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II caso (di C. Risé). Se Salvini è l’incubo (selvaggio e liberatorio) dei prigionieri del pol.corr.

Pubblicato il 19 Giugno 2018 da Claudio Risé
Categorie : Politica

Matteo Salvini nel suo studio

Un uomo con la barba non tanto curata, i modi bruschi e la camminata da montanaro si aggira nell’inconscio degli italiani. La cosa viene raccontata sempre più spesso in terapia, all’analista attento e partecipe. Il sognatore dice di essere spesso impaurito; altre volte invece decisamente sollevato dall’incontro. In altre ancora addirittura fugge o prova a nascondersi: quel tipo lo inquieta. Le “associazioni mentali” che il terapeuta gli chiede rimandano sulle prime a compagni di scuola sbruffoni ma in fondo generosi, o anche a nonni burberi che parlavano in dialetto, a artigiani laboriosi, ostinati e sbrigativi. Dopo un po’ di associazioni il sognatore sputa il rospo: beh quel tipo gli fa venire in mente uno che, spesso, non è proprio in cima ai suoi ideali, Matteo Salvini. Molte delle persone in terapia (spesso borghesi liberali, cattolici o intellettuali impegnati) sono stupefatti di incontrarlo sulla propria strada, addirittura nei propri sogni. Tuttavia questi incontri onirici finora proseguono abbastanza bene. Alla fine (dopo vicissitudini diverse per ognuno) il sognatore si sente più forte, e meno sperduto di prima. Ha l’impressione che quel tipo lo possa aiutare.
Quando personaggi reali prendono frequentemente posto nell’inconscio delle persone significa di solito che sono entrati nell’inconscio collettivo. Il Matteo Salvini dell’inconscio, è un aspetto “Ombra”, finora rimosso dalla coscienza di molti, che adesso si presenta e prende spazio nella psiche delle persone. Quando non scappano, svegliandosi, ma accettano di accoglierlo tra gli altri contenuti personali, raccontano spesso che ciò dia loro una sensazione di maggiore forza e energia. Come mai ciò accade e di che energie si tratta? La risposta più semplice, quindi forse vera, è che in genere una persona in terapia ha bisogno di forze, e Salvini evidentemente dà l’impressione di averle. Il sogno è un contatto profondo, inconscio, che può risvegliare energie analoghe dentro di te. Quando sogni una persona, questa non è, infatti, solo il personaggio della realtà, ma un aspetto della tua personalità e della tua psiche. Se finora l’hai rimosso o rifiutato, sei sorpreso e hai paura. Ma se alla fine del sogno hai fatto amicizia e ti senti meglio, probabilmente condividi con quello della realtà degli aspetti, delle energie, riconoscere le quali ti dà appunto forza.

Di che si tratta, però? La barba poco curata, il nonno burbero, la camminata da montanaro, e il disagio che suscitano, fanno capire che siamo agli antipodi dagli aspetti più curati e conformisti della personalità, ossessivamente celebrati da media e Istituzioni. Siamo piuttosto dalle parti di forze più istintive, vicine al mondo naturale e a quello delle origini. Insomma non Il piccolo lord Fontleroy di Francis E. Burnett, e tanto meno il vanesio Peter Pan di James Matthew Barrie, pilastri del narcisismo maschile contemporaneo con lo sguardo sempre fisso a cosa gli altri pensino di te. Con questo altro tipo umano entrano invece in campo il coraggio e il bisogno di esprimerti per quello che sei, perché sei istintivamente convinto che essere è sempre meglio che recitare una parte. L’uomo contemporaneo è schiacciato da politically correct, me too e altri codici comportamentali sempre più artefatti e costruiti per la società dello spettacolo, quindi deprimenti perché lontani dal semplice istinto vitale. Il ritrovare nella propria psiche e all’esterno di sé un’immagine maschile vicina all’archetipo del mondo selvatico e dei suoi abitanti dà quindi, e non solo al maschio, energie prima insospettate. Sono, ad esempio, quelle già mosse in passato da film come Il gladiatore, Master and commander, da certi supereroi, dall’epopea del West americano. È il maschile istintivamente in contatto con l’archetipo del Selvatico (di cui potrebbe peraltro anche ignorare l’esistenza): una fonte di energia indispensabile a tutti, ma in particolare all’uomo che non ha quel rapporto fisico e simbolico con la vita sempre presente invece nella donna, che la porta dentro di sé. Si tratta del tipo umano oggi più scandaloso per il manierismo contemporaneo (e quindi molto vivo nell’inconscio in cui è stato ricacciato), sia per la sua vicinanza alle energie primordiali che per il suo rapporto con il passato e la tradizione, cui quel mondo rimanda. La persona che ritrova dentro di sé quegli aspetti scopre allora di avere una famiglia, degli antenati, una storia, mentre il modello culturale “liquido” del mondo contemporaneo gli aveva creato una sensazione di sradicamento e di solitudine: una delle principali forme del malessere di oggi, che genera spesso il ricorso alla droga e l’incertezza sull’avvenire. Anche da qui nasce il bisogno di ritrovare un passato in cui appunto affondano le proprie radici, che l’uomo deve riconoscere e onorare, non rimuovere. La società dell’istante, che rifiuta ogni radice, non riesce a immaginare un futuro: non lo vede ed è depressa. I suicidi delle star (dello spettacolo, della finanza, della cucina, tra le altre) illustrano la mancanza di futuro delle vite costruite sull’attimo, sul presente. Che va certo colto, ma poi collegato al passato in vista di un futuro, non solo personale, ma anche sociale. La consapevolezza del passato, in cui si radica la tradizione, nutre l’altra condizione del benessere provocato dal recupero di questo maschile più naturale e istintivo: il senso del limite. Il “selvadego”, che secondo Leonardo da Vinci è “colui che si salva”, è l’uomo che nelle saghe tradizionali rimprovera i contadini quando prelevano dal bosco troppa legna, e gliela fa riportare indietro. Oppure che manda a quel paese i paesani quando vogliono sapere dove c’è l’oro nel fiume, ma si rifiutano di imparare a ricavare dal latte il formaggio e gli altri derivati. Il limite è il confine tra sviluppo e devastazione, benessere e malessere, salute e follia. E il selvatico è custode dei confini. Dal punto di vista psicologico il confine è ciò che dà forma alla personalità, attraverso il riconoscimento dei limiti. Per questo una politica che non riconosce la necessità dei confini genera malessere e psicosi, perché spinge la personalità a perdere la propria forma e precipitare nel marasma. Lo abbiamo visto in alcuni “asili antiautoritari” post 68, dove l’abbandono di qualsiasi norma e autorità, praticato in sperimentazioni imprudenti, lasciava regredire i bambini in forme ormai schizofreniche. La lotta contro le forme tradizionali, sostituite da vuoti formalismi e codici comportamentali e linguistici, è uno degli aspetti più gravi della tarda modernità, cui la psiche reagisce oggi (non solo in Italia) con un ritorno alle origini della vita e al recupero degli interpreti archetipici dell’istinto. Senza confini, senza forme e filtri, l’identità personale non riesce più, letteralmente, a “poggiare i piedi per terra” (immagine che anche ricorre nei sogni e nei racconti), non ha più un territorio di appartenenza. E la propria terra viene quindi occupata da altri, per il principio dei vasi comunicanti. Non si tratta di una questione ideologica ma, appunto, di un semplice principio di fisica elementare. La presenza dell’antenato/fratello barbuto e selvatico, con la sua difesa dei confini, fa allora sì che venga riscoperto il sentimento della comune appartenenza al territorio, alla terra dei padri. La Patria, parola prima non più pronunciata e difficilmente pronunciabile, può così, sorprendentemente, tornare ad essere un sentimento comune, un dato identitario condiviso, un oggetto d’amore e di comunicazione. Anche un riferimento nelle scelte politiche, e un’indicazione di politica internazionale per i governanti, altro dato andato invece perduto in momenti di smarrimento dei confini, fisici (il caso del “Tirreno smarrito” dal precedente governo in un accordo con la Francia), psicologici e culturali. A volte basta un sogno. E qualcuno che lo interpreti, nella realtà.

*Da La Verità

Di Claudio Risé

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