
Il nuovo piano strategico per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti segna un punto di svolta che molti, nel dibattito europeo, avevano preferito ignorare: Washington considera ormai il continente europeo uno scenario secondario. Non irrilevante ma certamente marginale rispetto alle sue priorità geopolitiche del XXI secolo.
Il documento parte da una diagnosi severa: per anni la classe dirigente americana – con particolare insistenza negli ambienti democratici – avrebbe sopravvalutato la capacità degli Stati Uniti di sostenere contemporaneamente un apparato statale esteso, un vasto complesso militare-industriale globale e una rete di alleanze che scarica sulle spalle statunitensi la maggior parte dei costi della sicurezza internazionale. In questo quadro, la guerra in Ucraina viene riconosciuta come un’operazione in cui l’impegno Usa non garantisce né ritorni strategici proporzionati né una prospettiva di successo chiara. La nuova dottrina ribadisce il principio che ha caratterizzato la precedente amministrazione Trump: gli Stati Uniti interverranno solo quando un interesse nazionale primario sarà in gioco. È una realpolitik senza ambiguità che rifiuta le “missioni civili di civilizzazione globale” e il multilateralismo come riflesso condizionato. Per Washington, dunque, l’ordine delle priorità è inequivocabile: il continente americano deve restare al riparo da influenze esterne, mentre l’Indo-Pacifico è identificato come lo spazio strategico decisivo, dove si giocheranno competizione economica e deterrenza militare nei confronti della Cina.
Quando si passa all’Europa, il documento mantiene i toni diplomatici ma non nasconde l’irritazione per una situazione giudicata insostenibile fra stagnazione economica, capacità militare insufficiente, eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. E poi c’è l’Ucraina. La valutazione americana è netta: l’Europa percepisce la Russia come rischio esistenziale, gli Stati Uniti no e negoziare una rapida conclusione del conflitto è prioritario per ristabilire stabilità economica e strategica sul continente e prevenire escalation incontrollate.
Nel paragrafo incentrato sulla “Promoting European Greatness” sono tracciate tutte le aspettative americane sintetizzabili in un programma che si esplicita in sovranità nazionale piena, fine dell’espansione automatica della NATO, riequilibrio economico a favore dell’industria statunitense. La parola chiave è “correzione” dei bilanci europei, delle politiche industriali, delle ambizioni strategiche affinché l’Europa possa trovare una sua autosufficienza.
La reazione europea oscilla tra sbigottimento e risentimento. C’è chi, dopo decenni di protezione militare quasi gratuita, scopre la responsabilità e non la trova particolarmente seducente. C’è chi interpreta il riposizionamento americano come un tradimento, attribuendolo a misteriose influenze “orientali”. Ma ci sono anche rari interpreti più lucidi che comprendono come la fase storica dell’Europa sotto tutela sia finita e che la Beltway non è mai stata una missionaria della democrazia occidentale, semmai una mediatrice pragmatica dei propri interessi.
Non si tratta di demonizzare gli Stati Uniti che continuano ad agire come ogni potenza agisce, ovvero perseguendo i propri obiettivi. Al contrario, questo momento segna la fine dell’illusione europea che la difesa del continente fosse per Washington una sorta di dovere morale eterno e incondizionato. L’Europa ora è chiamata a scegliere se continuare a costruire un’identità strategica basata su narrative valoriali o misurarsi con la geopolitica reale. Se davvero crede di essere “faro di civiltà”, dovrà accettare che la luce va alimentata con energia propria attraverso risorse economiche, deterrenza, coesione politica. Gli Stati Uniti non “abbandonano” l’Europa. La stanno invitando a diventare adulta.







Ho letto il documento. Uno studende del primo anno di un liceo italiano, almeno uno dei miei tempi, avrebbe saputo scriverlo meglio. Gli USA stanno cercando solo di squagliarsela senza pagare i danni fatti da loro stessi. Ora la vera leadership europea la assume chi si rivolta per primo ai colonialisti ogni giorno più putrefatti. L’alternativa è il panico dei tagliaborse che si calpestano a vicenda. Per questo ci vuole teoresi, che pure c’è e di prim’ordine: Mazzini, con buona pace di chi non sa chi era. Certo che è rischioso, ma “i soldati italiani sono leoni, gli ufficiali würstel e i vertici merde” (Rommel). È il momento dei soldati. Se quel bellimbusto di Cavo Dragone vuole mandarli a morire non sa nemmeno lui perché si può sempre disertare.
Oggi in prima Liceo stanno al livello della III Elementare anni ’50, miei tempi. Forse neppure…