
Personaggio: un magnate. Sfondo: un pianeta allo sbando. Contorno: un’assemblea vicina al parlamento Maga e una buona dose di desiderio di vendetta. Risultato: Digger del regista messicano Alejandro González Iñárritu, distopico ritratto di una realtà probabile.
Un petroliere tracotante è chiamato a salvare il mondo, dopo averlo messo in pericolo. Il presidente americano gli chiede di salvare il mondo. Digger (= scavatore) Rockwell (come la scala di durezza dei materiali) diventa così causa ed effetto del problema.
La componente satirica però non sarebbe tale, se non ci fosse il finale in cui – tra le varie sorprese – sottolinea che il pianeta è già distrutto dalla noncuranza dell’uomo, che ha prodotto disastri forse irrecuperabili.
Dopo aver confezionato Revenant per far vincere un Oscar a Leonardo Di Caprio, Iñarritu ci riprova con Tom Cruise, qui in veste del più ripugnante fra gli uomini, gli attori e i petrolieri. Già, tutto insieme, perché Digger coniuga temi, che toccano le drammatiche condizioni dell’ambiente, fino al ritratto trumpiano di un soggetto a dir poco odioso. Ma non solo. C’è il teatro, cornice di un regista e produttore che vuol mettere in ridicolo una storia di famiglia e gli sfugge di mano.
D’altronde il film è logorroico e sfiancante, ma – come ha detto l’autore messicano: “ Può essere visto anche come un disaster movie, dove però il disastro siamo noi”. Al di là di etichette e categorie, la satira è una cosa seria in una società di poli contrapposti (destra e sinistra, buono o cattivo, bianco e nero). Resta il generico colore ambiguo di un’epoca con cui il film fa rima. Per la gioia di Iñárritu, che non fatica a specchiarsi nel proprio esorbitante ego autoriale e nella sua passione di mostrare il mondo a un passo dalla fine. In una società, che si scava la fossa, convinta di potersi comprare l’uscita di emergenza o mettersi in tasca un biglietto per assistere alla farsa della propria scomparsa.
Digger di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise, Sandra Hüller, Riz Ahmed, John Goodman, Jesse Plemons, 110′





