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Il caso (di P. Buttafuoco). Il lavoro è l’unica risposta alla disperazione della realtà

Pubblicato il 3 Giugno 2019 da Pietrangelo Buttafuoco
Categorie : Cronache Politica

Chi diventa anziano se lo ricorda quell’orizzonte di strade nei paesi con negozi faticosamente appesi al 27 di ogni mese – il giorno dello stipendio con cui i clienti del ceto impiegatizio avrebbero saldato i conti – e di quella volta che una ragazza, invitando gli amici per il proprio compleanno, confidò di aver corso il rischio di essere battezzata col nome di Ventisette, giusto giubilo del proprio papà deciso a omaggiare la data dell’allegrezza.
Ogni tanto fa capolino la realtà. È quella di un coetaneo – ultracinquantenne – che chiede lavoro, reclama aiuto, cerca perfino l’umana comprensione perché lo spavento immediato è quello di ritrovarsi senza soldi, di non avere più forze e di non sapere cosa dare a se stesso.
Lavorava, meglio: aveva un impiego. Adesso non più. Sono venuti meno i soldi pubblici, l’azienda chiude e questo coetaneo – ultracinquantenne – è senza più stipendio. E come lui, in tanti. In tante altre aziende inventate apposta per dare pane a tutti.
Con la morte del pubblico impiego l’emergenza sociale, al Sud, è conclamata.
La povertà forse, come dice Luigi Di Maio, è cancellata ma la disperazione – oggi – è sempre più forte.
La cancellazione del ceto medio ha determinato un mutamento sociale e antropologico. Quella di questo coetaneo non è neppure la vita agra dell’esodato; è bensì quella del “cancellato”.

Un tempo qualcuno, comunque, faceva qualcosa: lo stradino, il netturbino, l’impiegato in qualsiasi ente di parastato, di partecipata o di municipalizzata. E a ciascuno – specchiandosi in ognuno, nel presepe chiamato Meridione – era allora riconosciuta la dignità di un “posto”.
Il reddito di cittadinanza di una volta era il “pane del governo”, quasi come una lotteria generosa con tutti, forse troppo, in ogni modo necessaria – e se ne faceva carico la politica, il famoso ammortizzatore sociale – per risarcire quei territori svuotati di anime dalla Grande Emigrazione.

Chi ha superato i cinquanta ed è di paese (e poteva restarci), i primi viaggi turistici se li faceva andando a far visita ai coetanei andati via: a Milano, a Torino, a Stoccarda.
Quella dei cinquanta – e figurarsi di più – è anche l’età in cui tantissimi si ritrovano soli.
Privati della famiglia d’origine, atomi a-sociali, molti si ritrovano gettati nel troppo tardi per costruirsi una vita, nel troppo presto per confinarsi nell’apnea della pensione.
Troppo vecchi per seguire il destino dei più giovani – cui è negato il futuro nei luoghi dove si è nati – troppo indietro rispetto alle competenze, troppo in periferia se tutte quelle donne e tutti quegli uomini non hanno un santo vicino cui votarsi.
Non c’è, dunque, qualcuno che possa assegnare il “pane del governo”. La “politica” non ha più radicamento nel territorio e quando fa capolino la realtà – quando se ne sente la voce, dalle lontananze dei luoghi – c’è sempre quest’assenza a gravare su tutto.
Chi chiede aiuto non ha un indirizzo – c’erano una volta le segreterie politiche – dove destinare la propria speranza, fosse pure quella clientelare. E la disperazione è più forte della povertà perché la politica è ormai un feticcio usurato.

Il mio coetaneo – un amico di sempre – mi parla e mi ricorda i giorni e gli anni in cui si disegnavano il mondo e il futuro con l’attivismo, l’impegno e la socialità. Echi d’illusioni. Chiamati a far capolino sulla realtà.

*da Il Fatto Quotidiano del 3 giugno 2019

@barbadilloit

Di Pietrangelo Buttafuoco

2 Responses to Il caso (di P. Buttafuoco). Il lavoro è l’unica risposta alla disperazione della realtà

  1. Articolo mirabile. Pubblicato su Il Fatto e, quindi c’è da sperare, letto da molti elettori del M5S. La sensazione di benessere e sicurezza dei “bei tempi andati” non derivava dalla Lira, ma dalla politica clientelare. Forse favoriva la corruzione, ma obbligava i politici a far scendere a pioggia i benefici di cui loro godevano per primi, aggiustando le regole. Pena la perdita del controllo del territorio e dei voti. Il politico locale piazzava i figli ed i nipoti dei clienti nel pubblico, grazie ai concorsi aggiustati, o nel privato, grazie a benefici concessi ad aziende che, comunque, valorizzavano il territorio. I magistrati se ne stavano buoni e, in cambio, i politici gli avevano agganciato gli stipendi a quelli dei parlamentari, avevano non previsto divieti per lucrosi incarichi stragiudiziali ed avevano introdotto gli scatti per anzianità; per cui un pretore, a fine carriera, aveva lo stesso stipendio di un presidente di Cassazione. Oggi, gli unici ad avere mantenuti i privilegi sono i magistrati e, infatti, in Italia comandano loro.

  2. I vaffanculisti han capito i tempi nuovi. Il lavoro non interessa se non a pochi. Il RdC senza fare mai un tubo a molti!!! Saran disperati? Magari, così si potrebbero suicidare tutti, ma non ci credo…

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