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Libri. “Il suicidio della destra” di Andrea Marcigliano: un disastro annunciato

Pubblicato il 11 agosto 2013 da Augusto Grandi
Categorie : Libri

alleanza nazionaleNostalgismo, cortigianeria, inadeguatezza, ignoranza: Andrea Marcigliano non va certo leggero nell’indicare le cause del suicidio della Destra. Una Destra di cui, lui, ha fatto parte con pervicacia. Sino all’ultimo, o quasi. Troppo a lungo, verrebbe da dire. Ma come ogni innamorato, Andrea ha cercato in ogni modo di giustificare i tradimenti della sua bella. Soltanto che questa Destra di bello aveva proprio poco, o forse nulla. Quanto ai tradimenti, ce ne sono stati di ogni tipo.

Ma da parte di tutti. E Marcigliano, che è una persona per bene, non addossa tutte le responsabilità a Fini, come sarebbe comodo e come è ormai abitudine. Certo, le responsabilità di quello che era definito «dietro gli occhiali niente» sono enormi. Ma chi, all’interno e pure all’esterno dei partiti e «movimentini» vari, può davvero sentirsi incolpevole del suicidio complessivo?

Perché, in fondo, ha fatto comodo a tutti adagiarsi in un nostalgismo di maniera che non portava da nessuna parte. Perché la nostalgia era comprensibile per chi aveva combattuto nel nome del Duce e guardava indietro alla propria, irripetibile, esperienza personale. Andando a Predappio, ma per un saluto privato e non in quelle buffonate del 28 di aprile e di ottobre. Gli altri, però, tutti gli altri non avevano il diritto alla nostalgia di qualcosa che non avevano vissuto. Avevano il dovere di guardare avanti, e non l’hanno mai fatto. Per paura, per incapacità, per inadeguatezza: le stesse accuse che vengono rivolte ad una classe dirigente che è espressione di una base che non ha voluto crescere.

La base della Destra. Peccato che ci sia solo la base, mentre la Destra non si sa cosa sia, dove stia. È stata un’accozzaglia di diversità, tenute insieme soltanto dall’aggressione esterna. Se il «Pci» e l’ultrasinistra l’avessero capito per tempo, si sarebbero evitati tutti i morti degli anni di piombo, perlomeno quelli dovuti agli scontri e non pianificati a tavolino. Invece l’aggressione, la repressione, la dura lotta per la sopravvivenza e per la disperata conquista di uno spazio politico han fatto coesistere destre liberali e destre sociali (anche molto sociali e poco destre), monarchici e repubblicani, anarchici e militaristi.

Poteva nascere qualcosa di duraturo, di grande, di omogeneo? Probabilmente no. Probabilmente la massima espressione di quella confusione assoluta erano i caporali di giornata autoproclamati colonnelli. Ma, consapevoli di essere poca cosa, hanno cercato un «leader». E se Giorgio Almirante ha imposto l’insulso Fini, i caporali si sono adeguati. Ma, anche in questo caso, Marcigliano è correttissimo. Non scarica le colpe su questa cerchia di inetti. Perché la base militante si sta comportando, adesso, nel medesimo modo. Si cerca di mettere in piedi un movimento alternativo, la fastidiosa «Cosa Nera», partendo non dalle idee e dai programmi, ma dalla ricerca del «leader».

In questo emerge tutto il nostalgismo e la cortigianeria. Un capo purchessia. Come se la nomina a «capo» trasformasse qualunque incapace in un novello Duce. Lo spirito santo della politica che scende sul prescelto dalla folla. Non è così, non funziona così. Ma è più facile. Perché permette di non pensare, di non proporre, di non studiare. Mica male, per un’area che ha sempre avuto problemi con gli intellettuali. Con i propri intellettuali, innanzi tutto, come ricorda Marcigliano. Perché gli intellettuali altrui, invece, sono sempre stati blanditi, aiutati, finanziati dai politici di Destra assurti a posizioni di potere. Assessori che finanziavano cooperative «rosse» nel settore cultura, «per non avere grane: se li paghiamo, poi non protestano e non ci attaccano». Geniale. Il centrodestra regala al salone del libro di Torino paccate di milioni per organizzare le passerelle di autori di area «Pd». E taglia i finanziamenti alle iniziative della destra culturale.

D’altronde non è che quando i rari esponenti della cultura d’area sono arrivati in posizioni di potere, a partire dal «Cda» della «Rai», si siano distinti per iniziative brillanti e coraggiose, per assunzioni, per occupazioni di poltrone strategiche. Più facile aiutare la carriera dell’amica di turno di qualche politico.

Un disastro. Una Caporetto, come la definisce Marcigliano. E di fronte a questo disastro non stanno emergendo proposte, programmi politici, progetti concreti. Più facile, ancora una volta, rifugiarsi nel nostalgismo più banale. «A vent’anni siam qui a raccontare ai nipoti che noi, noi buttavamo tutto all’aria e c’era un senso di vittoria», cantava Giorgio Gaber. E si riferiva al reducismo della sinistra. La differenza si nota, perché a destra il senso di vittoria mancava, ma il reducismo no. E con i racconti ai nipoti non si evita il suicidio della Destra e ancor meno si costruisce qualche cosa di nuovo.

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Di Augusto Grandi

Una risposta a Libri. “Il suicidio della destra” di Andrea Marcigliano: un disastro annunciato

  1. Io la smetterei di continuare a mettere l’accento sul “nostalgismo” che già negli anni Ottanta era marginale e che comunque non va confuso col legittimo richiamo a delle radici storiche ben precise. I problemi sono arrivati soprattutto quando si buttato a mare non solo il nostalgismo ma tutto a quello che aveva a che fare con la “memoria”. Ci siamo mai interrogati, ad esempio, sul perché dal 1945 ad oggi la Destra ha prodotto pochissimi storici, lasciando documenti e analisi “agli altri”. Il rapporto tra Storia e Destra è il capitolo più trascurato tra quelli tra Destra e mondo intellettuale. E la cosa è quantomai indicativa per un mondo che ha – aveva? – radici così profonde nel passato e che per quelle radici è ancora oggi demonizzato e snobbato da chi da decenni fa un uso politicamente spregiudicato – e scorretto e fazioso – della Storia

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