Emilio Comici, podestà e alpinista: “Per vivere compiutamente bisogna arrischiare qualcosa”

emilio comiciEmilio Comici era fascista. E avendo vissuto pienamente gli anni Venti e Trenta, non si può certo dire che fosse il solo. La sua non era una scelta politica controcorrente, insomma. Eppure non sfigura nella nostra galleria dei personaggi fuori dal coro, perché la sua “alterità” risiedeva altrove. Non nella politica, non nella vita pubblica, che rifuggiva come la peste.

Comici era uno scalatore, uno dei più grandi alpinisti non solo d’Italia, ma dell’intero panorama internazionale. Ma a renderlo unico, secondo taluni esperti il migliore in assoluto, era proprio la sua interpretazione – solitaria, estetica e mistica – dell’ascesa alla vetta.  «Da che cosa ero pervaso io?  – scriverà ricordando la conquista, nel ’37, della Cima Grande di Lavaredo, da solo e senza corde – Da una forma di pazzia o di sadismo alpinistico, forse? Non so, ero ebbro, sì, ma cosciente: perché mi sentivo la forza fisica di superare lo strapiombo, e la sicurezza morale di dominare il vuoto. Riconosco a priori che l’arrampicamento solitario su pareti difficili, è la cosa più pericolosa che si possa fare… Ma ciò che si prova in quel momento è talmente sublime che vale il rischio».

Emilio Comici era un virtuoso dell’alpinismo, un artista della scalata, un funambolo della roccia. Ma questa sua arte straordinaria non era finalizzata a stupire o strappare l’applauso, come il trapezista al circo equestre. E sotto di lui non c’era nessuna rete a salvarlo, nel caso in cui avesse mancato l’appiglio. Il gesto eroico e folle di scalare una parete  con la tecnica della “goccia d’acqua”, cioè scegliendo la via più dritta a prescindere dalle difficoltà tecniche, era fine a se stesso. Non prevedeva ricompense né ricchi contratti con gli sponsor, come accade oggi negli sport pericolosi. «Noi viviamo di sensazioni, intese nel senso più nobile della parola – sosteneva l’atleta triestino – Ognuno ha le proprie, altrimenti la vita sarebbe inutile e vuota. Ma per vivere compiutamente bisogna pure arrischiare qualcosa. Il Duce ha insegnato così».

Non è un montanaro cresciuto fra le cime, Emilio Comici. Nato a Trieste il 21 febbraio del 1901 da madre veronese e padre triestino, frequenta le scuole dell’obbligo senza primeggiare nello studio e a soli 15 viene assunto presso i Magazzini Generali di Trieste con un incarico impiegatizio. Sin da piccolo frequenta il Ricreatorio Pitteri della Lega Nazionale e compiuti i diciotto anni, non potendolo più frequentare per raggiunti limiti di età, aderisce alla “XXX Ottobre”, una nuova associazione sportiva dove si praticavano ginnastica, atletica, ciclismo, calcio, canottaggio. A queste sezioni si aggiunse un gruppo speleologico e Comici, pur eccellendo nelle altre attività sportive, vi aderisce prontamente.

I suoi primi contatti con le Alpi avvengono dunque nelle profondità delle grotte carsiche, ma quando il giovane Comici, verso la metà degli anni Venti, scopre casualmente la pratica dell’alpinismo, la sua esistenza cambia in modo radicale. Con gli amici comincia a frequentare le pareti della Val Rosandra e brucia talmente le tappe da fondare, nel ’29, la prima scuola di alpinismo. Decide che quella sarà la sua vita e dopo molte insistenze, nel 1932, riesce a trasferirsi a Misurina e a diventare guida alpina. Nell’ambiente degli scalatori diventa subito un mito: «Comici pativa e godeva la montagna – scrive Mario Cecere – l’esaltava e la bestemmiava, la dominava e ne aveva paura; lui stesso era un raffinato pianista, un eclettico che trasse per sé e per gli innamorati dell’ Alpe una linea ascendente e gioiosa».

Come già detto, Emilio Comici è fascista convinto. E in teoria ha tutte le carte in regola per diventare un simbolo del regime mussoliniano, che celebra l’alpinismo come disciplina ideale per “l’uomo nuovo”. Ma lo scalatore triestino è anche un solitario, forse persino un timido, e non approfitta della sua posizione. La sua adesione al fascismo è sincera, non di comodo. E c’è da aggiungere che lui stesso appare come un personaggio un po’ eccentrico, rispetto alla retorica del Ventennio. «Durante i bivacchi parlava con le stelle – scrive ancora Cecere – e quando camminava sulla terra e faceva il maestro di sci appariva sempre diverso dagli altri uomini: nonostante l’afflato erotico patito per i monti, Comici non era il tipico “vitalista” dell’epoca, e si metterebbe pietosamente fuori strada chi sapesse trarre, dal titolo “Alpinismo eroico” dato alle cronache delle sue arrampicate intrepide, solo un pedaggio conformistico, e di retrogusto romantico, ad un afflato faustiano o ad una presunta demagogia di regime».

L’unico favore, forse, arriva nel 1939, quando viene nominato commissario prefettizio di Selva di Val Gardena, praticamente un podestà senza pieni titoli. E’ accolto dai valligiani con una certa perplessità, ma in breve tempo sa conquistarsi l’affetto e l’ammirazione di tutti. Chi l’ha conosciuto da vicino dice che c’era qualcosa di religioso nell’approccio di Emilio Comici alle vette. Come lui stesso sembra confermare in questa affermazione: «Sulle montagne sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le cose terrene; tutto questo perché siamo più vicini al cielo».

Ma spesso il destino sa prendersi gioco anche degli uomini più coraggiosi. Così la vita dell’alpinista che aveva rischiato la pelle ogni giorno, sulle vette più scoscese delle Dolomiti, finisce per un incidente quasi banale, proprio a Selva di Val Gardena.  E’ il 19 ottobre del 1941 e  Comici sta scalando una parete per principianti in compagnia di amici poco esperti di alpinismo. Nell’intento di dare consigli ad un amico Emilio si sporge, facendo affidamento solo su un cordino, per giunta non suo. Ma la fune  era marcia, sotto il suo peso si spezza all’improvviso e lo fa precipitare per 40 metri.  Cade su di un prato, ma per colmo della sfortuna batte la testa su un sasso nascosto nell’erba e muore sul colpo.

«Vegliammo a turno per tre giorni e tre notti – racconta l’amico Tommaso Giorgi, che partecipò all’ultima, tragica ascesa di Comici – e fu proprio in quelle lunghe ore che accadde un fatto strano: una mano sconosciuta posò sul feretro il berretto nero con l’aquila del podestà. Fu un gesto che mi colpì perché mi parve una sorta di ricompensa per ciò che in vita non gli era stato concesso».

Giorgio Ballario

Giorgio Ballario su Barbadillo.it

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