
Il mare non si può tagliare con un coltello. Questo è uno degli spunti e degli assunti di Mediterranea. È il libro di Sergio Nazzaro, edizioni Città Nuova (17.90 euro), il cui sottotitolo rivela l’urgenza che impegna tutti in queste ore: “Rotte migratorie, politiche e criminali”.
Nazzaro, tra gli studiosi del fenomeno migratorio, è il più coinvolto nella realtà, non pone insomma – per suo metodo – il distacco proprio di una scrivania ma scende sempre in campo, viaggia, incontra le persone e il suo testo, infatti, consente al lettore di navigare in un mare di dati concreti, selezionati e autorevoli.
Tutto si riconduce alla verifica e la stesura del volume fa da asola al bottone concreto di una tragedia mai spenta, quella che ancora adesso pulsa nel Mediterraneo Centrale.
Una tragedia, questa del mare tra le terre, vissuta nel consapevole presupposto imposto dal metodo. E cioè che questo libro, come tiene a precisare lo stesso autore, nasce già vecchio.

Nel momento che è andato in stampa, infatti, molti altri profughi sono morti, sono dispersi nel mare o sono già materia dell’immaginario sui mezzi d’informazione. Come la graticcia fotografica in cui volti di giovanissimi – ragazze e ragazzi – sono incastonati in uno strillo: “Figlio mio, dove sei?”. È il grido delle madri marocchine.
Altri ne seguiranno quando ai primi di settembre il volume arriverà nelle librerie e altre tragedie sono già messe in conto. Molte crisi, infatti, sono già scoppiate, e questo stesso avvicinamento alla consapevolezza di sé, nell’apnea sempre mutevole del mare Mediterraneo, se assomma quel che è ormai abitudine a Lampedusa – se anticipa i fatti di Ceuta – ci prepara comunque al compimento dell’esodo coi migranti usati come proiettili, come mezzo di pressione, mentre affari e traffici, continuano serenamente. E biecamente.
E nel Mediterraneo delle flotte ombra di ogni sorta e genere – non certamente quelle utili al racconto della guerra sempre più “necessaria” – gli unici visibili sono i migranti, che fuggono sempre, e sempre muoiono.
Mediterranea – la cui copertina, la foto di un braccio aggrappato a una banchina è già icona –è un tentativo di lettura costruito sull’hic et nunc, senza cedimenti alla retorica o alle opinioni in voga.
L’incontrovertibilità delle cifre e dei fatti accompagna a conclusioni, unitamente ai dubbi, e così certezze ed esitazioni diventano veri e propri vascelli in navigazione su un mare gravido di bellezza e poesia ma ormai narrato solo come pericolo, come ecatombe, e purtroppo messo in pratica nella politica dell’emergenza solo e soltanto come somma di cadaveri lasciati sprofondare nei suoi visceri. Quasi che faccia dubitare dei tempi passati in cui le culture si mescolavano tra rispetto e conoscenza, anche con attriti ma con la volontà di esplorare nuovi orizzonti.
Mediterranea è solo un concetto di un mare possibile, mentre il Mediterraneo è attraversato da interessi di tutti, meno che degli Ulisse in cerca di domicilio. La quarta di copertina ospita l’opera di Sabine Rethore Mediterraneo senza confini. Una mappa semplicemente messa in verticale, e Lampedusa, Linosa, latin Sicilia viste in questa prospettiva sono un ponte dell’Africa con l’Europa da sempre. L’ha scolpito così la geologia. Basta osservare, per comprendere dove si sono disegnati confini impossibili e dove se ne vogliono ancora costruire di nuovi.
Eppure siamo come il braccio in copertina – uno scatto colto da Andrea Monachello per il documentario Il sale nell’anima di Luca Noris – aggrappati dunque alla pietra bianca piena di salsedine dell’umanità. Il lavoro e la lunga esperienza di Nazzaro ci consegnano pezzi di approdo e di comprensione. Mentre miliardi in commercio transitano sulle onde, siamo lì spaventati da un barchino che non ha nulla da bere. Invochiamo Europa a comando – quando urge il flatus vocis – mentre si costruiscono embarghi la cui utilità è pari al mestolo usato per raccogliere l’acqua del mare. Anzi, non proprio il mestolo, piuttosto il cucchiaino.
Il mare Mediterraneo tanto fotografato in estate, come una cartolina di serenità, è invece un necessario richiamo alla comprensione e allo studio. E alla compassione.
In questa nostra speciale geografia, attraverso il mare, si sono mescolate – e la lingua sabir lo attesta – lingue, fedi e culture, creando un unicum: la cultura Mediterranea. Ma stanno provando ad affogarla nel sangue. E noi invece, come Muhammad al-Idrisi, da Ceuta – la sua città – verso Siqilliya, la sua patria, dalla tolda di vascelli vagabondi, con Franco Battiato, rinnoviamo l’invito. L’invito al viaggio (in quel paese che ti somiglia tanto).






