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Cultura. Addio a Claire Bretécher, disegnatrice progressista che canzonava i “bobo”

Pubblicato il 12 Febbraio 2020 da Enrico Nistri
Categorie : Cultura

Claire Bretécher

Una bambina si rifiuta di seguire la mamma a un corteo ambientalista. La madre insiste a lungo, poi, vista l’ostinazione della figlia, sbotta: “Non è giusto: io, quand’ero piccola, andavo sempre con i miei alla processione della Pentecoste!”

C’è tutta Claire Bretécher, scomparsa martedì scorso all’età di settantanove anni, in quella vignetta, appartenente al suo ciclo forse più fortunato, quello dei “frustrati”. C’è la capacità di sorridere del mondo di cui lei stessa era parte, e la capacità di mostrare, con pochi tratti di penna, come l’ecologismo rischiasse di trasformarsi in una nuova religione. Sta avvenendo oggi, con la raccolta porta a porta che ci obbliga, come faceva la Chiesa preconciliare, a mangiare pesce il venerdì, perché negli altri giorni non c’è il ritiro dell’umido, e gli assessori all’ambiente che ci invitano a non far piangere Gaia mescolando la carta da giornale con la carta plasticata, come i confessori di una volta ci ammonivano che toccandoci avremmo fatto piangere Gesù. 

I frustrati di Claire Bretécher

Nonostante gli esordi nella stampa cattolica e sulla rivista belga Tintin, la Bretécher era una donna di sinistra, una femminista, per altro non piagnona (negò sempre di avere subito discriminazioni nella sua carriera di bédéiste, come i francesi chiamano i disegnatori di fumetti). Eppure in album come Les frustrés, Agrippine, Cellulite, seppe divenire la cronista al vetriolo della Francia post-sessantottarda. In questo era decisamente superiore ai vignettisti italiani, tanto acidi nei confronti degli avversari quanto restii a sorridere di sé. Frustrazioni di ex contestatrici contestate dai figli, contraddizioni di intellettuali di sinistra, ossessioni dietetiche erano il bersaglio di una satira di costume che le fece guadagnare nel 1976 da Roland Barthes il titolo di miglior sociologa dell’anno. Fu lei a coniare il termine  bobo (contrazione di bourgeois bohémien, ed equivalente del nostro radical-chic o dell’inglese hipster); e i bobos, attraverso le sue bandes dessinées, ridevano di se stessi, dei loro tic, delle loro non sempre innocue manie. Uno di loro ha confessato di non poter più mangiare la salade frisée aux lardons (insalata riccia con la pancetta) senza scompisciarsi dalle risate. La lettura delle strisce della Bretécher sul “Nouvel Observateur” era un impegno settimanale e l’acquisto dei suoi album un appuntamento ineludibile, come l’acquisto del romanzo insignito del Goncourt e di una bottiglia di Beaujolais nouveau, per tanti bobos convinti di poter andare in Paradiso sul monopattino elettrico.

Degrelle e Tin Tin

Degrelle e Tintin

Così Claire Bretécher, che aveva esordito nel mondo dei comics con l’intento di vivere dei propri disegni, aveva guadagnato quanto aveva voluto e si era potuta permettere uno splendido appartamento sotto la Butte Montmartre, in una strada fra le stazioni Pigalle e Blanche del métro. Arrivarci non era facile: superato l’ingresso piantonato da uno zelante portinaio e preso l’ascensore, bisognava arrampicarsi su di una scala metallica. All’ingresso, sulla porta, ci s’imbatteva col volto di Tintin. L’antisovietismo dell’eroe del fumetto, la sua rassomiglianza con Degrelle e i precedenti di Hergé non l’avevano indotta a censurare il poster. Spiace dirlo, ma in Francia non solo la letteratura ma la satira sono migliori che in Italia. Se loro hanno avuto la Bretécher, a noi è toccato il Vernacoliere, che epurò il suo miglior collaboratore, Ettore Borzacchini, perché aveva osato prendere per i fondelli i girotondini.

@barbadilloit

Di Enrico Nistri

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