Il neo-esistenzialismo riscopre il senso dell’abitare. Parte dallo spazio della nostra casa, va verso la città
"La cambio io la vita che / non ce la fa a cambiare me / Bevi qualcosa, cosa volevi / vuoi far l'amore con me..." (Patty Pravo, "Dimmi che non vuoi morire")
La cambio io la vita che Non ce la fa a cambiare me Bevi qualcosa, cosa volevi Vuoi far l’amore con me…
Patty Pravo
Social housing a Verona, foto ed Eytan
Ho la nausea, una sorta di malessere interiore, sarà il caldo umido degli ultimi giorni. Sarà che non ne posso più della politica, di destra, di centro, di sinistra. Davvero tutto questo incide nella mia vita? “Volete la fine della guerra o l’aria condizionata?” L’aria condizionata! Anche perché erano tutte balle e la guerra continua. A contare è anzitutto la mia vita quotidiana, vera unità di misura. Il quotidiano è il campo di battaglia decisivo: lì si esercita il dominio e a volte anche si muore. Ma lì può anche nascere una frattura.
Parlare tanto, dire niente
Invece si scappa nella politica, nell’impegno, nell’analisi globale. Fuori casa, fuori ufficio, fuori da quella gabbia di gesti ripetuti. E si ha perfino l’illusione che questa fuga sia libertà. Si parla di strategie, di potenze, di equilibri. Tutti hanno oggi qualcosa da dire, anche se in realtà non dicono niente. Si fugge fuori. Non si guarda più dentro. E se questo fuggire fosse solo un’altra forma di distrazione?
Franz Rosenzweig e Ivan Illich
parlava di convivialità: la capacità di stare insieme senza scopi imposti, di costruire relazioni, che non siano funzionali a qualcosa. Un tempo non produttivo, ma creativo. E ancora più indietro, Franz Rosenzweig vedeva nella vita concreta – nelle relazioni, nei gesti, negli incontri – un varco verso il senso, oltre le grandi narrazioni totalizzanti.
Ripartire dalla quotidianità
Dopo la loro fine, non ci resta che ripartire dalla vita quotidiana, riscoprendo anzitutto il senso dell’abitare e, partendo dallo spazio della nostra casa, possiamo uscire in quello più ampio della città.
Non siamo stati “gettati” nel mondo, ma nello spazio intimo di una casa. E da questa casa dobbiamo certo uscire, non per andare nel mondo, ma nella piazza, nel mercato, nel bar sotto casa. Lì è la nostra vita e possiamo anche cambiarla.