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Cultura (di P. Isotta). “Le jeune homme à la mule” di Orcel, a Nizza tra il Terrore e l’Italia

Pubblicato il 17 Ottobre 2019 da Paolo Isotta*
Categorie : Cultura

Passo il mio tempo a studiare e scrivere. Sto per consegnare in questi giorni al mio Editore un nuovo libro su Verdi che mi ha impegnato dall’inizio di maggio. Non un giorno di riposo o di vacanza. È la mia vita, non mi pesa. I miei passatempi sono il sedere a tavola con qualche amico e, questo parrà incredibile, il leggere, Per i tipi come me la lettura è una cura omeopatica: purché si sappia scegliere il medicinale. In genere, torno ai miei. Omero, Virgilio, Livio, Tacito, Gibbon, Manzoni, Flaubert. Queste sono le cure massime. A volte leggo qualche libro nuovo. E uno recentissimo mi ha catturato tanto in questi giorni da farmi venire il desiderio di parlarne. Nella speranza, essendo un romanzo aereo dietro il quale si cela una profondità, che un editore italiano voglia tradurlo.

L’autore, poco più giovane di me, è un italianista di Nizza. Dico italianista giacché, fra le varie sue scienze, c’è quella della nostra lingua. Ha tradotto Leopardi, Foscolo, Michelangelo, Tasso, Ariosto; ma, cosa incredibile, sta volgendo in francese e in versi, la Commedia di Dante. Gli resta il Paradiso: la limpidezza del suo verso produce, certo, una semplificazione rispetto agli strati sovrapposti della poesia di Dante, dei giuochi etimologici e semantici, delle volute oscurità … Ma è una lettura così distensiva e sana, che mi auguro in Francia ci sia chi sia attirato dalla possibilità di leggere, senza andare al manicomio per lo sforzo intellettuale, il padre della letteratura europea dal Medio Evo in poi; nonché il padre della lingua italiana.

Ma il romanzo del quale intendo parlare è d’avventura e d’amore. Si chiama Le jeune homme à la Mule, che si potrebbe tradurre come Il giovanotto (o il ragazzo, termine diverso dal francese garçon) con la mula. (Editore Le Roux, pp. 216) Si svolge a Nizza nel 1790, il momento nel quale ci si avvicinava agli eccessi del Terrore. La città, non dimentichiamolo, era italiana: nel senso che faceva parte del regno di Sardegna. Onde sin dall’inizio incomincia a riempirsi di emigrés, persone lungimiranti che sin da prima del luglio 1789 avevano capito che la testa se la salvavano solo andandosene. A Torino si trovava il conte d’Artois, terzo fratello di Luigi XVI, genero di Vittorio Amedeo III e futuro re Carlo X. Nella zona che interessa il nostro protagonista, Jouan, si parla il francese, il provenzale, il patois piemontese (linguaggio di Corte) e, ancor poco, l’italiano. Jouan (Jean) è un rampollo di piccola ma antica nobiltà che il padre invia a Nizza per riscuotere certi crediti. Viaggia con la mula e il servitore a piedi. Di mule ne incontriamo molte: deliziosa è la descrizione del fisico e della psicologia di ciascuna. Come i profumi che Orcel è capace di evocare: di ogni erba, di ogni albero: un rimpianto della fantasia che fa tristemente sognare. E lo fa con uno stile così limpido, in un francese così puro (e quasi dimenticato, senza essere anticheggiante o erudito) che ti piacerebbe esser così bravi anche in italiano.

Siamo in guerra. Jouan deve arruolarsi. Odia i francesi rivoluzionarî, le loro devastazioni, la loro crudeltà gratuita. Non è un cattolico fervente, ma vedere le chiese spogliate e lordate e distrutte per odio al cattolicesimo gli fa del male. E si potrebbe salvare, giacché un potente monsignore in missione lo invita a Roma a diventare suo segretario. Jouan è troppo attaccato alla sua terra. Durante il periodo di Nizza, ha una lunga avventura con una cantante lirica veneziana della quale è follemente innamorato.

Intanto la zona del regno sardo è occupata (a titolo si soccorso…) da truppe austriache. Sono comandate da un maresciallo che, per odio al Regno, protrae, rimanda, traspone manovre, per provocare sconfitte da attribuirsi agli “alleati”. Jouan è ferito e si salva per poco. Torna al paese in licenza; lo trova distrutto; i sans-culottes gli hanno anche ucciso il padre.  Per fortuna la vecchia fidanzata lo ha atteso. Si dimette dall’esercito e cerca di riprendere in mano la proprietà distrutta.

Ma non proviamo un senso d’amarezza di fronte a questo finale. Così sereno è lo stile di Orcel che ci pare l’unico commento possibile sia: “La vita è questa”; e poteva andare anche peggio.

Intanto l’altro motivo per il quale raccomando il bellissimo libro agli editori italiani è che tratta di storia nazionale. Sono italiani, i personaggi; di un’Italia della quale, per tante ragioni, non sappiamo quasi nulla. A un napoletano come me aiuta a capire assai meglio le lotte del nostro Risorgimento. Quando si esagera nel farci strame di tutti, anche noi dobbiamo reagire: mostrando quel coraggio bellico che scioccamente ci viene denegato.

www.paoloisotta.it

 

*Da Libero Quotidiano del 16.10.2019

Di Paolo Isotta*

5 Responses to Cultura (di P. Isotta). “Le jeune homme à la mule” di Orcel, a Nizza tra il Terrore e l’Italia

  1. Interessante. Solo un rilievo. Il piemontese non era un patois. Patois è il valdostano. Poi è aperta la polemica senza fine tra chi lo considera una lingua, in ragione dei testi pubblicati dal ‘700 in poi, e chi un dialetto (io). Per la verità il piemontese non esiste realmente, cambiando da zona a zona. Anche 5 o 10 chilometri mutano accento e lessico. Ma quel che s’intendeva come ‘piemontese’ – essenziale idioma di comunicazione tra servi e padroni o tra padroni, Corte compresa – era il torinese…Quello che oggi a Torino quasi più nessuno parla e solo i vecchi conoscono. E pure dei miei amici settantenni pochi riescono a comporre una frase intera in dialetto… Quando ero bambino era normale rivolgersi al negoziante in ‘piemontese’. Ed alcuni avvisi di offerta di lavoro nel settore del commercio al dettaglio dicevano testualmente: ‘necessaria conoscenza piemontese’!

  2. Giovanni Agnelli, ad esempio, parlava sempre in piemontese in fabbrica. Un tempo i dirigenti Fiat tra loro, un po’ per vezzo, si parlavano solo in dialetto. E pure Valletta che non lo parlava era costretto a… capirlo!

  3. ‘Onde sin dall’inizio incomincia a riempirsi di emigrés, persone lungimiranti che sin da prima del luglio 1789 avevano capito che la testa se la salvavano solo andandosene’. Mi permetto dissentire. Nel 1789 agli Stati Generali la maggioranza dei deputati del Terzo Stato erano aristocratici. Furono gli aristocratici a volere le riforme, la Monarchia costituzionale (anche recuperare un ruolo politico perduto), che poi divennero vera rivoluzione, ma solo nel 1791, direi. Aristocratici erano gli illuministi, i riformisti moderati e talora i radicali. Tempo fa recensii qui il bel libro di Benedetta Craveri sugli ‘Ultimi Libertini’ a proposito…

  4. Non vorrei sbagliarmi,ma mi sembra che il patois lo parlassero i Valdesi rifugiatesi in alta val Pellice.Fuggendo dalle persecuzioni…

  5. Effettivamente nelle valli piemontesi i patois franco-provenzali o provenzali erano diffusamente parlati. Le persecuzioni in Piemonte furono relative. C’è una bella canzone ‘Barun Litrum’ (raccolta da Costantino Nigra ambasciatore, già segretario del Cavour), dove l’amato generale tedesco Karl Sigmund von Leutrum (Dürrn, 27 giugno 1692 – Cuneo, 16 maggio 1755), al soldo dei Savoia sotto Carlo Emanuele III, e da ultimo Governatore di Cuneo, dice al re, in punto di morte, di non volersi convertire e di essere sepolto tra i suoi correligionari evangelici al Ciabàs, un piccolo tempio valdese di montagna ad Angrogna, presso Luserna San Giovanni: luogo ove riposa tutt’oggi.

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