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Dragonera (di P. Buttafuoco). “Con la Mafia ai ferri corti” è il libro più bello dell’estate

Pubblicato il 8 agosto 2018 da Pietrangelo Buttafuoco*
Categorie : Cultura

Il libro più bello di questa estate è “Con la Mafia ai ferri corti”. Non è una novità, è uscito nell’aprile del 1932, non è neppure una riedizione piuttosto una “ristampa”, squisitamente militante, ed è – oggi che le cronache tornano sulla trattativa Stato-Mafia – la bussola su cui orientare l’azione di tutti contro la criminalità organizzata.

È il libro di Cesare Mori, il Prefetto di ferro. Nessuno – tanto meno il suo editore storico, Mondadori – ha mai pensato di ripubblicarlo per non divulgare il segreto dei segreti: e cioè che solo il fascismo ebbe a stanare la Mafia incarcerandone e uccidendone i capi, facendone scappare altri fin negli Stati Uniti da dove poi sarebbero tornati alla testa della “liberazione”, i famosi paisà con le Stelle & Strisce.

A differenza di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli altri martiri nella lotta alla Mafia, “Mori” – scrive Ciccio Ciulla, l’editore di Centro culturale Occidente, “operò e tornò vivo a casa sua mentre i criminali rimasero in galera ”.

E già questo basta a segnare la differenza quando, disarmando gli eroi, isolandoli – com’è purtroppo accaduto nella nostra recente storia – si è passati ai patti larghi, “anzi, larghissimi”.

*Da Il Tempo

Di Pietrangelo Buttafuoco*

7 risposte a Dragonera (di P. Buttafuoco). “Con la Mafia ai ferri corti” è il libro più bello dell’estate

  1. caporalato lo legalizzò Badoglio PDF Stampa E-mail

    SCRITTO DA MARIA GIOVANNA DEPALMA X SECOLODITALIA.IT
    LUNEDÌ 13 AGOSTO 2018 00:34

    Perle della democrazia

    Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.
    Il caporalato era completamente scomparso
    In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attarverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

  2. La destra dei ‘caporali ‘…antifascisti

  3. Magari il fascismo si fosse occupato solo di politica interna e non di politica estera e questioni militari…

  4. C’era da abbattere la mafia talassocraria anglo/giudaico/americana protettrice delle nostre mafie …

  5. Bravo, dichiara la guerra al mondo (non solo a parole) e poi facci sapere come ti è andata!

  6. La guerra non al mondo , ai soliti padroncini del cazzo … il Duce le chiamava plutocrazie ed erano e sono mafiosi ….

  7. Già con le baionette, dopo aver visto che la Francia aveva perso, per fare la solita parte dell’avvoltoio, che approfitta del lavoro altrui, come già sosteneva Bismarck, altro che “plutocrazie”; solo che il pasto risultò un po’ indigesto..quasi da subito…e ce le facemmo suonare dai greci, cioè da dei morti di fame, non da dei plutocrati…

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