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Home Cultura

L’intervista. De Benoist: “Grande sostituzione? No, siamo alla Grande Trasformazione”

di Nicolas Gauthier*
29 Marzo 2018
in Cultura, Esteri
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Alain de Benoist
Alain de Benoist

Signor Alain de Benoist, la “Grande Sostituzione”, un concetto coniato dallo scrittore Renaud Camus, ha innegabilmente successo in certi ambienti. Ma lei è riluttante a utilizzarlo. È perché le sembra troppo “cospirazionista”?

Per niente. E, peraltro, non sono sorpreso dal successo di questa espressione, ben pensata per colpire gli spiriti, che evoca anche il Grande Sconvolgimento del quale furono vittime gli Acadiani tra il 1755 e il 1763. Sono solo preoccupato del senso delle parole. Sostituire una popolazione, significa che la si rimuove per farla sparire e sostituire con un’altra (è esattamente ciò che è successo agli Acadiani che furono deportati in Louisiana). In Francia, oggi, questo è vero solo in luoghi ben circoscritti, a esempio quando una zona periferica si svuota completamente della popolazione di origine europea per essere sostituita da una popolazione d’origine straniera. Ma anche in questo caso, la popolazione colpita dal “white flight” non scompare, si allontana per andare a vivere altrove. Nel paese non c’è, in senso stretto, la sostituzione. In compenso, c’è un apporto esterno continuo che trasforma la popolazione di origine europea, che modifica il suo patrimonio genetico, le sue abitudini sociali, il suo stile di vita, il suo modo di concepire il mondo, i suoi valori specifici, ecc. Questa trasformazione non è una cosa da poco, è anche di importanza capitale ma non è, in senso proprio, una sostituzione. La popolazione francese non viene sostituita, ma viene un po’ alla volta trasformata. Ecco perché parlerei piuttosto di “Grande Trasformazione”.

Renaud Camus, d’altronde, ha pubblicato nel 2013, due anni dopo La Grande Sostituzione, un altro libro intitolato Il cambiamento del popolo. Questa seconda formula ha avuto meno successo, ma io la considero molto più esatta.

Questa espressione rinvia, infatti, all’ islamizzazione della Francia generalmente denunciata dagli stessi ambienti. Ma la nostra società non sarebbe, soprattutto, americanizzata?

Il successo di “Quick Halal” (fast food di cibo in uso fra i musulmani, ndr) mostra che le due cose non sono incompatibili. E, comunque, non dobbiamo scegliere tra le due. Il “comunitarismo” e l’etnicizzazione dei rapporti sociali a cui assistiamo oggi sono in parte legati all’Islam, ma vanno anche oltre il fatto religioso. Non si ha torto nel dire che i musulmani accettano la legge religiosa prima della legge civile, ma vale la stessa cosa per i cattolici o per gli ebrei: per un cattolico, l’aborto non è ammissibile anche quando è la legge a riconoscere il diritto all’aborto. Ogni credente fa la differenza tra ciò che è legale e ciò che è legittimo, nessuno può mettere la legge positiva al di sopra della “legge naturale”. In questo senso, la distinzione tra spirituale e temporale non ha che una distinzione, non una separazione. Nella buona teologia, prevale lo spirituale.

Il problema comincia, in realtà, quando una comunità, che sia religiosa o etnica, vive in un Paese considerando che non appartiene a questo Paese e si organizza sotto forma di controcultura contraria alla cultura autoctona. In Russia, dove l’Islam rappresenta il 15 per cento della popolazione, ovvero 25 milioni di persone, i musulmani si considerano innanzitutto Russi (leggete, a questo proposito, il libro di Helena Perroud, Un russo di nome Putin). In Francia, migliaia di giovani che hanno la nazionalità francese credono, a volte in buona fede, di non essere francesi e che non possono esserlo a causa dell’appartenenza alla “Ummah” islamica (Ummat islamiyya), l’assemblea “materna” dei fedeli o comunità di credenti – una “umma”, d’altronde, in gran parte frutto di fantasie delle loro menti. Il “vivere insieme” è completamente indifferente per loro, contrariamente a quanto si ripete nei bei salotti, dal momento che preferiscono da una parte il faccia a faccia e dall’altro i rapporti fra se stessi. Tutte le condizioni sono quindi riunite per produrre le derive, a volte sanguinose, alle quali attualmente assistiamo.

 

Che cosa ne pensa della polemica nata dall’attribuzione a una Francese d’origine polacca e del Benin il ruolo di Giovanna d’Arco in una delle tradizionali feste giovannee previste a Orléans?

Trovo questa mini-polemica deplorevole. Rivelando il razzismo di coloro che si indignano che questo ruolo è stato affidato ad un giovane meticcia, peraltro anche membro degli Scout d’Europa, ha il merito di confermare che tra coloro che rimproverano ai figli di immigrati di “non volersi integrare” ci sono alcuni che, in realtà, hanno soprattutto il desiderio che loro non si integrino mai. Suppongo che per loro né Alexandre Dumas (I tre moschettieri), né Raymond Bourgine né Jules Monnerot né Jacques Vergès erano “veri francesi”. Ma non andrò oltre. Charlotte d’Ornellas e Nicolas Kirkitadze hanno detto, proprio qui, tutto quello che c’era da dire su questa tempesta in un bicchiere d’acqua. Condivido pienamente la loro opinione.

*Traduzione di Manlio Triggiani

@barbadilloit

 

Nicolas Gauthier*

Nicolas Gauthier*

Nicolas Gauthier* su Barbadillo.it

Tags: alain de benoistBarbadillofranciagrande sostituzionegrande trasformazioneislamnuova destra

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