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Governabilità senza popolo: premio fisso per comandare senza rappresentare

Cedere a FI nuovi margini d'azione può demolire l'attuale maggioranza e prospettarne un'altra: senza FdI  

di Ruggero De Franchi
3 Marzo 2026
in Corsivi
2

Si torna a inseguire l’idea che la stabilità basti a legittimare l’ingegneria elettorale. Il nuovo assetto proposto – proporzionale con premio di governabilità numericamente predeterminato e, in certe condizioni, ballottaggio – non è un tecnicismo. È una scelta di principio.

Il principio suona così: trasformare un consenso relativo in una maggioranza parlamentare piena. Non governare grazie al consenso; governare grazie alla regola.
Niente di nuovo, strumenti già abbondantemente utilizzati dal Sistema per tenere fuori dai giochi Le Pen in Francia o Farage nel Regno Unito.
Senza governabilità il sistema si inceppa? Vero. Ma la governabilità non è un feticcio separato dalla democrazia rappresentativa. La democrazia non è la fabbrica del “vincitore certo”: è il metodo con cui un popolo, con le sue fratture, diventa istituzione. E allora quanta distanza fra voti e seggi è tollerabile prima che il voto smetta di essere misura del potere e diventi rito di investitura?
Il punto critico del premio “predeterminato” è la rigidità: non segue il consenso, lo corregge sempre allo stesso modo. Basta un soffio di vantaggio e il primo arrivato si ritrova una maggioranza netta in Parlamento. La stabilità, qui, non è un effetto politico: è un prodotto normativo. E quando si rinuncia anche a strumenti che rendono riconoscibile il legame tra territori, eletti ed elettori, la distorsione non riguarda solo il rapporto tra voti e seggi: riguarda il rapporto tra cittadini e rappresentanti. Parlamento forte nei numeri, fragile nella legittimazione.
A margine – solo a margine, perché non deve diventare alibi o diversivo – c’è il dato del Paese reale: la partecipazione si assottiglia, l’astensione diventa abitudine. In questo quadro, una percentuale “alta” tra i voti validi può corrispondere a una quota più modesta dell’elettorato complessivo.
Se a quella quota si consegna, per legge, una maggioranza blindata, la frattura tra Paese legale e Paese reale non si cura: si istituzionalizza.
Fin qui la critica di fondo: comandare senza rappresentare. Ma c’è un secondo aspetto da temere più di tutto, perché riguarda non la teoria, bensì la sua stessa sopravvivenza politica. Un premio di maggioranza non è una coperta neutra: è un vestito cucito su un equilibrio dato. E gli equilibri cambiano.
La riforma nasce con l’intenzione di rendere più probabile una maggioranza “chiara” a chi oggi guida il campo. Proprio per questo rischia di diventare un boomerang. Ed è qui che torna il parallelo che non va nascosto dietro perifrasi: si è già consegnato a Forza Italia – partito centrista per cultura politica, interessi e genealogia – un tema costitutivo come la riforma della magistratura che nasce da una visione più liberale-aziendalista, più “governista” nel senso tecnico del termine, spesso più sensibile a equilibri e compatibilità sociale, non coincidenti con un’idee come comunità politica, ordine istituzionale, responsabilità e radicamento.
FI non vive di appartenenza, ma di collocazione e può trovare palcoscenico anche nel campo opposto. Molte sue idee fondanti – e molti suoi riflessi – sono compatibili con un centro-sinistra moderato, più di quanto lo siano con una destra identitaria. È un partito “ponte”, non una roccaforte. E, quando cambia il vento, un ponte non difende: collega.
Se si cuce una legge elettorale per blindare il governo, ma la coalizione che dovrebbe beneficiarne contiene FI come perno mobile, allora si blinda una semplice formula numerica. Oggi FI sta dentro e il premio pare cintura di sicurezza; domani potrebbe riposizionarsi e trasformare quel premio nell’acceleratore della vittoria altrui. Con un ribaltamento spacciato come scelta “responsabile”, con un trasloco presentato come difesa delle istituzioni, con l’ennesima operazione di convenienza elevata a virtù.
A quel punto la riforma – pensata come assicurazione sulla continuità – rischia di blindare non chi l’ha proposta, ma chi se ne avvantaggia nel momento in cui la coalizione si scompone. Proprio come accade con certe riforme “di parte”, che, nate per colpire un bersaglio, finiscono per consegnare all’avversario strumenti, narrazioni e vantaggi inattesi.
Morale: la stabilità non si costruisce con artifici, ma con comunità politiche coerenti. Prima l’identità, poi le regole. Altrimenti le regole diventano trappole. Chi voglia essere governo, e non solo conquista del governo, dovrebbe ridurre le distorsioni, ricostruire rappresentanza e non affidare pilastri decisivi a un alleato mobile come FI. Perché un premio di maggioranza, in un Paese già stanco e disunito, può fare una cosa sola: amplificare gli effetti della fragilità. E quando la fragilità esplode, non risparmia nessuno.
Ruggero De Franchi

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Tags: governabilitàlegge lettoralepopoloRuggero De Franchi

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Comments 2

  1. Sandro says:
    8 mesi ago

    Condivido l’analisi, comunque lo si voglia presentare il cd premio di msggioranza è una truffa, certifica lo scollamento tra istituzioni e cittadini, tra legittimazione popolare e regole di rappresentanza istituzionale

  2. Tullio Zolia says:
    8 mesi ago

    Perfettamente d’accordo:” Forza Italia” con la sua anima liberal-opportunista è l’anitra zoppa di questo centro-destra !

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