
Max Gobbo, il titolo del suo ultimo libro “Il mio amico Mishima”, sembra richiamare un’opera dell’autore giapponese. Cosa c’è dietro questa evocazione?
“Si riferisce immagino a Il mio amico Hitler, opera teatrale di Yukio Mishima del 1968 in cui l’autore stesso interpretò il dittatore tedesco. Sì, in effetti il titolo del mio romanzo Il mio amico Mishima appunto, può ricordare quello del dramma di cui sopra, ma a dire il vero fra le due storie non esiste alcuna relazione. Infatti da una parte abbiamo una pièce teatrale, dall’altra un romanzo i cui contenuti, come pure la trama e i personaggi, nulla hanno a che fare con questo dramma in chiave storica che getta uno sguardo, straordinariamente nitido, su d’uno degli episodi più sanguinosi dell’ascesa del nazismo, “La notte dei lungi coltelli””.
Il protagonista del racconto è Kazuo, amico del D’Annunzio nipponico: come aiuta il lettore questo espediente letterario a conoscere lo spirito dei tempi al centro della narrazione?
“Credo di poter affermare che il mio è un romanzo di formazione, nel senso che il giovane protagonista, al termine della vicenda, risulterà profondamente trasformato. In effetti tutte le peripezie che dovrà affrontare, che fra l’altro hanno la valenza di prove iniziatiche, lo porteranno infine a uno stato di consapevolezza superiore. In tal modo Kazuo, da giovane ribelle, seguace dell’autore della magnifica tetralogia Il mare della fertilità, viene avvicinato dal lettore nel momento che segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un passaggio irto d’insidie e contraddizioni.
A guidarlo e a dargli conforto, la sua passione per la letteratura e, sovra ogni cosa, le idee del suo mentore letterario, prima fra tutte l’amore profondo e incondizionato per il Giappone e le sue tradizioni millenarie. Non per nulla, nella raffinata postfazione al libro, Andrea Scarabelli lo definisce, a ragion veduta, Anarco-conservatore. Un miscuglio, come si può facilmente intuire, a dir poco esplosivo.
Tornando alla sua domanda, Kazuo è certamente amico di Mishima nel senso che ne è un figlio spirituale, quantunque non lo abbia mai incontrato eccetto nelle pagine dei suoi libri di cui è un avido ed entusiasta lettore. La storia che lo vede protagonista è ambientata nel Sessantotto giapponese per la precisione nel novembre del 1970, nel quadro delle proteste studentesche promosse dallo Zenkyōtō, movimento di matrice marxista che ebbe, come noto, diversi omologhi anche in occidente. Appare perciò del tutto evidente che un ragazzo come il nostro Kazuo, animato da istanze ideali e spirituali di segno opposto rispetto ai suoi coetanei ligi all’ideale comunista, non tarderà a trovarsi in aperto conflitto con costoro e con le istituzioni scolastiche talvolta conniventi con le violenze studentesche. Ne discende un impianto narrativo credibile, frutto di un’attenta ricostruzione storica della società giapponese dell’epoca caratterizzata da forti frizioni e insanabili conflitti fra tradizione e modernità, fra materialismo e spiritualismo; il tutto visto con gli occhi d’un giovane idealista solo e arrabbiato”.
Come si può illustrare il valore di Patria e Imperatore per Mishima ad un occidentale sedotto dalle sirene del globalismo?
“Penso che fra il Giappone del dopoguerra e la nostra epoca, al netto delle numerose e inevitabili diversità, vi siano comunque delle convergenze interessanti. Lei parla giustamente delle sirene del globalismo, ebbene dopo la sconfitta nella Guerra del Pacifico, culminata nella rinunzia da parte del Celeste Imperatore alla sua natura divina, moltissimi giapponesi conobbero un’onta e un dolore insopprimibili che li segnarono per il resto della vita.
L’imposizione di uno stile di vita all’occidentale, fu forse la più dura delle punizioni per lo spirito di questo fiero popolo isolano, che era vissuto per secoli all’insegna di principi assai diversi, in cui il valore dell’uomo e delle sue opere non veniva misurato con gli indici di borsa ma con il coraggio, l’abnegazione individuale e la fedeltà assoluta all’Imperatore.
Tutti valori cari a Yukio Mishima che ne fece il vessillo della sua opera di letterato e di uomo, di spirito libero e immortale. Dunque cosa può insegnarci ancora questo scrittore superbo che, in un atto di volontà assoluto, pose fine alla sua esistenza come un antico samurai, ovvero tramite seppuku?
La figura di Mishima – come è stato spesso osservato da vari autori – è assimilabile per certi versi al nostro d’Annunzio (basti pensare al suo celebre aforisma: fai della tua vita un’opera d’arte), ma anche a Pier Paolo Pasolini per via della poliedricità artistica e dei temi affrontati, come l’omosessualità, trattata in alcuni dei suoi romanzi come Confessioni d’una maschera o Colori proibiti con un realismo crudo e a un tempo sublime: è ad oggi, nelle sue più diverse personificazioni letterarie e umane, uno scrittore d’un’attualità sconvolgente, il cui afflato letterario, spirando con la forza d’un uragano, travolge le illusorie certezze d’un globalismo vuoto e privo di quegli ideali che innervano la tradizione da lui propugnata, magnifica e splendente come il sole che sorge sull’oceano”.
Mishima ha scritto romanzi, saggi politici, opere teatrali, è stato attore e autore cinematografico. Quale sfaccettatura artistica ha influenzato di più il suo approccio all’autore del “Padiglione d’oro”?
“Ammiro soprattutto il Mishima romanziere. L’autore dalla prosa elegante e cristallina, mai un passo falso, mai una stonatura. Questa è la firma d’un grande artista, la cifra d’una perfezione formale e sostanziale che solo a pochi autori può essere riconosciuta. Amo i suoi personaggi, schivi, ribelli, pieni di contraddizioni; e anche la loro mancanza di perfezione tratteggiata con la mano sicura d’un maestro spadaio, che li rende autentici, così vicini a noi da sembrar vivi e presenti. E amo le sue storie, perfettamente orchestrate, senza la minima forzatura contenutistica o eccesso manieristico, magnificamente intrise d’una poetica suggestiva e intensa, in cui la tensione ideale (talvolta rasentante il misticismo) e la sensualità mirabilmente espressa dal concetto di morte eroica e prematura, si rimescolano incessantemente come le onde del mare che s’infrangono sulla scogliera. Un fragore simile a quello d’un tuono che echeggia su tutta la sua opera poderosa”.
Militarista, amante della tradizione (da rianimare dopo l’invasione nichilista post seconda guerra mondiale), Mishima è un autore molto amato in Italia. Come spiega il successo senza tempo delle sue opere?
“Ciò avviene perché egli parla una lingua universale, chiara e possente capace di far vibrare le note più recondite del nostro essere, e lo fa, cosa strana a dirsi, rimanendo profondamente giapponese, proprio come nelle istantanee in bianco e nero nelle quali posa in jeans e maglietta, con i bicipiti da culturista e un sigaro cubano gagliardamente stretto fra le labbra sensuali. Una superba strafottenza la sua, da vera icona pop che affascina, intimidisce, seduce”.
Dopo “Il mio amico Mishima” ha altri lavori sull’Oriente in cantiere o tornerà ad occuparsi di fantasy?
“Non saprei, non faccio mai previsioni a lungo termine. La scrittura mi ha insegnato che non siamo padroni dell’ispirazione che va e viene come un vento capriccioso portando, di volta in volta, aromi e suggestioni diversi. Mi piacerebbe però, se mi è consentito, raccontare brevemente la genesi questo libro. Tutto ebbe inizio nel 2021, con la partecipazione all’antologia a cura di Linda Lercari Novelle giapponesi (Idrovolante Edizioni), titolo a dir poco programmatico. Per l’occasione scrissi un racconto, Una cascata di seta nera, lo stesso che ho poi inserito nel romanzo di cui stiamo parlando. Anzi si può dire che proprio da questa storia è scaturito Il mio amico Mishima.
Mi rendo conto che può sembrare strano, ma molti dei miei romanzi sono nati partendo da un racconto, come avviene per un seme che, nelle giuste condizioni, dà vita a un albero. Sarò forse per questo che una delle ultime immagini del libro ha a che fare con un fiore…”.






Un libro questo che se pubblicato in Giappone potrebbe avere un certo successo perché andrebbe ad inserirsi in dinamiche sociali che attualmente stanno mutando il Sol Levante.