano una Evita rassegnata e serena. La malattia, gli analgesici che calmano i forti dolori causati dal cancro calmano lo spirito pugnace della inferma per preparare una silenziosa, asessuata transizione alla santità. Attraverso il dialogo, la confessione, l’orazione, la contemplazione della morte,  il confessore  accompagna Eva nel suo viaggio verso il trapasso. La profondità dell’esperienza attraverso la malattia è ciò che consente al padre Benítez di offrire una testimonianza intima di  Eva nella sua ‘terza vita’, la chiamata. È questo il vero e proprio inizio del percorso mistico, del ‘volo místico’. Ne  La pasión según Eva la violenza della infermità viene direttamente associata a tale volo. Calvario e Via Crucis: la malattia diventa la causa essenziale della purificazione e redenzione del corpo.

Il saggio Eva Perón. La madone des sans-chemise di Alicia Dujovne Ortiz, giornalista e scrittrice che dal 1978 vive a Parigi, corrispondente di importanti quotidiani, all’epoca fu molto lodato, considerato da alcuni ‘un libro profondo, definitivo, ammirevole’. Trattasi di un’ampia, piacevole biografia romanzata, molto giornalistica, una accattivante raccolta di versioni e pettegolezzi, con alcune superficialità ed inesattezze, sensazionalismi (l’oro nazista, Bormann, la Meca de los nazis, manca solo lo zio Adolfo di History Channel, ma forse lì una parte la gioca l’origine ebraica paterna dell’autrice), influenzata dalla visione dell’Argentina della sinistra europea e dalle tesi sui ‘terrorismi di Stato fascisti’, di Baltazar Garzón. Non ha avuto una traduzione in italiano.

Santa Evita è una novella del 1995 dello scrittore e giornalista di Tucumán, Tomás Eloy Martínez. Tradotto in italiano dalle Edizioni Sur di Roma solo nel 2013. Già nel 2007 ne erano state vendute nel mondo oltre dieci milioni di copie, convertendosi in uno dei maggiori best-sellers d’ogni tempo.​ Pubblicato in più di sessanta Paesi, Santa Evita  è il romanzo più tradotto nella storia della letteratura argentina. Basato sulla figura di Eva Perón, la novella inizia là dove finisce la vita della sua protagonista. Avvince con l’avventurosa vita post mortem del suo corpo: prima affidato da Perón alle cure dell’ imbalsamatore, cui spetta il compito di renderne immortali le spoglie, poi moltiplicato in più esemplari con l’obiettivo di sottrarlo a tentativi di rapimento; quindi trasferito, nascosto, idolatrato, reso mitico dall’aura di ‘santità’ che emana la leggenda di Evita, oggetto d’intensa devozione popolare.

Già autore di La novela de Perón nel 1991, libro di grande intensità e bellezza su di un fenomeno tipico dell’Argentina, scivolato col tempo dal piano politico a quello della psicosi per i suoi tratti irreali, tragici, necrofili, grotteschi, metaforici, Santa Evita consiste in un’abile mescolanza di fatti reali ed altri immaginari, utilizzando un marchio allucinatorio di finzione circa la vita della Primera Dama Eva Duarte.

Da che Truman Capote con In Cold Blood, del 1966, inaugurò il genere letterario della  non-fiction story, sfidando le tecniche narrative convenzionali, Tomás Eloy Martínez collocò con Santa Evita un’altra bandiera, tanto letteraria come quella, applicando alla realtà il fuoco ardente della fantasia. Eloy Martínez inventò, immaginò, mistificò, perchè solo attraverso il cammino della fantasia, argomentò, si può entrare veramente nella sfera dei miti. 

Loris Zanatta, docente dell’Università di Bologna in Storia ed Istituzioni delle Americhe, ha da ultimo apportato un contributo assai rilevante alla ricerca sul personaggio ed il suo tempo con  Eva Perón. Una biografía política, (con traduzione di Carlos Catroppi), Buenos Aires, 2011. Per Zanatta: 

“La figura di Evita schiude un’affascinante fenomeno sociale nel quale la legittimità popolare si scontra con l’istituzionalità democratica. La modernizzazione sociale fu accompagnata in Eva da una specie di primitivismo politico impermeabile al pluralismo. Il peronismo di Evita fu una specie di religione secolare, con i suoi dogmi ed i suoi devoti che aggrovigliò lo stesso corporativismo tradizionale di Perón. Questo ‘ponte’ religioso sarebbe l’annuncio di future tragedie”. LaL’impulso alla modernizzazione sociale 

                                                   VI

Il governo di Juan Domingo Perón nella sua prima fase rimase assai legato alle Forze Armate, con la Chiesa considerate il baluardo contro il comunismo. Nel 1946 il Senato approvò una legge che confermava tutti i decreti del precedente governo. Tra questi decreti c’era anche la legge sull’istruzione religiosa obbligatoria varata nel 1943. Questa legge sottolineava il legame esistente tra l’identità della nazione ed il radicato cattolicesimo e si enfatizzò il ruolo che la religione avrebbe avuto nella formazione della società.

Questa riaffermazione della legge, tuttavia, limitò i poteri della Chiesa: i programmi scolastici ed i contenuti dei libri di testo erano responsabilità dello Stato; l’educazione scolastica divenne un mezzo di propaganda per il  Presidente e la consorte; nel giugno ’50 Perón nominò poi un massone, Armando Méndez San Martin, Ministro della Pubblica Istruzione, in un’atmosfera di reciproco e crescente  sospetto. Come ha scritto Zanatta:

“Il cuore del conflitto fu su chi deteneva  le chiavi della nazione cattolica, quelle che davano accesso al monopolio sull’identità nazionale e sulla legittimità dell’ordine pubblico. Per il peronismo la risposta era ovvia: in quanto movimento nazionale e cattolico, era esso ad avere riportato il Paese alle radici cristiane e ad avervi integrato le masse. Dovere della Chiesa era cooperare compiendo la sua funzione nella ‘comunidad organizada’. Ciò che il peronismo esigeva in nome della sua cattolicità era dunque una Chiesa peronista” (op. cit.).

Perón non condivideva, ovviamente, l’aspirazione della Chiesa a promuovere partiti politici cattolici. Il papa considerava l’Argentina una salda roccaforte anticomunista e temeva che il peronismo fosse l’incubatrice del marxismo ateo. Infine, alcuni provvedimenti provocarono malumori: nel 1954 il governo soppresse l’educazione religiosa obbligatoria nelle scuole, tentò di legalizzare la prostituzione (come del resto era stato fino al 1934), di far approvare una legge sul divorzio e  promosse un emendamento costituzionale per la separazione di Stato e Chiesa. Il Presidente accusò, quindi, pubblicamente il clero, che aveva alzato la voce,  di sabotaggio. Il 14 giugno ’55, durante la festa del Corpus Domini, alcuni vescovi pronunciarono forti sermoni antigovernativi. Fu il punto di rottura: durante quella stessa notte gruppi di peronisti attaccarono, saccheggiarono e bruciarono alcune chiese di Buenos Aires. Perón accusò i comunisti di essersi infiltrati. Due giorni dopo egli venne scomunicato da Pio XII e la scomunica sarà revocata solo da Paolo VI. Pare, scrissero dei giornalisti, per influenza di Licio Gelli, Giano bifronte…

Precedentemente, il 15 aprile, la CGT aveva organizzato una manifestazione di appoggio a Perón. L’opposizione fece esplodere alcune bombe e gruppi di estremisti peronisti incendiarono per rappresaglia la sede del Jockey Club, simbolo dell’oligarchia e della cultura elitaria, con la sua preziosa pinacoteca. Un altro episodio per saldare le Forze Armate – legate in maggioranza ad un cattolicesimo conservatore e socialmente immobilista – e le élites, convincerle all’azione. I militari avevano sempre pensato che la tutela della nazione cattolica fosse il loro primo dovere. Nella galassia justicialista il peso della componente populista, protetta da Evita, era però cresciuto a spese di quello castrense, erodendo gli equilibrî del potere peronista stesso.

Il 10 ottobre 1934 si era celebrato a Buenos Aires il XXXII Congresso Eucaristico  Internazionale, presieduto dal cardinale Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII,  e dal Presidente della Repubblica, Agustín Pedro Justo. La Capitale dispose un giorno di riposo festivo per l’Amministrazione Pubblica. Persino l’Università di Buenos Aires chiuse le sue porte per l’avvenimento. Il giorno 9 arrivava a Buenos Aires, ricevuto con grandi onori, il cardinale Pacelli, rappresentante del Papa Pio XI. Fu la prima volta che la bandiera vaticana fece un viaggio transoceanico su di un piroscafo, il “Conte Grande”, diretto all’altra parte del mondo. E per la  prima volta nella storia dei Congressi il Sommo Pontefice designò como suo rappresentante il proprio Segretario di Stato. Segno dell’importanza attribuita dalla Santa Sede all’Argentina. 

Era Péron massone? Quasi certamente no, almeno all’epoca dei suoi primi due governi, anche se molti massoni elogiarono le sue posizioni progressiste e poi laiche. Probabilmente Péron ebbe con le Logge solo un rapporto fluido. “Perón era massone, io lo iniziai a Madrid nel giugno 1973”, dichiarò anni dopo Licio Gelli. Affiliazioni cosiddette ‘all’orecchio o sulla spada’, cioè occulte agli stessi confratelli, con l’eccezione del Gran Maestro; così l’identità di alcuni iscritti importanti rimaneva ‘sotto il cappuccio’, nascosta. Ma Gelli si è rivelato a volte mitomane ed inaffidabile. Una affiliazione a quasi 78 anni non significherebbe poi molto. Comunque, sull’aereo che pochi giorni dopo riportò definitivamente Perón a Buenos Aires c’erano lo stesso Gelli e Giancarlo Elia Valori, presumibilmente in un’ottica affaristica, più che non di ampliamento di poteri occulti… Tant’è che poi Gelli espulse Valori dalla Loggia P2.

                                                             VII

Lo scorso 19 febbraio il Vicepresidente della Camera dei Deputati e Presidente del Partido Justicialista della Nazione, José Luis Gioja, ha presentato un progetto di legge per l’imminente  centesimo anniversario della nascita di Eva Perón,  con l’obiettivo di dichiararlo “Día Nacional de la Justicia Social”. Sarebbe un atto di vera giustizia riconoscere il giorno del natalizio di Evita, approssimandosi il centenario, e fissare quella data come il “Día Nacional de la Justicia Social”, essendo “Evita una bandiera, non solo dei peronisti”, ha affermato Gioja.

Evita Peron

Dal canto suo il 2019 è stato dichiarato dalla Legislatura Bonaerense come l’ “Año del Centenario del nacimiento de Eva Duarte de Perón”. Eva “suscitò l’idolatria tra i settori più svantaggiati, che talora giungeva alla devozione profonda. Forse nella stessa proporzione, ma in senso contrario, Evita fu il bersaglio delle peggiori reazioni delle classi dominanti al veder pericolare i loro privilegi di classe. Giusto riconoscimento  della ‘Abanderada de humildes de la Patria’, che dal Comando Celeste con il generale Perón protegge con la sua aura sacrale i più bisognosi”. E, tanto per non far mancare una nota di polemica politica e di propaganda partitaria, il senatore del PJ Unidad y Renovación, Luis Vivona, ha concluso: “in questo difficile contesto economico causato da un Governo Nazionale e Provinciale insensibili alla sofferenza del popolo”. 

Il Consiglio Municipale di Rosario, il 26 febrero 2019 ha proposto di dichiarare il 2019 “Año del Centenario del Nacimiento de Eva Perón, Jefa espiritual  de la Nación” e promuovere una serie di adeguate iniziative per celebrarlo. Certamente varie altre Province ed Intendenze non rimarranno indietro e si sommeranno alle celebrazioni, anche se, avendo perso il Governo nazionale, e molto diviso, il peronismo non potrà presumibilmente fare molto. Ma almeno, notano alcuni, più nessuno intona: 

Es la esperanza. Tenemos que luchar. Es montonero, es pueblo, es el camino. Perón o muerte. Socialismo nacional”.

Evita da attrice a simbolo e mito dell’Argentina peronista

Al di là delle celebrazioni ufficiali, di queste poche evocazioni e riflessioni – e di tante altre che sono state fatte ed ancora lo saranno – della retorica e delle polemiche ideologiche, rimane, credo, un punto fermo per chiunque voglia accingersi a giudicare serenamente la figura umana e storica, contraddittoria a volte come tutto il fenomeno peronista, di Eva Duarte. Lei, alla quale la natura aveva negato, pare, la maternità fisica, si sentiva veramente la Madre de los Descamisados e di tutti gli emarginati, umiliati ed oppressi d’Argentina. Come una madre agguerrita e possessiva amava, perdonava e proteggeva senza limiti, ma esigeva rispetto ed obbedienza. Appassionata ed implacabile. Alla luce di tale sentimento, esasperato, ma reale, ogni considerazione su populismo, corporativismo, autoritarismo fascista, democrazia liberale, pluralismo, immaginario unanimista ecc.,  pare diventare necessariamente secondario.

@barbadilloit

Di Gianni Marocco

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