
Il trumpismo è nato anche da una promessa semplice: riportare al centro l’americano che lavora, paga le tasse, cresce una famiglia e vorrebbe vivere con dignità nel proprio Paese. America First significava anche: prima gli interessi della classe media, poi quelli della finanza globale e delle grandi strategie internazionali, che comportano le imprese neocoloniali. Su questo terreno, a quasi 2 anni dalla rielezione d Donald Trump, mentre incombe il voto di medio termine, emergono contraddizioni. La casa ne è l’immagine più evidente.
Per la Federal Reserve, nel 2025 il 24% degli americani fra 18 e 29 anni possedeva l’abitazione dove viveva; il 49% abitava ancora con almeno un genitore. Fra gli affittuari, il 23% era rimasto indietro almeno una volta col pagamento del canone di locazione.
L’Università Harvard, nel suo State of the Nation’s Housing 2026, descrive un mercato quasi paralizzato: le vendite delle abitazioni esistenti restano sui minimi degli ultimi 30 anni e il rapporto fra prezzi e redditi è vicino ai massimi storici. Non manca solo la casa economica: manca sempre più la possibilità, per chi vive di stipendio, di trasformare il proprio lavoro in patrimonio.
In fondo alla scala
All’estremo inferiore della scala sociale il fenomeno assume forme che sarebbero sembrate incompatibili con l’America prospera degli anni ’50-’60. Nel 2025 oltre 745.000 persone erano senza dimora. Quante vivessero in automobile non si sa, perché non c’è una statistica nazionale specifica; ma il vivere in auto, furgoni o camper, è ormai una realtà strutturale in molte aree urbane. Il paradosso politico è evidente. Molti di costoro avevano votato Trump perché vedevano nella globalizzazione la macchina per arricchire Wall Street, non Main Street.
Il governo ha percepito il problema. Nel gennaio 2026 Trump ha limitato l’acquisto di case unifamiliari da parte dei grandi investitori istituzionali, affermando che “people live in homes, not corporations”. In marzo ha facilitato il credito ipotecario e ridotto gli ostacoli normativi alla costruzione di nuove abitazioni. Ma riconoscere un problema non significa averlo risolto. E soprattutto non modifica ancora che chi possieda patrimonio benefici dell’aumento degli asset, mentre chi deve entrare oggi nel mercato trova prezzi elevati, redditi più fragili e un ingresso alla proprietà sempre più stretto.
La crisi dell’abitazione attraversa buona parte di quel mondo occidentale e “civile” che continua a proporsi come modello economico, sociale e politico per il resto del pianeta. Il modello che quei 3/4 del mondo, che dovrebbero ammirarlo, non pensano di imitare. Lo mostra la Spagna, dove la casa è terreno di scontro politico: affitti, sfratti, grandi proprietari, fondi immobiliari, difficoltà dei giovani ad accedere alla proprietà. Da Barcellona a Lisbona, da Londra a Milano, ciò si ripete in forme diverse, ma con un tratto comune: nelle città più attrattive il valore immobiliare cresce più della capacità di acquisto di chi vi lavora e risiede. Non è più mantenuta la promessa fondamentale dell’Occidente postbellico: che il lavoro consentisse, oltre che di sopravvivere, di costruire sicurezza e patrimonio.
Guerre per sempre
Anche la politica fiscale americana offre argomenti ai critici del trumpismo. Il Congressional Budget Office, analizzando la legge fiscale e di bilancio del 2025, ha concluso che essa riduce le risorse per famiglie nella fascia bassa dei redditi, mentre le aumenta per quelle nella fascia media e, soprattutto, nella superiore. Non significa che ne beneficino solo i ricchi; significa però che la promessa populista e la distribuzione concreta dei benefici non combaciano.
Qui America First trova la seconda contraddizione. Parte dell’elettorato Maga aveva interpretato quello slogan anche come rifiuto delle guerre permanenti e degli impegni internazionali nei quali l’interesse americano risultasse poco riconoscibile. Eppure nel 2026 gli Usa sono stati coinvolti direttamente nel conflitto con l’Iran, riaprendo divisioni all’interno del mondo conservatore e facendo riaffiorare il fantasma delle forever wars che Trump aveva promesso di chiudere. Non è qui da stabilire se ogni intervento internazionale sia giusto o sbagliato. È da comprendere la percezione politica nell’elettore, che aveva preso sul serio quelle due parole: America First.
Se un giovane americano non può comprare una casa, se una famiglia che lavora stenta a pagare l’affitto, se qualcuno dorme in auto, mentre il valore degli asset premia chi ha già capitale, la promessa di rimettere al centro la classe media è incompiuta.
Se poi Washington continua a essere assorbita da guerre, alleanze e interessi strategici, lontani dalla quotidianità di quella stessa famiglia, la domanda non è se l’America sia great again. Ma chi sia realmente first.






