Ho appena visto Naza e ho visto morire la Storia. Paul Auster diceva che la memoria è lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta. A Gaza accade dal 2023. Naza è un documentario di 80 minuti. Per 76 minuti su una terrazza buia, davanti a una telecamera il regista Yuval Abraham ci mostra alcune delle 24 testimonianze di uomini e donne dell’Intelligence israeliana cui è stato affidato il compito di distruggere Gaza. I rimanenti 4 minuti mostrano le macerie e brandelli di corpi, non quelli però mangiati dai cani, che i sicari col telefonino, i droni e l’IA si divertivano a guardare: divertimento, lo chiamano loro “Un divertimento malato, uno stato d’estasi. Il completamento della missione ti dà gioia”, dice un testimone. 80 minuti in cui muore la Storia, in cui muore tutto quello che si è vissuto, narrato, ammonito. Una testimonianza che va inquadrata nel Medioriente in fiamme dopo la strage islamista del 7 ottobre (mentre l’Idf ha replicato alla tesi dei registi).

Ci sono almeno tre livelli di lettura di questo necessario documentario. Il primo è la ricognizione lessicale. Il vocabolario dei testimoni è ingegneristico: proietta il genocidio (la parola terribile qui viene pronunciata) dentro un labirinto di termini della tecnologia. I testimoni sono nerd addestrati a un videogioco- lo chiamano loro così, videogioco- il cui scopo è distruggere palazzi con dentro persone: molti sono bambini e li sentono piangere, ma li ammazzano lo stesso. Per ucciderne uno, se ne uccidono venti, cento, mille. Uno è il bersaglio, gli altri sono “naza” vittime collaterali, secondo l’acronimo del margine tollerabile di vittime per ogni attacco. Aritmetica e geometria. Il disegno dei palazzi e delle porzioni da colpire, la retta percorsa dai palestinesi affamati che devono essere abbattuti proprio quando stanno arrivando al cibo, la posizione con cui i morti cadono. Un disegno per materializzare la distruzione e smaterializzare la coscienza: i 24 testimoni sono 24 membri dell’Intelligence pentiti ma robotici. Glaciale è il racconto, agghiacciante è l’impatto sullo spettatore. Disumanizzazione è la parola. Letterale disumanizzazione, se a governare l’assassinio è l’uso dell’algoritmo, dell’Intelligenza Artificiale che si insinua nei telefonini e si appropria del destino del proprietario, Il proprietario diventa vittima, la vittima muore.
Poi c’è la resa cinematografica. Yuval Abraham e Rachel Szor hanno realizzato un documentario che è un capolavoro cinematografico. La cinepresa coglie i grattacieli di Tel Aviv, insinuandosi nelle finestre e tra le fessure delle serrande, cogliendo i gesti quotidiani di chi abita con appartamenti borghesi e lindi come quadri di Hopper. La fotografia si fissa sullo skyline della città di notte, con le luci delle case e i fari delle auto sulle grandi strade e i ponti. Il campo lungo, però, restituisce di quelle case perfette il controcanto simbolico: pare vedere nel perfetto allineamento orizzontale e verticale celle, prigioni, campo di concentramento. Il giorno arriva ancora in controcanto: sulle macerie di Gaza, sulle gambe dei cadaveri, sul grido “SA’ ID” di un padre.
Così il terzo livello svela il messaggio di Naza che sta tutto nell’urgenza di mettere fine per via di arte all’ennesimo genocidio della storia. Naza è la Norimberga del 2023-2026. Il valore vero del film è che nessuno può osare tacciarlo di antisemitismo. Non c’è un’immagine, una parola che siano ostili al popolo di Israele, il suggello è in questa frase di uno degli intervistati “Credo ancora che i nazisti siano il male, ma intanto mi chiedo cosa sono io”. Qui sta la morte della Storia. Qui sta la potenza di un gesto artistico che diventa un gesto politico. Politico nel senso dei più alti doveri.





