I Gesuiti in Paraguay e le Riduzioni tra Vangelo e esperimento sociale

Lo storico Gianpaolo Romanato ha dedicato un saggio per Morcelliana alle missioni della Compagnia del Gesù nel paese sudamericano

Una missione dei gesuiti in Paraguay

Quando si sente parlare delle Reducciones o, come si dice in italiano, “Riduzioni”, la memoria dei non più giovani corre a un film di parecchi anni fa, Mission, interpretato da Robert De Niro e ispirato a un fatto storico del 1641: la battaglia di Mbororé, combattuta, e vinta, dagli Indios armati e comandati dai missionari gesuiti contro gli avventurieri e schiavisti portoghesi. A parte quella pellicola, non sono molti i riferimenti della memoria comune a un episodio del passato che fu contemporaneamente un originale esperimento sociale, un importante evento politico e un fulgido esempio di evangelizzazione. E’ quindi un importante e apprezzato contributo quello fornito dallo storico Gianpaolo Romanato, autore  del saggio Le Riduzioni gesuite del Paraguay. Missione, politica, conflitti (Morcelliana, pp.416 €30), che, oltre a fornire una dettagliata ricostruzione del fenomeno delle Riduzioni, mette a disposizione del lettore alcune importanti fonti originali, costituite da lettere e relazioni dei missionari gesuiti che operarono in Sud America nel periodo d’oro delle Riduzioni, ovvero i primi decenni del XVIII secolo.

 Il libro traccia un quadro preciso delle missioni create nell’arco di un secolo e mezzo, dall’inizio del Seicento a metà Settecento, in un territorio oggi diviso tra Paraguay, Argentina e Brasile, nazioni i cui confini furono determinati proprio dalle Riduzioni, così chiamate perché i nativi, soprattutto indios Guaranì, venivano “ridotti” da pagani a cristiani. Uno dei principali artefici, il gesuita peruviano Antonio Ruiz de Montoya (1586-1652) le descrive così: “Chiamiamo Riduzioni i villaggi nei quali la costanza dei padri riunì gli Indios in centri più grandi, con una vita sociale e umana, coltivando il cotone col quale si vestono, perché in origine vivevano nudi”. 

 Il mito del “buon selvaggio”, diffuso da letterati e filosofi europei che non avevano mai messo piede nel Nuovo mondo, si scontrò con la realtà testimoniata da chi, in quel mondo, era sbarcato con l’intento di evangelizzarlo, lottando contro un territorio impervio, un clima atroce e una natura selvaggia e mortale. Videro con i loro occhi che i nativi sudamericani non vivevano in un “paradiso terrestre”, ma in un inferno verde, dove la lotta per la sopravvivenza era feroce e combattuta quotidianamente sia contro gli animali sia contro gli uomini. Ed è in queste condizioni che i gesuiti pensarono a una soluzione che, permettendo la convivenza tra europei e indios senza violenza né sopraffazione, favorisse un esperimento, quello delle Riduzioni, appunto, dove la missione evangelizzatrice poteva svolgersi pacificamente e al sicuro.

 Il progetto faceva parte di un più vasto disegno politico della Corona spagnola finalizzato a mettere un freno allo sfruttamento dei nativi e a limitare le ambizioni portoghesi sull’America del Sud. La Compagnia di Gesù, un ordine giovane, in crescita, e che attirava persone istruite e fortemente motivate, sembrò immediatamente lo strumento migliore per adempiere alla motivazione autentica della colonizzazione, che era, come già detto, l’evangelizzazione dei nativi, obbligo da cui derivava il diritto alla conquista e il titolo della sovranità.

 La creazione di comunità autosufficienti, in grado tanto di difendersi quanto di produrre il necessario per vivere, diventò così la soluzione migliore per svolgere il compito assegnato, che comprendeva anche la comunanza dei beni, che non aveva nulla a che vedere, come alcuni hanno ipotizzato, con un presunto “comunismo”, dato che era l’unica possibilità offerta da una realtà poverissima, nella quale la sopravvivenza di tutti dipendeva dal contributo di ognuno.

 Le vicissitudini legate alla soppressione della Compagnia di Gesù e il tramonto degli imperi chiusero definitivamente l’esperimento delle Riduzioni, ma la loro eredità resiste nel tempo: fu grazie alla loro esistenza, infatti, che vennero tracciati i confini delle nuove nazioni, come ad esempio il Paraguay, e ancora oggi, diventate un suggestivo itinerario turistico protetto dall’UNESCO, restano nella storia come il modello più riuscito di integrazione tra europei e nativi panamericani. 

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Luca Gallesi

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