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Il racconto. La mano del turco sulla roccia e il misticismo che supera i dubbi dei laicisti

Pubblicato il 2 luglio 2013 da Ferdinando Kustermann
Categorie : Cultura

mano-del-Turco-GaetaOvvero dello scetticismo di un turco e dell’incredulità odierna. Erano dunque le ultime estati degli ’80, e noi si faceva villeggiatura in una casa che mio nonno aveva acquistato tanti anni prima a Formia, rendendo omaggio a nomi come Serapo, Vindicio, e ad un tratto di costa che visse un’epoca di sobria eleganza da dopoguerra, oggi erosa dal cattivo gusto che fonde il basso Lazio e l’alta Campania.

Si passava il tempo tra gite in barca e passeggiate per i vicoli della città vecchia di Gaeta. Luogo irresistibile per un infante appassionato di storia, un promontorio a picco sul mare con una rocca che aveva visto l’ultima, strenua difesa dei Borbone, già traditi e venduti allo sbarco piemontese in Sicilia, triste preludio ad un altro sbarco comprato a tavolino che l’isola avrebbe vissuto manco cent’anni dopo. E la palla presa al balzo da mio padre per raccontarmi, edotto da Trizzino, di altri ed alti tradimenti: di quelle belle navi anch’esse vendute al nemico e mai più tornate nei porti amici, come quel porto di Gaeta dove le fregate all’ancora battevano ormai solo vessilli a stelle e strisce.

Sul promontorio c’è una montagna che è spaccata in tre grandi fenditure che arrivano fino al mare. Narra la leggenda che la montagna si spaccò quando Nostro Signore Gesù spirò sulla croce, e per questo San Filippo Neri si ritirò nella fenditura in preghiera per anni. Sempre la leggenda narra di un marinaio turco che, cercando riparo, entrò un giorno nella fenditura della montagna. Incredulo circa la genesi della faglia, allungò la mano per tastare la roccia ma questa, non per sfuggire a diversa fede bensì ad’incredulità blasfema, si ritrasse mutando sostanza, plasmandosi secondo la forma della mano. Chissà l’espressione sul volto del marinaio ottomano, anticipatore suo malgrado di un’incredulità diffusa ancora da venire.

Andavamo anche noi, ogni anno, a visitare la faglia, e vi trovavamo turisti che calcavano l’impronta sospirando “porta bene”. Io inconsapevole storcevo il naso, ed oggi so perché: quelli che scambiano la religione per superstizione sono gli stessi che come tale la liquidano mentre l’uomo saggio, quand’anche ateo, sa che un Credo è ben altra cosa. Sono passati vent’anni e più.

Pochi mesi orsono, terminata la Messa, entrai nel bar dove sono di casa e venni deriso dalla giovane avventrice la quale, saputo di dove venivo, mi chiese smaliziata se non fossi un po’ cresciuto per le storielle di spiriti e resurrezioni. Le risposi, citando un mio amico soprannominato il Libico, ponendo a mia volta una domanda: può secondo te la materia generare, essa sola, la vita? Capii che non capiva, bevvi d’un sorso il caffè e me ne andai. Avrei voluto dirle di quel turco dubbioso e della montagna devota che volle evitare il suo tocco, ma decisi invece di lasciarla ai suoi volgari “porta bene”, unico, inutile requiem concesso al mondo che fu dalla dittatura beota dei lumi, vera grande superstizione.

Ma oggi, quando sempre meno bambini crederebbero alla mano del turco impressa nella roccia, un po’ turchi anch’essi con il loro dubbioso cipiglio, io so bene cosa rispondere alle intimazioni disincantate dei laicisti da trincea: rivolgete altrove il vostro razionalismo da salotto! A me basta una mano nella roccia per sentire la differenza tra fede e superstizione. E, aggiungerei, che se dopo la Patria ormai andata a male volete inscatolare anche il Divino ed i suoi miracoli benedetti, troverete di certo qualche matto pronto a resistere arroccandosi. Magari proprio a Gaeta, come i Borbone.

@FerKustermann

Di Ferdinando Kustermann

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