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L’intervista. La scrittrice Cace: “Far conoscere la tragedia delle foibe stoppa i negazionisti”

Pubblicato il 11 Febbraio 2016 da Manlio Triggiani
Categorie : Cultura Le interviste

Foibe-Giorno-del-Ricordo-2014Oggi 10 febbraio è la Giornata del Ricordo, con la quale si intende commemorare la strage di decine di migliaia di italiani perpetrata dai comunisti jugoslavi delle bande titine. Alcune vittime erano fascisti; altre, personalità dei paesi e delle città giuliano-dalmate, come farmacisti, medici, prefetti, presidi di scuole, altri ancora semplici italiani. Ma tutti subirono un trattamento di inaudita violenza, da pulizia etnica. Spesso venivano fatti scomparire, come i desaparecidos, di notte, e dopo torture e violenze di ogni genere gettati, con le mani legate con filo di ferro, nelle cavità carsiche che sono numerose e molto profonde in quelle zone. Molti uomini, donne, bambini sono scomparsi e di loro non si è più saputo nulla, non si è trovata traccia, altri corpi sono stati rinvenuti ed è stato utile per comprendere il livello di civiltà e di “umanità” di certi “uomini”. Quegli italiani che sono sopravvissuti, che provenivano dall’Istria, dalla Dalmazia, sono nostri fratelli sfortunati perché hanno perso tutto. Per fortuna non hanno perso la memoria, l’identità. Con grande intelligenza e tanto orgoglio, una di loro, la signora Amelia Resaz, fiumana che da poco più di settant’anni vive a Bari, mi ricorda che la memoria non è “una somma di ricordi ma una base per una chiara conoscenza di sé e delle proprie radici, punto di partenza per un progetto dell’avvenire di ciascuna persona e della sua realizzazione ottimale”. Più chiaro di così…

I fratelli di Fiume, dell’Istria e della Dalmazia sono più sfortunati degli altri: hanno perso la guerra come tutti gli italiani ma hanno perso la propria terra, le proprie città, costruite dalle generazioni italiane precedenti e hanno avuto governanti italiani con poca attenzione per quelle terre arate da italiani, dove le pietre tuttora “parlano italiano”.

I vari governi hanno abbandonato parte di quella terra con il Trattato di Osimo (1977) prima e poi, con lo scioglimento della ex Jugoslavia (2006), quei territori italiani non sono stati rivendicati da Roma. E nulla è stato chiesto neppure per l’immenso patrimonio sottratto agli italiani di quelle zone da parte dell’esercito del dittatore comunista Tito. Un motivo in più per sentire fratelli gli uomini e le donne di Fiume, dell’Istria, del Quarnero, della Dalmazia, che tanto hanno sofferto e che tuttora ci insegnano che cosa è l’identità e l’amore per la propria nazione.

Carla Cace

Carla Cace

Carla Isabella Elena Cace è una giornalista professionista e storica dell’arte. E’ esule di terza generazione proveniente da un’antica famiglia di medici patrioti di Sebenico. Mantiene il Ricordo, ha l’orgoglio del suo sangue e l’amore per l’Italia. Sul tema del Confine Orientale, ha scritto Giuseppe Lallich, dalla Dalmazia alla Roma di Villa Strohl-Fern, Foibe, martiri dimenticati, Foibe, dalla tragedia all’esodo (Pagine ed.) e Magazzino 18. Le foto (Fergen ed.), scritto a quattro mani con Jan Bernas e con prefazione di Simone Cristicchi. Nel 2009 ha curato la celebre mostra sulle foibe al Vittoriano. Fa parte del direttivo dell’Associazione Nazionale Dalmata e dell’esecutivo nazionale del Comitato 10 Febbraio.

Carla, il 30 marzo del 2004 è stata istituita la Giornata del Ricordo sull’eccidio degli italiani d’Istria e Dalmazia. Prima di allora non se ne sapeva granché. C’è però da dire che anche dopo non se ne è parlato tanto. In alcune scuole, addirittura, il 10 Febbraio non si commemora. Neanche si discute di questa pagina tragica della storia italiana ed europea.

In questi decenni il silenzio sulle foibe e il conseguente esodo è stato assordante, di quelli che scompaginano le nostre più profonde certezze, nonostante l’esistenza di documenti di denuncia a riprova che nelle “stanze dei bottoni” si sapeva. Oggi a pensarlo si fa persino fatica, tutta la vicenda sembra un racconto per spaventare i bambini, come quello della leggenda del “cane nero”. Gli jugoslavi gettavano nelle foibe, insieme agli italiani, un cane nero perché secondo una leggenda balcanica, latrando per l’eternità avrebbe tolto la pace a quelle anime straziate e ci sarebbe stato sempre il silenzio su quelle vicende. Quel silenzio è stata un’orribile realtà. Tanto che una parte del Paese, fortunatamente sempre più ristretta, minimizza o nega le atrocità avvenute ai danni dei nostri connazionali in Istria, Venezia Giulia e Dalmazia nel secondo dopoguerra. In realtà, a disturbare il sonno dei defunti non è stata tanto la becera pratica della povera bestia gettata nella fossa, quanto l’omertà di una classe politica colpevole di un silenzio divenuto, anch’esso, delitto. Ogni tipo di giustificazione o offuscamento di un olocausto, che non coinvolge solamente la storia degli italiani ma l’intera umanità, è intollerabile. A prescindere dalle responsabilità e dalle goffe e strumentali giustificazioni storiche.

Quacosa sta cambiando, quindi, a parte le solite frange negazioniste e revisioniste dell’eccidio delle foibe?

Oggi, fortunatamente, questa grottesca ma reale negazione, per quanto alcuni soggetti o gruppi di pensiero tentino ancora di perpetrarla, è stata dissolta a partire proprio dalla volontà di uomini e donne coraggiosi che non hanno mai smesso di credere che, oltre l’oscurità, fosse possibile trovare ancora la luce della Verità e della Giustizia. Verità e Giustizia che oggi vanno ribadite con forza perché per riempire questo “vuoto” nella memoria storica di oltre sessant’anni è necessario condurre un lavoro capillare e quotidiano, che non si limiti al solo Giorno del Ricordo, ma che consenta ai nostri connazionali di riconnettersi idealmente e riconoscere di diritto i loro fratelli giuliano-dalmati e le ingiustizie che hanno dovuto pagare per tutti alla fine della seconda guerra mondiale. Ogni conflitto bellico genera degenerazioni della Ragione e orrori indicibili. Ma per lo meno ne consegue una consapevolezza collettiva che porta all’instaurazione di valori condivisi di tolleranza e rispetto superiori a quelli della società coinvolta nella barbarie. Ciò non è stato per l’Italia Negata di Istria, Fiume e Dalmazia.

E’ stata utile la controinformazione che studiosi, testimoni, giornalisti e scrittori hanno fatto?

Ecco l’attualità schiacciante di questa vicenda: un monito perpetuo per le nostre coscienze a non limitarci a recepire “ciò che ci viene detto” in maniera passiva, ma studiare, chiedere, approfondire. Per non essere pedine, ossia novelli “cani neri” di poche figure al potere e lobby con interessi specifici, ma reali fautori del nostro destino e di quello della società in cui viviamo e in cui dovranno formarsi le future generazioni. La speranza è che, in occasione del prossimo Decennale, non ci sia nessun altro “mostro” a tormentare il sonno di defunti e viventi, o di chi vuole solamente (e non è poco) ricordare in pace.

Recentemente, dopo l’interessantissimo libro Foibe ed esodo. L’Italia negata, edito da Pagine (ordini: 06-45468600), hai pubblicato un altro libro, con Jan Bernas, di immagini e testi che lasciano senza fiato: Magazzino 18. Le foto (edito da Fergen). E’ impressionante: sono ripresi oggetti della quotidianità, bottoni, penne, quaderni, sedie, chiodi, seghe, attrezzi, carte da gioco. Insomma, immagini di vita quotidiana sospese da decenni, nel silenzio, chiuse in un magazzino a Trieste dove furono momentaneamente accatastate le masserizie dei profughi in fuga.

Ho avuto la fortuna di visitare il Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste lo scorso maggio. Così ho capito. Ho sentito l’odore e visto i colori del tempo sospeso. Il mio sangue è lo stesso di chi ha patito l’orrore dell’Esodo. Quel dolore è in me, a livello più o meno conscio, visto il mio stato di esule di “terza generazione”. Numerosi studi scientifici sono ormai dedicati al dramma e all’olocausto vissuto dai nostri connazionali giuliano-dalmati, ma nulla vale quanto l’esperienza percettiva e sensoriale di uno spazio che ne custodisce l’essenza più vera. Le immagini avrebbero parlato da sé. Ma era importante dar loro un’ulteriore voce, quella di chi gli oggetti li ha maneggiati, li ha letteralmente portati via con sé, ai quali ha infuso l’aura di dolore, speranza, paura, dignità che – ancora – resta. Il mio compito è stato quello di raccogliere le preziosissime testimonianze di coloro che ci sono ancora. Saranno queste donne e questi uomini a dar voce piena al grido silente degli scatti di Bernas.

@barbadilloit

Di Manlio Triggiani

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